L'ho visto coi miei occhi

“La prima cosa che ho visto sono stati i soldati e i poliziotti che picchiavano la gente con bastoni elettrici…Poi che arrestavamo i dimostranti e li caricavano su un camion”
“Ho visto che sparavano sulla gente”.
“Ho visto sino a trenta persone chiuse in una cella di tre o quattro metri quadrati. Non potevano sedersi e dovevano stare in piedi notte e giorno. Le celle non avevano un water ma i prigionieri non potevano uscire dalle celle. Quindi dovevano evacuare là dentro. Da mangiare gli davano una ciotola di riso al giorno. Molti venivano picchiati”.
Sono stralci di tre delle 203 dichiarazioni di testimoni oculari degli abusi delle forze di sicurezza cinesi e dei gruppi paramilitari (tutti rigorosamente di pura etnia Han) compiuti in Tibet durante le proteste del 2008 e nei due anni seguenti. Sono state raccolte in un rapporto dell’organizzazione indipendente Human Rights Watch.
Il rapporto denuncia le violenze compiute contro donne, ragazzi, monaci e monache che si radunarono a Lhasa nel marzo del 2008 e che restarono in gran parte ignote. Secondo gli autori “le violazioni dei diritti umani sono state molto più gravi di quanto si potesse supporre”. Ma soprattutto
denunciano che “le violenze, le sparizioni, gli incarceramenti e le persecuzioni degli oppositori e delle loro famiglie continuano”.

Leggi il rapporto.
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Uomini, mezzi uomini...

Facciamo il gioco di Don Mariano, proviamo a suddividere gli uomini come fa quel vecchio Padrino ne Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia.

“Quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

Come prima regola il giocatore deve mettere in gioco se stesso. Poi si può procedere. Jon Krakauer, il giornalista-scrittore noto per i libri-reportage come “Aria Sottile” e nelle “Terre Estreme”, si presta al gioco e si colloca tra i mezzi uomini o addirittura tra i “quarter men”, intendendo la metà di un mezzo uomo, ma forse pensando inconsciamente ai quarterback del football americano, tanto per mitigare i suoi limiti (il quarterback, in realtà, è l’Uomo più importante in campo).
Per Krakauer gli Uomini sono quelli come i protagonisti dei suoi libri. Specie l’ultimo: Pat Tillman, un campione di football che decise di partire volontario per l’Afghanistan. Dove venne ucciso dal “fuoco amico”. La sua storia è raccontata nel libro Dove gli uomini diventano eroi.
«Era un equilibrista tra gli opposti. Era pieno di contraddizioni e di dubbi ma li accettava. Riusciva a controllarli. Una volta scelta una via, la seguiva sino in fondo» mi dice Krakauer. Che poi cita Emerson: “Fai sempre quel che hai paura di fare”.
Come si vede è un gioco che può diventare molto pericoloso. Non si tratta di un rischio fisico. «Rischiare è facile, specie quando sei giovane» dice Krakauer, che lo ha fatto spesso e sull’Everest stava per concludere la sua avventura umana. Il pericolo vero è la confusione etica, il cedere all’hubris, perdersi in quel teatro delle ombre dove l’onore, il coraggio sono le maschere dell’arroganza, dell’egoismo. Dove gli uomini vorrebbero essere tali ma poco a poco scivolano nelle categorie inferiori. Quello che, secondo Krakauer, è accaduto al generale McChrystal, “uomo dalle capacità eccezionali, pronto ad aggirare le regole per ottenere risultati”, ma che si è lasciato contaminare dall’hubris sino al punto di insabbiare l’inchiesta sulla morte di Tillman per ambizioni personali.

È un gioco ancor più pericoloso per coloro che di quegli Uomini raccontano le storie: si muovono in territorio pieno d’insidie, dove bisogna costantemente camminare sul filo, in bilico tra demoni e suggestioni, dove è facile cadere nel moralismo e ancor più cedere all’eccesso. Come ha scritto Nietzsche: "Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro".

Accade così anche a Sebastian Junger, altro scrittore di reportage americano, noto soprattutto per La Tempesta Perfetta. Il suo ultimo lavoro è Restrepo, operazione multimediale che racconta in diretta un anno di vita di un plotone di soldati americani in un remoto avamposto afgano. Un lavoro potente, epico, di straordinaria complessità. Un’opera in cui si manifesta quello che il filosofo James Hillman ha definito un terribile amore per la guerra, dove ci si spinge dentro “lo stato marziale dell’anima”. Ecco perché Junger è stato accusato di scrivere della guerra “come se fosse una tempesta in mare, una forza della natura che si diffonde nel mondo per mettere alla prova la forza, il coraggio e l’intelligenza degli uomini. Una visione della guerra totalmente apolitica, una condizione senza tempo dell’uomo”.

