Dispatches
L'ho visto coi miei occhi
23/07/10 15:20
“La prima cosa che ho visto sono stati i soldati e i poliziotti che picchiavano la gente con bastoni elettrici…Poi che arrestavamo i dimostranti e li caricavano su un camion”
“Ho visto che sparavano sulla gente”.
“Ho visto sino a trenta persone chiuse in una cella di tre o quattro metri quadrati. Non potevano sedersi e dovevano stare in piedi notte e giorno. Le celle non avevano un water ma i prigionieri non potevano uscire dalle celle. Quindi dovevano evacuare là dentro. Da mangiare gli davano una ciotola di riso al giorno. Molti venivano picchiati”.
Sono stralci di tre delle 203 dichiarazioni di testimoni oculari degli abusi delle forze di sicurezza cinesi e dei gruppi paramilitari (tutti rigorosamente di pura etnia Han) compiuti in Tibet durante le proteste del 2008 e nei due anni seguenti. Sono state raccolte in un rapporto dell’organizzazione indipendente Human Rights Watch.
Il rapporto denuncia le violenze compiute contro donne, ragazzi, monaci e monache che si radunarono a Lhasa nel marzo del 2008 e che restarono in gran parte ignote. Secondo gli autori “le violazioni dei diritti umani sono state molto più gravi di quanto si potesse supporre”. Ma soprattutto
denunciano che “le violenze, le sparizioni, gli incarceramenti e le persecuzioni degli oppositori e delle loro famiglie continuano”.
Leggi il rapporto.

“Ho visto che sparavano sulla gente”.
“Ho visto sino a trenta persone chiuse in una cella di tre o quattro metri quadrati. Non potevano sedersi e dovevano stare in piedi notte e giorno. Le celle non avevano un water ma i prigionieri non potevano uscire dalle celle. Quindi dovevano evacuare là dentro. Da mangiare gli davano una ciotola di riso al giorno. Molti venivano picchiati”.
Sono stralci di tre delle 203 dichiarazioni di testimoni oculari degli abusi delle forze di sicurezza cinesi e dei gruppi paramilitari (tutti rigorosamente di pura etnia Han) compiuti in Tibet durante le proteste del 2008 e nei due anni seguenti. Sono state raccolte in un rapporto dell’organizzazione indipendente Human Rights Watch.
Il rapporto denuncia le violenze compiute contro donne, ragazzi, monaci e monache che si radunarono a Lhasa nel marzo del 2008 e che restarono in gran parte ignote. Secondo gli autori “le violazioni dei diritti umani sono state molto più gravi di quanto si potesse supporre”. Ma soprattutto
denunciano che “le violenze, le sparizioni, gli incarceramenti e le persecuzioni degli oppositori e delle loro famiglie continuano”.
Leggi il rapporto.

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Aspirasians
07/07/10 10:46
Il bambino di strada di Mumbay che scappa dal riformatorio, salva un neonato da un cane che voleva sbranarlo e si mette in cerca della madre. I problemi di una giovane donna giapponese divorziata che torna al suo villaggio con il figlio. Le storie di tre taxisti di Pechino, tra ricordi della rivoluzione culturale e aspirazioni da imprenditori. Lo strano percorso di un palestinese che da lavapiatti in un ristorante giapponese cerca di diventare lottatore di sumo. Come la musica e la danza posso aiutare un gruppo di filippini in campo di rieducazione dalla rabbia. Sono i protagonisti, le vicende dei film presentati a Hong Kong nella rassegna della Asia Society Summer Film Series. Sono le storie degli Aspirasians, coloro che cercano di entrare o vivono ai margini della nuova Asia, quella che dovrebbe controllare il futuro planetario. Ma che per riuscirci dovrà prima fare i conti con centinaia di milioni di Aspirasians.
Droga in via di sviluppo
27/06/10 16:37
L’uso di droghe nei paesi economicamente avanzati è stabile. In aumento nei paesi in via di sviluppo, dove sono sempre più diffuse le metamfetamine. E’ un’informazione del World Drug Report 2010, realizzato dall’UNODC, lo United Nations Office on Drugs and Crime. Il fattore più impressionante che emerge dal rapporto è che la produzione, il traffico e il consumo di droghe sono ormai quasi indistinguibili, sia nelle forme di marketing sia finanziarie, da quelli di altri prodotti di largo consumo. La droga sta diventando una metafora del mercato globale.
L’altro fattore è proprio l’aumento dell’uso di metamfetamine nei paesi in via di sviluppo. Chiunque abbia chiacchierato con un tassista di Jakarta, un muratore di Shanghai, un’operaia nelle fabbriche tessili sparse in tutta l’Asia capisce perfettamente perché. Gli stimolanti sono indispensabili per sostenere i ritmi di lavoro.
Per il download completo del rapporto (PDF:14.6MB) clicca qui.
L’altro fattore è proprio l’aumento dell’uso di metamfetamine nei paesi in via di sviluppo. Chiunque abbia chiacchierato con un tassista di Jakarta, un muratore di Shanghai, un’operaia nelle fabbriche tessili sparse in tutta l’Asia capisce perfettamente perché. Gli stimolanti sono indispensabili per sostenere i ritmi di lavoro.
Per il download completo del rapporto (PDF:14.6MB) clicca qui.
I Dannati della Terra
23/06/10 10:40
Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il rapporto 2010 sul traffico di esseri umani.
Secondo il rapporto nel mondo ci sono 12.3 milioni di uomini donne e bambini costretti al lavoro forzato o alla prostituzione, con un guadagno di 32 miliardi di dollari annui per i trafficanti. In molti casi le vittime sono letteralmente rapite o ridotte in schiavitù. Nella maggior parte dei casi sono costretti a vendersi per sfuggire a persecuzioni etniche, guerre, condizioni di vita subumane.
Il che significa che la cifra iniziale andrebbe moltiplicata almeno per 10 per avere un ordine di grandezza più realistico di quanti davvero sono i dannati della terra.
Per il download completo del rapporto (PDF:22MB) clicca qui.
Secondo il rapporto nel mondo ci sono 12.3 milioni di uomini donne e bambini costretti al lavoro forzato o alla prostituzione, con un guadagno di 32 miliardi di dollari annui per i trafficanti. In molti casi le vittime sono letteralmente rapite o ridotte in schiavitù. Nella maggior parte dei casi sono costretti a vendersi per sfuggire a persecuzioni etniche, guerre, condizioni di vita subumane.
Il che significa che la cifra iniziale andrebbe moltiplicata almeno per 10 per avere un ordine di grandezza più realistico di quanti davvero sono i dannati della terra.
Per il download completo del rapporto (PDF:22MB) clicca qui.
Buon Compleanno, Signora
19/06/10 14:28
Oggi Daw, la Signora, Aung San Suu Kyi leader e simbolo dell’opposizione birmana, compie 65 anni. Negli ultimi venti ne ha trascorsi dodici agli arresti. Lo è tuttora.
A questa splendida Signora, quindi, auguriamo 100 giorni diversi da questo. Che anche per lei si compia il destino di Nelson Mandela. Magari senza dover aspettare tanto quanto il patriarca sudafricano.
Per la ricorrenza la BBC le ha dedicato un documentario tutto da ascoltare: Freedom From Fear, dal titolo del suo libro più famoso (in italiano Liberi dalla paura), nonché di una sua magnifica lettera. Quel libro in Birmania è proibito e può costare molto caro farselo trovare. Ma c’è sempre qualcuno che lo chiede come il dono più prezioso.