Junger, ancor più di Krakauer, si presta a interpretazioni contraddittorie, addirittura inquietanti. Ma in entrambi danno prova di un giornalismo totale, senza se e senza ma. Alla fine né Krakauer, né Junger, né i loro mille volti dell’eroe possono essere incasellati nel gioco di Don Mariano. Forse è questa la vera soluzione del gioco. Non giocarlo.




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Scusa Thailandia

La censura thailandese ha proibito la diffusione di un video dal titolo “Scusa Thailandia”. Secondo la commissione, il video, che presenta scene della rivolta del maggio scorso, potrebbe innescare nuovi disordini e scontri tra le fazioni.
Il primo ministro thai Abhisit Vejjajiva, invece, ha chiesto di revocare il bando, giudicando il video per quello che appare: una dichiarazione di corresponsabilità da parte di tutti, la rappresentazione di vizi nazionali.
Il suo è un segnale forte, che sembra dimostrare la volontà nel procedere nel progetto di riconciliazione nazionale, e soprattutto, di un cambiamento profondo nella cultura e nella società.
Purtroppo è ancor più forte il segnale della censura, che sembra ispirato a una superiore volontà di far apparire il paese come un irreale “Regno del Sorriso”.
Se prevarrà questa linea, forse bisognerà chiedere scusa alla Thailandia altre volte ancora.

Il video censurato

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Aspirasians

Il bambino di strada di Mumbay che scappa dal riformatorio, salva un neonato da un cane che voleva sbranarlo e si mette in cerca della madre. I problemi di una giovane donna giapponese divorziata che torna al suo villaggio con il figlio. Le storie di tre taxisti di Pechino, tra ricordi della rivoluzione culturale e aspirazioni da imprenditori. Lo strano percorso di un palestinese che da lavapiatti in un ristorante giapponese cerca di diventare lottatore di sumo. Come la musica e la danza posso aiutare un gruppo di filippini in campo di rieducazione dalla rabbia. Sono i protagonisti, le vicende dei film presentati a Hong Kong nella rassegna della Asia Society Summer Film Series. Sono le storie degli Aspirasians, coloro che cercano di entrare o vivono ai margini della nuova Asia, quella che dovrebbe controllare il futuro planetario. Ma che per riuscirci dovrà prima fare i conti con centinaia di milioni di Aspirasians.
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Il Grande Elefante Bianco

Il quotidiano birmano filogovernativo “New Light of Myanmar” ha annunciato che un raro esemplare di elefante bianco, una femmina di 38 anni, alta oltre due metri, è stato catturato a Maungtaw, nello stato di Rakhine. Alcuni analisti hanno sottolineato il fatto che per i birmani l’elefante bianco rappresenta un simbolo di cambiamento politico, collegandolo alle prossime elezioni, annunciate per ottobre.
Per altri, più addentro gli esoterismi della giunta birmana, la notizia assume un significato più inquietante.
Secondo un rapporto di Democratic Voice of Burma, infatti, il governo birmano starebbe sviluppando un programma segreto per realizzare armi nucleari e missili balistici: un “Grande Elefante Bianco”, simbolo magico di potere e di potenza. C’è da sperare che il progetto resti un simbolo. Ma potrebbe materializzarsi come uno dei peggiori mostri che popolano l’immaginario asiatico grazie alla collaborazione della Corea del Nord.
Il vero mistero di questa ennesima follia della giunta birmana non è nella possibilità che realizzi armi di distruzione di massa, bensì nel motivo. Per un dissidente esule a Bangkok è la prova che i generali sono un gruppo di psicopatici che vivono nell’incubo di un’invasione. Per altri è una manovra pilotata dai coreani. Secondo altri ancora fa parte di una strategia molto più complessa per ottenere un predominio nell’area. Intanto i nuovo aerei riservati ai leader massimi della giunta sono anch’essi stati battezzati “Elefante Bianco”.



Per vedere il documentario completo della DVB clicca
qui.