Per ascoltare il documentario della BBC clicca qui.
A questa splendida Signora, quindi, auguriamo 100 giorni diversi da questo. Che anche per lei si compia il destino di Nelson Mandela. Magari senza dover aspettare tanto quanto il patriarca sudafricano.
Per la ricorrenza la BBC le ha dedicato un documentario tutto da ascoltare: Freedom From Fear, dal titolo del suo libro più famoso (in italiano Liberi dalla paura), nonché di una sua magnifica lettera. Quel libro in Birmania è proibito e può costare molto caro farselo trovare. Ma c’è sempre qualcuno che lo chiede come il dono più prezioso.

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La strage degli Innocenti
10/04/10 06:48
In Birmania un terzo delle IDP, le Internally Displaced Persons, sono bambini. E’ il modo migliore per distruggere il futuro delle etnie che si oppongono al governo centrale. Un progetto in cui, oltre all’identità e all’infanzia, spesso è negata la vita. I bambini sono sfruttati nei lavori forzati, violentati. Anche torturati. E’ la sintesi di un rapporto realizzato dai Free Burma Rangers, organizzazione umanitaria multietnica che opera in territorio birmano. Il rapporto è stato presentato a Bangkok nei giorni delle manifestazioni. Scarsa l’attenzione dei media. «Non so i media, non so niente di tutto questo. So quanto si soffre e vado avanti” dice Monkey, un Free Burma Ranger di etnia Karen.
Per leggere il rapporto clicca qui.
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The Utility of Assassination
05/03/10 04:17
E’ utile l’assassinio dei nemici da parte dei servizi di sicurezza? La risposta nell’articolo pubblicato sul sito di Stratfor, società di analisi e informazioni geopolitiche. L’articolo, con la sua risposta, può essere discutibile. Ma è un esempio di come trattare con freddezza, senza essere obnubilati dal politicamente corretto, argomenti dichiarati tabù.
Per leggere l’articolo clicca qui
This report is republished with permission of STRATFOR
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This report is republished with permission of STRATFOR
Camminando tra coltelli affilati
25/02/10 15:52
“Essere un capo villaggio è come camminare tra coltelli affilati” recita il titolo di un rapporto della Karen Women Organisation. Perché quel capo è una donna. Dal 1980 nei villaggi di etnia Karen disseminati nella Birmania orientale, il capo villaggio è spesso scelto tra le donne. Si sperava che i soldati birmani non le avrebbero eliminate come facevano con gli uomini. Così non è accaduto. Anzi. Secondo il rapporto le donne sono state crocifisse, torturate, bruciate vive, stuprate in gruppo, ridotte in schiavitù. Il loro è un martirio ignoto.
Per il download del rapporto clicca qui.
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Minority Report
17/02/10 05:19
E’ stato presentato a Bangkok il rapporto di Amnesty International “The Repression of ethnic minority activist in Myanmar”. Sono 58 pagine frutto di due anni di lavoro. E’ l’ennesima lista di orrori, stupri, torture, lavori forzati, crimini commessi dallo State Peace and Development Council (SPDC), la giunta che governa la Birmania.
Nello stesso giorno, mentre stava arrivando in Birmania l’inviato delle Nazioni Unite per verificare eventuali progressi nel rispetto dei diritti umani, un tribunale militare ha condannato ai lavori forzati quattro donne. Erano state arrestate lo scorso ottobre con l’accusa di aver consegnato ai monaci libelli sovversivi.
In realtà, negli ultimi tempi, il regime sta applicando quella che un dissidente rifugiato a Bangkok definisce “l’offensiva dello charme”. Ha rilasciato l’ultraottantenne Tin Oo, uno dei maggiori esponenti dell’opposizione, ha dichiarato che libererà Aung San Suu Kyi e le ha concesso di incontrare alcuni dirigenti del suo partito, la National League for Democracy (NLD).
L’obiettivo è conquistare una certa legittimità internazionale e dimostrare che le prossime elezioni (indette per quest’anno senza precisare la data) non saranno una farsa bensì un passo sulla strada per la democrazia (seppure “controllata”, secondo il principio vigente in tutti gli stati del sud-est asiatico). Una strada che molti giovani comandanti militari reputano ineluttabile, non foss’altro per allargare il loro giro d’affari e non dipendere totalmente dal controllo cinese.
In questo scenario, come ha dichiarato il rappresentante di Amnesty Benjamin Zawacki, tutta l’attenzione sarà focalizzata sulla Signora Suu Kyi e la National League for Democracy, dimenticando le minoranze (il 40% della popolazione), che pure “hanno giocato un ruolo importante nel movimento d’opposizione”.
La giunta militare, invece, afferma che quelle contro le minoranze sono operazioni militari contro gruppi separatisti e terroristi. Un problema reale, sussurrato anche da alcuni esponenti dell’opposizione. Nel momento in cui in Birmania s’indebolisse il regime centrale, si correrebbe il rischio di una guerra tra vari Signori della Guerra e della Droga. Il che non giustifica la politica della giunta, che opera nella presunzione di ciò che potrebbe accadere per stabilire una vera e propria etnocrazia.
Il rapporto di Amnesty diviene davvero un Minority Report, come nel film di Steven Spielberg. In un futuro dove il crimine viene combattuto prima che avvenga sulla base di percezioni extrasensoriali, c’è un “rapporto di minoranza” che le interpretata in maniera diversa. C’è sempre qualcuno, come Amnesty, che ha e ci dà una visione che pone l’essere umano al di sopra di ogni sospetto.
Per il download del documento di Amnesty clicca qui.
Nello stesso giorno, mentre stava arrivando in Birmania l’inviato delle Nazioni Unite per verificare eventuali progressi nel rispetto dei diritti umani, un tribunale militare ha condannato ai lavori forzati quattro donne. Erano state arrestate lo scorso ottobre con l’accusa di aver consegnato ai monaci libelli sovversivi.
In realtà, negli ultimi tempi, il regime sta applicando quella che un dissidente rifugiato a Bangkok definisce “l’offensiva dello charme”. Ha rilasciato l’ultraottantenne Tin Oo, uno dei maggiori esponenti dell’opposizione, ha dichiarato che libererà Aung San Suu Kyi e le ha concesso di incontrare alcuni dirigenti del suo partito, la National League for Democracy (NLD).
L’obiettivo è conquistare una certa legittimità internazionale e dimostrare che le prossime elezioni (indette per quest’anno senza precisare la data) non saranno una farsa bensì un passo sulla strada per la democrazia (seppure “controllata”, secondo il principio vigente in tutti gli stati del sud-est asiatico). Una strada che molti giovani comandanti militari reputano ineluttabile, non foss’altro per allargare il loro giro d’affari e non dipendere totalmente dal controllo cinese.
In questo scenario, come ha dichiarato il rappresentante di Amnesty Benjamin Zawacki, tutta l’attenzione sarà focalizzata sulla Signora Suu Kyi e la National League for Democracy, dimenticando le minoranze (il 40% della popolazione), che pure “hanno giocato un ruolo importante nel movimento d’opposizione”.
La giunta militare, invece, afferma che quelle contro le minoranze sono operazioni militari contro gruppi separatisti e terroristi. Un problema reale, sussurrato anche da alcuni esponenti dell’opposizione. Nel momento in cui in Birmania s’indebolisse il regime centrale, si correrebbe il rischio di una guerra tra vari Signori della Guerra e della Droga. Il che non giustifica la politica della giunta, che opera nella presunzione di ciò che potrebbe accadere per stabilire una vera e propria etnocrazia.
Il rapporto di Amnesty diviene davvero un Minority Report, come nel film di Steven Spielberg. In un futuro dove il crimine viene combattuto prima che avvenga sulla base di percezioni extrasensoriali, c’è un “rapporto di minoranza” che le interpretata in maniera diversa. C’è sempre qualcuno, come Amnesty, che ha e ci dà una visione che pone l’essere umano al di sopra di ogni sospetto.
Per il download del documento di Amnesty clicca qui.
Che ti possano...
13/02/10 12:05
«Se non dici la verità possano strangolarti gli amuleti attorno al collo, possa tu venire colpito da un proiettile, investito da un’auto, fulminato dall’elettricità…Possano essere assassinati tutti i membri della tua famiglia, possano morire in un disastro aereo”. Così, a quanto dicono, il primo ministro cambogiano Hun Sen avrebbe maledetto il premier thailandese Abhisit Vejjajiva. E’ accaduto dopo l’ennesimo scontro alla fontiera Thai-Cambogiana attorno al tempio di Preah Vihear, da secoli oggetto di culto e disputa per entrambi i paesi. Abhisit ha replicato con la flemma che gli deriva da una rigorosa educazione compiuta tra Eton e Oxford. Secondo alcuni, tuttavia, la sua sicurezza deriva da ben altro: il Luangpor Thuad M16.

Che non è, come si potrebbe supporre dal nome, una versione thai del fucile d’assalto americano. Bensì un amuleto che dall’arma prende parte del nome (si racconta che un camionista che lo indossava non sia stato scalfito da una raffica di M16). Lo ha mostrato lo stesso Abhisit durante una conferenza stampa. A chi gli chiedeva se indossasse un giubbotto antiproiettile (in questo caso per proteggersi da attentati di oppositori locali) ha risposto aprendo la camicia e mostrando che il suo “scudo magico”, ossia dieci amuleti attorno al collo (di cui quello era il pezzo più pregiato). Il che spiega anche la prima delle maledizioni lanciate da Hun Sen.
Tutto ciò può far sorridere. Ma la magia, gli Spiriti, l’astrologia sono un elemento fondamentale per comprendere la politica asiatica. Il fenomeno in Thailandia è descritto in un breve saggio di Pasuk Phongpaichit e Chris Baker, due dei maggiori esperti di cultura thai contemporanea: “The spirits, the stars, and Thai politics”.
In questa parte di mondo, dove la reincarnazione è uno dei principi cardine delle religioni più diffuse (hinduismo e buddhismo) e dove sono ancora forti i culti animistici e degli antenati (collettivi o familiari), l’idea di una dimensione popolata da Spiriti transeunti, Entità immanenti la natura, qualche cosa che manifesti il sacro (le ierofanie del Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade) diviene reale.
Come non si può più parlare di religione quale sovrastruttura, altrettanto non si può definire la comprensione di altre religioni in termini di relativismo culturale.
Per scaricare il documento “The spirits, the stars, and Thai politics” clicca qui.

Che non è, come si potrebbe supporre dal nome, una versione thai del fucile d’assalto americano. Bensì un amuleto che dall’arma prende parte del nome (si racconta che un camionista che lo indossava non sia stato scalfito da una raffica di M16). Lo ha mostrato lo stesso Abhisit durante una conferenza stampa. A chi gli chiedeva se indossasse un giubbotto antiproiettile (in questo caso per proteggersi da attentati di oppositori locali) ha risposto aprendo la camicia e mostrando che il suo “scudo magico”, ossia dieci amuleti attorno al collo (di cui quello era il pezzo più pregiato). Il che spiega anche la prima delle maledizioni lanciate da Hun Sen.
Tutto ciò può far sorridere. Ma la magia, gli Spiriti, l’astrologia sono un elemento fondamentale per comprendere la politica asiatica. Il fenomeno in Thailandia è descritto in un breve saggio di Pasuk Phongpaichit e Chris Baker, due dei maggiori esperti di cultura thai contemporanea: “The spirits, the stars, and Thai politics”.
In questa parte di mondo, dove la reincarnazione è uno dei principi cardine delle religioni più diffuse (hinduismo e buddhismo) e dove sono ancora forti i culti animistici e degli antenati (collettivi o familiari), l’idea di una dimensione popolata da Spiriti transeunti, Entità immanenti la natura, qualche cosa che manifesti il sacro (le ierofanie del Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade) diviene reale.
Come non si può più parlare di religione quale sovrastruttura, altrettanto non si può definire la comprensione di altre religioni in termini di relativismo culturale.
Per scaricare il documento “The spirits, the stars, and Thai politics” clicca qui.
Buone e cattive. Non solo ragazze
25/01/10 05:16
Sul sito-blog Bangkok Diaries è stato pubblicato un lungo post - che ha innescato un interessante dibattito - sul comportamento sessuale delle donne thai. E’ un vero e proprio micro-saggio di antropologia della surmodernità, come fenomeno connesso allo sviluppo delle società complesse e alla sempre più diffusa globalizzazione.
In quanto tale va ben oltre le generalizzazioni e gli stereotipi ormai sovrabbondanti e retorici sul sesso in Thailandia, che nell’immaginario erotico occidentale appare popolata da poche “brave” ragazze e una miriade di “cattive” . Queste ultime ineluttabilmente corrotte dalla presenza dei farang, gli stranieri. In questo caso, invece, il fenomeno è analizzato oltre il manicheismo, nella sua complessità, nelle similitudini, nei contrasti e nelle interconnessioni tra cultura orientale (e buddhista) e quella occidentale. Senza giudizi morali e sociali.
Unica, vera pecca del post: è anonimo. Confermando, anche in questo caso, il tabù per cui di questo argomento non è lecito scrivere (parlarne è inevitabile, data la malsana curiosità di qualunque maschio occidentale cui si nomini la Thailandia).

Il grafico del post: esempio di supermoderna complessità.
In quanto tale va ben oltre le generalizzazioni e gli stereotipi ormai sovrabbondanti e retorici sul sesso in Thailandia, che nell’immaginario erotico occidentale appare popolata da poche “brave” ragazze e una miriade di “cattive” . Queste ultime ineluttabilmente corrotte dalla presenza dei farang, gli stranieri. In questo caso, invece, il fenomeno è analizzato oltre il manicheismo, nella sua complessità, nelle similitudini, nei contrasti e nelle interconnessioni tra cultura orientale (e buddhista) e quella occidentale. Senza giudizi morali e sociali.
Unica, vera pecca del post: è anonimo. Confermando, anche in questo caso, il tabù per cui di questo argomento non è lecito scrivere (parlarne è inevitabile, data la malsana curiosità di qualunque maschio occidentale cui si nomini la Thailandia).

Il grafico del post: esempio di supermoderna complessità.
E la pillola va giù
29/11/09 09:42
Il sequestro di metamfetamine in quindici paesi del Sud-est asiatico è passato dai 25 milioni di pillole del 2007 ai 31 dello scorso anno. E’ uno dei dati del rapporto presentato a Bangkok dall’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) sulla situazione riguardante gli stimolanti tipo amfetamine e altre droghe in Asia orientale e Sud-est asiatico.
Non è una buona notizia: significa che la disponibilità di metamfetamine in quest’area, dove vive il 28% della popolazione planetaria, sta crescendo in modo proporzionale al suo tasso di sviluppo, uno dei più alti al mondo. Grazie alle nuove infrastrutture i trafficanti possono espandere più facilmente il mercato, e la criminalità organizzata intende stabilire in questa zona la propria base operativa.
Altra notizia inquietante è la crescente diffusione delle metamfetamine in cristalli, molto più potente. Poiché assunta anche per iniezione, può provocare un ulteriore incremento anche dell’Aids.
Non ci si limita ad avvelenare i consumatori attuali. Gli impianti di raffinazione sempre più grandi sparsi nell’area stanno provocando danni ambientali che potranno avere conseguenze sulle generazioni future. La Next Asia rischia di essere popolata da zombi.
Per scaricare il rapporto completo clicca qui.
Non è una buona notizia: significa che la disponibilità di metamfetamine in quest’area, dove vive il 28% della popolazione planetaria, sta crescendo in modo proporzionale al suo tasso di sviluppo, uno dei più alti al mondo. Grazie alle nuove infrastrutture i trafficanti possono espandere più facilmente il mercato, e la criminalità organizzata intende stabilire in questa zona la propria base operativa.
Altra notizia inquietante è la crescente diffusione delle metamfetamine in cristalli, molto più potente. Poiché assunta anche per iniezione, può provocare un ulteriore incremento anche dell’Aids.
Non ci si limita ad avvelenare i consumatori attuali. Gli impianti di raffinazione sempre più grandi sparsi nell’area stanno provocando danni ambientali che potranno avere conseguenze sulle generazioni future. La Next Asia rischia di essere popolata da zombi.
Per scaricare il rapporto completo clicca qui.
Same Same
18/11/09 03:27
In Thailandia c’è un’espressione diffusa per indicare le somiglianze con piccole differenze (o viceversa): “same same but different”. Si può applicare a molte delle caratteristiche thai e italiane. Oggi ne ho scoperta una nuova: la corruzione. Dalla Thailandia ci separano solo 21 posti (su 180) nell’annuale classifica - la Corruption Perceptions Index - stilata da Transparency International. L’Italia è al 63° e la Thailandia all’84° posto. Entrambe scese in classifica dallo scorso anno: rispettivamente dal 55° e dall’80°.
Se continua così prima o poi saremo solo same same, senza different (per adesso, come si nota nella carta, ci separa una sottile sfumatura di blu).

Se continua così prima o poi saremo solo same same, senza different (per adesso, come si nota nella carta, ci separa una sottile sfumatura di blu).

L'Ombra del Guerriero
16/11/09 12:40
Sak Yant è il tatuaggio magico thailandese e khmer. Sak significa tatuaggio, Yant deriva da Yantra, termine sanscrito che indica i simboli utilizzati come supporto nella concentrazione o per favorire la meditazione. Lo Sak Yant è composto da segni e disegni che rappresentano preghiere buddhiste, formule magiche, divinità e demoni tutelari. Da centinaia d’anni i guerrieri del sud-est asiatico affidano il proprio corpo alla protezione degli Sak Yat che lo ricoprono. Un tempo li chiamavano Taharn Phee, soldati fantasma, come se i tatuaggi li rendessero invisibili ai colpi dei nemici.

Un Pad Ti, Sak Yant che offre protezione da tutte le direzioni.
Ancor oggi i soldati thai e khmer si affidano alla magia del Sak Yant. Come fanno i Nak Muay, i combattenti della tradizionale e violenta Muay Thai, l'arte marziale thai. E come fanno le ragazze dei bordelli, che prediligono il disegno Jingiok, della lucertola, simbolo di attrazione per gli altri e "compassione" (nel senso di comprensione, partecipazione, assenza di giudizio) da parte degli altri.
Il tatuaggio che forse esprime meglio l'antico spirito del Sak Yant è disegnato con l'olio. «Non si vede che c'è, ma tu lo sai e gli Spiriti lo vedono» dice un vecchio monaco del Wat Bang Phra, un tempio famoso per i suoi riti magici e i suoi Ajarn, i maestri, tatuatori. Il Sak Yant invisibile è un simbolo potente del concetto di doppio, di ombra, di quello che per i giapponesi è il kagemusha. Induce a meditare sul senso dell'identità. E' anche uno spunto di riflessione per un mondo in cui il tatuaggio è divenuto una moda e un modo di apparire anziché essere. Senza sofferenza. Al contrario del Sak Yant.

Un monaco pratica il Sak Yant nel Wat Bang Phra, divenuto famoso per gli incantesimi del vecchio abate Luang Pho Pern.

Un Pad Ti, Sak Yant che offre protezione da tutte le direzioni.
Ancor oggi i soldati thai e khmer si affidano alla magia del Sak Yant. Come fanno i Nak Muay, i combattenti della tradizionale e violenta Muay Thai, l'arte marziale thai. E come fanno le ragazze dei bordelli, che prediligono il disegno Jingiok, della lucertola, simbolo di attrazione per gli altri e "compassione" (nel senso di comprensione, partecipazione, assenza di giudizio) da parte degli altri.
Il tatuaggio che forse esprime meglio l'antico spirito del Sak Yant è disegnato con l'olio. «Non si vede che c'è, ma tu lo sai e gli Spiriti lo vedono» dice un vecchio monaco del Wat Bang Phra, un tempio famoso per i suoi riti magici e i suoi Ajarn, i maestri, tatuatori. Il Sak Yant invisibile è un simbolo potente del concetto di doppio, di ombra, di quello che per i giapponesi è il kagemusha. Induce a meditare sul senso dell'identità. E' anche uno spunto di riflessione per un mondo in cui il tatuaggio è divenuto una moda e un modo di apparire anziché essere. Senza sofferenza. Al contrario del Sak Yant.

Un monaco pratica il Sak Yant nel Wat Bang Phra, divenuto famoso per gli incantesimi del vecchio abate Luang Pho Pern.
Palermo sul Pacifico
08/09/09 15:51
La guerra al crimine globale può essere vinta solo con il Palermo Protocol.
La connessione tra mafie mondiali e la città siciliana può suonare fastidiosa. Ma questa volta è positiva: si riferisce alla “Convention against Transnational Organised Crime”, siglata a Palermo nel 2000 e finalizzata a elaborare una strategia globale contro il crimine organizzato.
Nonostante sia stato firmato da 147 paesi, in molte zone del mondo il Palermo Protocol non viene messo in pratica. La situazione è stata analizzata in un recente rapporto dell’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) focalizzato sull’area Asia-Pacifico: “Palermo on the Pacific Rim: Organised Crime Offences in the Asia Pacific Region”. In quest’area I profitti generati dal traffico di droghe, di armi, di esseri umani, di immigrati clandestini, di fauna, flora e risorse naturali, di opere d’arte e antichità, di veicoli rubati e dall’usura, il gioco d’azzardo e la prostituzione, superano il prodotto interno lordo di molte nazioni. Forte di un bilancio di miliardi di dollari, avverte il rapporto dell’UNODC, intrecciato alla corruzione, al riciclaggio di denaro, all’estorsione, il crimine organizzato è in grado di minacciare e i minare i governi locali, influenzare le politiche nazionali, mettere a rischio i diritti umani basilari.
Per l’ennesima volta dovremmo riflettere sui reali problemi della globalizzazione. Troppo spesso l’analizziamo come fenomeno monodirezionale che dall’Occidente “contagia” il resto del mondo. E non ci accorgiamo che il resto del mondo, spesso fuori controllo, sta esportando un nuovo modello: quello degli economic gangsters.
Per il download del rapporto clicca qui.
La connessione tra mafie mondiali e la città siciliana può suonare fastidiosa. Ma questa volta è positiva: si riferisce alla “Convention against Transnational Organised Crime”, siglata a Palermo nel 2000 e finalizzata a elaborare una strategia globale contro il crimine organizzato.
Nonostante sia stato firmato da 147 paesi, in molte zone del mondo il Palermo Protocol non viene messo in pratica. La situazione è stata analizzata in un recente rapporto dell’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) focalizzato sull’area Asia-Pacifico: “Palermo on the Pacific Rim: Organised Crime Offences in the Asia Pacific Region”. In quest’area I profitti generati dal traffico di droghe, di armi, di esseri umani, di immigrati clandestini, di fauna, flora e risorse naturali, di opere d’arte e antichità, di veicoli rubati e dall’usura, il gioco d’azzardo e la prostituzione, superano il prodotto interno lordo di molte nazioni. Forte di un bilancio di miliardi di dollari, avverte il rapporto dell’UNODC, intrecciato alla corruzione, al riciclaggio di denaro, all’estorsione, il crimine organizzato è in grado di minacciare e i minare i governi locali, influenzare le politiche nazionali, mettere a rischio i diritti umani basilari.
Per l’ennesima volta dovremmo riflettere sui reali problemi della globalizzazione. Troppo spesso l’analizziamo come fenomeno monodirezionale che dall’Occidente “contagia” il resto del mondo. E non ci accorgiamo che il resto del mondo, spesso fuori controllo, sta esportando un nuovo modello: quello degli economic gangsters.
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La spia che non mentiva
14/08/09 17:02
Qual è la verità? Chi è che dice davvero la verità? Per interrogarsi su tali questioni val la pena leggere The Spy Who Loved Us: The Vietnam War and Pham Xuan An's Dangerous Game, di Thomas A. Bass. E’ la storia di Phan Xuan An, corrispondente di Time durante la guerra del Vietnam, considerato uno dei più acuti analisti del conflitto, confidente degli inviati a Saigon, consulente dei generali e politici sudvietnamiti. E, soprattutto, agente del governo nordvietnamita. Phan Xuan An non fu mai scoperto e la sua vera identità fu svelata solo dopo molti anni. Ma quelle domande non trovano risposta. Perché, a quanto disse, lui non aveva mai mentito a nessuno: le analisi politiche che dava a Ho Chi Minh erano le stesse che scriveva per Time. La sua vita era una bugia, ma lui diceva la verità.
Una notizia piccola piccola
03/06/09 03:36
Un soldato birmano ha violentato e ucciso una bambina di 7 anni. Il soldato non è stato punito. I genitori della bambina sono stati minacciati di punizioni se non avessero accettato un piccolo compenso per la perdita.
E’ accaduto nel dicembre 2008 nel villaggio di Ma Oo Bin, popolato dalla minoranza Karen.
Questa piccola storia è stata ricordata alla presentazione del report sui “Crimini in Birmania” della International Human Rights Clinic della Harvard Law School.
Secondo il rapporto, i documenti delle Nazioni Unite sulla Birmania costituiscono base giuridica per procedere a ulteriori indagini in merito a crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il documento esamina quattro violazioni del corpus internazionale: violenza sessuale, sfollamento forzato, tortura e uccisioni extragiudiziarie.
Clicca qui per scaricare il pdf del rapporto
E’ accaduto nel dicembre 2008 nel villaggio di Ma Oo Bin, popolato dalla minoranza Karen.
Questa piccola storia è stata ricordata alla presentazione del report sui “Crimini in Birmania” della International Human Rights Clinic della Harvard Law School.
Secondo il rapporto, i documenti delle Nazioni Unite sulla Birmania costituiscono base giuridica per procedere a ulteriori indagini in merito a crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il documento esamina quattro violazioni del corpus internazionale: violenza sessuale, sfollamento forzato, tortura e uccisioni extragiudiziarie.
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Storia di Phy
20/05/09 15:04
Le chiedevano se era una spia. Se aveva portato armi ai ribelli. Se aveva avuto l’incarico di parlare di Gesù. Ogni volta che rispondeva di no la picchiavano di più. L’hanno picchiata e stuprata per giorni. Phy è una ragazza di etnia Hmong, una delle minoranze etniche del Laos. Come migliaia di altri del suo popolo si era rifugiata in Thailandia. Ma è stata rimpatriata in Laos. Alla fine è riuscita a fuggire. È tornata nell’unico posto dove poteva sperare di trovare aiuto: il campo profughi. La storia di Phy appare nell’appendice del rapporto presentato da Medici Senza Frontiere, sotto il titolo “I pericoli di essere rimandati indietro”. Dal 2005 MSF è presente nel campo rifugiati Hmong nella provincia di Petchabun, in Thailandia. Ma oggi ha annunciato che sarà costretta a rinunciare alla sua missione se non cesserà la politica di deportazione dei profughi. I Hmong scontano un antico peccato. Negli anni Sessanta e Settanta combatterono contro i comunisti del Pathet Lao e l’esercito nordvietnamita. Una guerra segreta organizzata dalla Cia, finanziata col traffico d’oppio e costata quasi settantamila vite Hmong, guerriglieri e civili. Nel 1975 il loro comandante, il generale Vang Pao, si rifugiò negli Stati Uniti. Alcuni dei suoi fedeli riuscirono a seguirlo. Migliaia fuggirono in Thailandia. Altre migliaia restarono alla macchia portando con sé le famiglie. Di questi ultimi ne sono sopravvissuti circa 1600, nascosti nella giungla del Laos centrale. Vang Pao ha continuato a finanziarli e rifornirli d’armi, sacrificandoli al sogno di una rivolta nel paese. Finché non è stato arrestato in California con l’accusa di voler rovesciare il governo lao. Poco dopo il governo Thailandese ha intensificato il rimpatrio forzato dei rifugiati. I Hmong sono stati sacrificati dai loro ex alleati: vogliono ristabilire rapporti economici e strategici con i paesi con cui erano in guerra quarant’anni fa. Vite di scambio negli equilibri planetari.
La storia degli ultimi Hmong nella giungla Lao in un reportage di Al Jazeera
La storia degli ultimi Hmong nella giungla Lao in un reportage di Al Jazeera
Processi
18/05/09 13:55
«La nozione di libertà individuale, di leggi, di tribunali era abolita». Lo ha dichiarato Kaing Guek Eav, alias Duch, il responsabile del centro di detenzione e tortura dei khmer rossi, che tra il 1975 e il 1979 materializzarono in Cambogia l’inferno terrestre. 
Kaing Guek Eav, alias Duch, durante il processo
Dopo trent’anni Duch è il primo dei khmer rossi a essere giudicato da un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità. Il processo, ripreso oggi a Phnom Penh, è molto discusso. Soprattutto perché esclude dal giudizio gli anni successivi al 1979, quando la Cambogia fu invasa dai Vietnamiti. Dopo di allora e sino al 1998, con la resa dell’ultimo bastione dei khmer rouge, i crimini contro l’umanità continuarono. Ma almeno questo processo c’è, e può essere un primo passo per altri giudizi storici. Quasi nello stesso momento in cui Duch rispondeva alla corte di Phnom Penh, a Rangoon iniziava il processo di Aung San Suu Kyi. Questo, invece, senza un perché. Se non la paranoia dei generali della giunta militare birmana. I mostri continuano a riprodursi e la storia si ripete. Trent’anni fa, per la logica della guerra fredda, l’Occidente continuò a ignorare i crimini dei khmer rossi. Oggi, in nome dei nuovi equilibri planetari, si limita a protestare contro l’arresto di San Suu Kyi e ignora le altre migliaia di detenuti politici. Forse tra trent’anni assisteremo a un processo internazionale in cui qualche esponente della giunta dichiarerà, come Dutch, che la libertà era abolita. Ma probabilmente nessuno comparirà alla sbarra come complice.

Kaing Guek Eav, alias Duch, durante il processo
Dopo trent’anni Duch è il primo dei khmer rossi a essere giudicato da un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità. Il processo, ripreso oggi a Phnom Penh, è molto discusso. Soprattutto perché esclude dal giudizio gli anni successivi al 1979, quando la Cambogia fu invasa dai Vietnamiti. Dopo di allora e sino al 1998, con la resa dell’ultimo bastione dei khmer rouge, i crimini contro l’umanità continuarono. Ma almeno questo processo c’è, e può essere un primo passo per altri giudizi storici. Quasi nello stesso momento in cui Duch rispondeva alla corte di Phnom Penh, a Rangoon iniziava il processo di Aung San Suu Kyi. Questo, invece, senza un perché. Se non la paranoia dei generali della giunta militare birmana. I mostri continuano a riprodursi e la storia si ripete. Trent’anni fa, per la logica della guerra fredda, l’Occidente continuò a ignorare i crimini dei khmer rossi. Oggi, in nome dei nuovi equilibri planetari, si limita a protestare contro l’arresto di San Suu Kyi e ignora le altre migliaia di detenuti politici. Forse tra trent’anni assisteremo a un processo internazionale in cui qualche esponente della giunta dichiarerà, come Dutch, che la libertà era abolita. Ma probabilmente nessuno comparirà alla sbarra come complice.
Urla nel silenzio
12/05/09 09:55
Aung San Suu Kyi, in un certo senso, è quella che sta meglio. Anche se ha trascorso 13 degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari. Anche se soffre di disidratazione e non riesce più a mangiare. Anche se non può essere visitata dal suo medico personale, che è stato arrestato la sera del 7 maggio. Lei sta meglio degli oltre cento attivisti politici birmani in gravissime condizioni di salute rinchiusi in prigioni e campi di lavoro nei più remoti e segreti angoli della Birmania. L’ultimo rapporto della Assistance Association for Political Prisoners li definisce “Silent killing fields”.
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Cuore di Tenebra
09/04/09 12:18
Uno dei più attivi rappresentanti dell’opposizione birmana mi inoltra un comunicato emesso il 9 aprile da un gruppo stanziato nello stato Shan, l’estremo oriente della Birmania. Denuncia i rapidi, distruttivi cambiamenti che si stanno verificando in quella remota regione. Lo riporto integralmente. E’ illuminante. Aiuta a capire quanto le regole morali sono relative in quel cuore di tenebra.
Demand for rubber in China is spurring a scramble to plant trees by the Burma Army, ceasefire groups, and militias. Under the banner of opium eradication, the Yunnan Hongyu Group from China is also establishing rubber plantations by employing forced labor after entire villages were forcibly relocated. However the bulletin confirms UN data that opium cultivation is increasing in Shan State.
“Rubber is being planted on every slope but farmers don’t know what they’ll eat” said Japhet Jakui, the director of the Lahu National Development Organization which authored the bulletin.
Wildlife trafficking is increasing to China and is now operating through Keng Larb, a new hub of trade on the Mekong River. Local Lahu villagers describe a dramatic decrease in the populations of elephants and tigers and the disappearance of gibbons. One hunter interviewed for the bulletin received US$20,000 for a single tiger carcass and skin.
China continues to construct a series of giant dams on the mainstream Mekong while downstream communities anxiously question what impacts will befall them. Unprecedented floods in August 2008 damaged thousands of acres of paddy farms.
Il rapporto completo è visibile sul sito Burma Rivers Network.
Demand for rubber in China is spurring a scramble to plant trees by the Burma Army, ceasefire groups, and militias. Under the banner of opium eradication, the Yunnan Hongyu Group from China is also establishing rubber plantations by employing forced labor after entire villages were forcibly relocated. However the bulletin confirms UN data that opium cultivation is increasing in Shan State.
“Rubber is being planted on every slope but farmers don’t know what they’ll eat” said Japhet Jakui, the director of the Lahu National Development Organization which authored the bulletin.
Wildlife trafficking is increasing to China and is now operating through Keng Larb, a new hub of trade on the Mekong River. Local Lahu villagers describe a dramatic decrease in the populations of elephants and tigers and the disappearance of gibbons. One hunter interviewed for the bulletin received US$20,000 for a single tiger carcass and skin.
China continues to construct a series of giant dams on the mainstream Mekong while downstream communities anxiously question what impacts will befall them. Unprecedented floods in August 2008 damaged thousands of acres of paddy farms.
Il rapporto completo è visibile sul sito Burma Rivers Network.
Una Land Cruiser bianca
29/03/09 05:57
“In sud-est asiatico, per capire qual è il miglior ristorante o albergo della zona c’è un sistema semplicissimo: se davanti ci sono parcheggiate le Land Cruiser bianche di qualche organizzazione umanitaria, allora è il posto giusto”. E’ un consiglio ai viaggiatori scritto qualche tempo fa. Tanto politicamente scorretto quanto vero. Girando per l’Asia questa realtà è evidente. Spesso in modo offensivo.
Altrettanto vero e forse ancor più politicamente scorretto – dipende dai punti di vista - dire che ci sono uomini che compensano questo ennesimo insulto alla disperazione.
E’ stato il caso del dottor Carlo Urbani, che ha “scoperto” la Sars e il 29 marzo 2003 è stato ucciso da quella malattia. Morendo è entrato nell’affollatissimo pantheon degli improvvisi Santi Nazionali. Poi, con altrettanta rapidità, ce ne siamo scordati.
Come lui, in giro per il mondo, ci sono molti altri uomini e donne. Non hanno la vocazione al martirio, non vogliono diventare Santi. Vogliono solo fare il proprio lavoro: aiutare chi ne ha bisogno. Cerchiamo di ricordarli da vivi.
Altrettanto vero e forse ancor più politicamente scorretto – dipende dai punti di vista - dire che ci sono uomini che compensano questo ennesimo insulto alla disperazione.
E’ stato il caso del dottor Carlo Urbani, che ha “scoperto” la Sars e il 29 marzo 2003 è stato ucciso da quella malattia. Morendo è entrato nell’affollatissimo pantheon degli improvvisi Santi Nazionali. Poi, con altrettanta rapidità, ce ne siamo scordati.
Come lui, in giro per il mondo, ci sono molti altri uomini e donne. Non hanno la vocazione al martirio, non vogliono diventare Santi. Vogliono solo fare il proprio lavoro: aiutare chi ne ha bisogno. Cerchiamo di ricordarli da vivi.
Attenzione: pirati
06/03/09 10:19

La Steadfast è una nave cisterna di 149 metri e 10734 tonnellate di stazza, battente bandiera del Commonwealth of Dominica, con un equipaggio di 25 uomini. E’ partita il 18 dicembre dal porto di Palembang, costa orientale di Sumatra, in Indonesia, carica di olio vegetale. Sarebbe dovuta arrivare a Singapore il giorno dopo. Ma il 19 dicembre, alle 05.30 UTC (Tempo Coordinato Universale), si trova in tutt’altra posizione: a 2.20 N e 106.41 E, al centro del vasto tratto di mare tra la Malesia e il Borneo. Il 21 dicembre il Piracy Reporting Centre di Kuala Lumpur emette un avviso segnalando il sequestro della Steadfast da parte di una banda di pirati e la ricompensa di 100.000 dollari per chi ne dia informazioni. Intanto la rotta della nave è costantemente seguita grazie ai segnali del trasmettitore di bordo. Dopo una serie di intercettazioni a vuoto, la Steafdfast è intercettata a sud-est della costa vietnamita dalla marina militare indonesiana. I pirati riescono a fuggire. Nave, carico ed equipaggio sono salvi.
E’ una storia del 2005. Proprio per questo Mr. Chong può raccontarla. Mr. Chong è il responsabile del Piracy Reporting Centre dell’International Maritime Bureau. Da allora storie così se ne sono verificate a centinaia. E le ricerche sono diventate più difficili. I pirati adesso disattivano i trasmettitori.
Nel 2008 gli episodi di pirateria sono stati 293, le navi sequestrate 49, i morti tra gli equipaggi 11, i dispersi, probabilmente morti, 21. Una volta i morti erano di più, dice Mr. Chong. Ora lasciano gli equipaggi su isole deserte. Solo perché con i morti aumenta la pressione internazionale. In questa contabilità rientra il prezzo del greggio: quando scende aumentano gli attacchi. Ci sono meno controlli in mare. E’ come nelle aree residenziali: in quelle di lusso c’è più polizia. Senza contare, dice Mr. Chong, che oltre il 50% degli attacchi non è segnalato. Se sono riusciti a eluderli, i capitani vogliono evitare ritardi e controlli. In caso di sequestro, spesso l’armatore vuole negoziare senza interferenze.
Secondo Mr. Chong, sequestrare una nave è facile. Bastano le armi: si affianca lo scafo, si lanciano i rampini, ci si arrampica sulla murata, si sale in plancia. I mezzi sono diversi, ma l’arrembaggio è quello dei vecchi tempi. Cambia il modo di agire dei pirati. In Asia, quando sequestrano una nave, molto spesso la trasformano. Anche questo non è così difficile, specie se la utilizzano in zone remote come le coste del Borneo. In Africa, invece, non sono così “precisi” dice Mr. Chong. Lascia capire che i pirati somali sono i più pericolosi e i meno controllati.
Mentre parliamo arriva la segnalazione di una nave che ha avvistato un motoscafo con uomini armati a bordo.
Rapporto sulla tratta degli schiavi
16/02/09 15:02
Le donne sono tra le più coinvolte nel traffico di esseri umani. Come trafficanti. Questo il dato più sorprendente del Global Report on Trafficking in Persons presentato nei giorni scorsi dallo United Nations Office of Drugs and Crime (UNODC). Secondo un funzionario dell’UNODC le donne possono gestire meglio la merce principale di questo traffico: altre donne, vendute per il sesso. Ben più preziose degli uomini, impiegati come forza lavoro.
Il rapporto sottolinea che, nonostante il considerevole aumento degli arresti e la sempre maggiore repressione, il numero dei trafficanti impuniti è “immenso”.
“Il traffico di esseri umani resta uno dei business a più alto profitto e minor rischio” ha detto Gary Lewis, rappresentante dell’UNODC per l’Asia Orientale e il Pacifico. Per combatterlo bisogna prendere coscienza del problema. A cominciare dall’uso dei termini. “Traffico di esseri umani” può rivelarsi equivoco. Quello che lo descrive meglio è schiavitù.
Il rapporto sottolinea che, nonostante il considerevole aumento degli arresti e la sempre maggiore repressione, il numero dei trafficanti impuniti è “immenso”.
“Il traffico di esseri umani resta uno dei business a più alto profitto e minor rischio” ha detto Gary Lewis, rappresentante dell’UNODC per l’Asia Orientale e il Pacifico. Per combatterlo bisogna prendere coscienza del problema. A cominciare dall’uso dei termini. “Traffico di esseri umani” può rivelarsi equivoco. Quello che lo descrive meglio è schiavitù.
Il kalashnikov: madeleine o Coca Cola?
19/01/09 20:09
“L’odore dei fucili, dovendo pulirli, l’odore dell’olio dei kalashnikov è come quello di cui si parla in Apocalypse now a proposito dell’odore del napalm al mattino. Se non siete stati in guerra non potete capire quello che voglio dire. Non avete mai annusato quell’odore…”. Parola di Nassim Nicholas Taleb, operatore di borsa e filosofo, autore del best seller Il Cigno nero, ossia “come l’improbabile governa la nostra vita”. Quel ricordo dell’odore dell’olio dei kalashnikov fa parte di un’altra vita, di quando era un giovane miliziano cristiano nella guerra in Libano. E’ la sua madeleine. Per il reporter Michael Hodges il kalashnikov è come la Coca Cola. Lo definisce così, “la Coca Cola delle armi” nel libro AK 47, the story of a gun. E’ un marchio globale e come tale “è privo di morale o regola etica, il puro simbolo di una scelta di vita”. Alla fine il kalashnicov è una metafora dei punti di vista: “the gun is who I am”, dicono in Iraq.