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Droga in via di sviluppo

L’uso di droghe nei paesi economicamente avanzati è stabile. In aumento nei paesi in via di sviluppo, dove sono sempre più diffuse le metamfetamine. E’ un’informazione del World Drug Report 2010, realizzato dall’UNODC, lo United Nations Office on Drugs and Crime. Il fattore più impressionante che emerge dal rapporto è che la produzione, il traffico e il consumo di droghe sono ormai quasi indistinguibili, sia nelle forme di marketing sia finanziarie, da quelli di altri prodotti di largo consumo. La droga sta diventando una metafora del mercato globale.
L’altro fattore è proprio l’aumento dell’uso di metamfetamine nei paesi in via di sviluppo. Chiunque abbia chiacchierato con un tassista di Jakarta, un muratore di Shanghai, un’operaia nelle fabbriche tessili sparse in tutta l’Asia capisce perfettamente perché. Gli stimolanti sono indispensabili per sostenere i ritmi di lavoro.
Per il download completo del rapporto (PDF:14.6MB) clicca qui.
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I Dannati della Terra

Il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il rapporto 2010 sul traffico di esseri umani.
Secondo il rapporto nel mondo ci sono 12.3 milioni di uomini donne e bambini costretti al lavoro forzato o alla prostituzione, con un guadagno di 32 miliardi di dollari annui per i trafficanti. In molti casi le vittime sono letteralmente rapite o ridotte in schiavitù. Nella maggior parte dei casi sono costretti a vendersi per sfuggire a persecuzioni etniche, guerre, condizioni di vita subumane.
Il che significa che la cifra iniziale andrebbe moltiplicata almeno per 10 per avere un ordine di grandezza più realistico di quanti davvero sono i dannati della terra.
Per il download completo del rapporto (PDF:22MB) clicca qui.



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Buon Compleanno, Signora

Oggi Daw, la Signora, Aung San Suu Kyi leader e simbolo dell’opposizione birmana, compie 65 anni. Negli ultimi venti ne ha trascorsi dodici agli arresti. Lo è tuttora.
A questa splendida Signora, quindi, auguriamo 100 giorni diversi da questo. Che anche per lei si compia il destino di Nelson Mandela. Magari senza dover aspettare tanto quanto il patriarca sudafricano.
Per la ricorrenza la BBC le ha dedicato un documentario tutto da ascoltare: Freedom From Fear, dal titolo del suo libro più famoso (in italiano Liberi dalla paura), nonché di una sua magnifica lettera. Quel libro in Birmania è proibito e può costare molto caro farselo trovare. Ma c’è sempre qualcuno che lo chiede come il dono più prezioso.
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Per ascoltare il documentario della BBC clicca qui.
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Il Caro Estinto

Ogni volta che s’incontra un rifugiato birmano si entra immediatamente in un’altra dimensione. Tutti i parametri del nostro modo di essere sono scardinati.
La vita, ad esempio, nel senso di storia individuale. Per ognuno di loro comprende sempre un periodo di carcere. Due, cinque, sette, dieci, anche vent’anni di prigione sono citati come parte inevitabile dell’esistenza.
La morte, ad esempio, nel senso che pochi possono permettersi una degna cremazione.
Ogni volta che s’incontra un rifugiato birmano, poi, si scoprono nuove follie, quasi sempre orribili. A volte buone. Come la Free Funeral Services Society, che fornisce servizi funebri gratuiti.
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Quinto Potere

Il quarto potere è morto. Viva il quinto. I media tradizionali sono stati sostituiti da Facebook, Twitter, dai social network e da una galassia di blog. I giornalisti professionisti sono rimpiazzati dai citizen journalist: ognuno può comunicare ciò che pensa, vede e riprende grazie a telefonini, video e fotocamere digitali.
Ma il quinto potere è davvero meglio del precedente? Certo, quello era spesso impreciso e di parte. Ma il nuovo “giornalismo partecipativo” è ancor meno obiettivo, molto più impreciso, in toni e forme che spesso confondono la situazione, rendono indistinguibili le informazioni dalle opinioni.
La vera differenza tra i due poteri sta nel concetto di base. Le informazioni trasmesse dai nuovi media sono tali in senso informatico: enormi quantità di bit, di dati diffusi on line. Ma non lo sono nel senso semantico, ossia mezzo di conoscenza e formazione.
Bisognerebbe cominciare a distinguere: il mezzo non è il messaggio. Blog e social network non sono giornalismo. Sono fonti di opinioni, di idee, di impressioni senza alcun controllo, spesso comunicate da chi non ha alcuna preparazione su ciò che scrive. In molti casi sono il mezzo per esprimere una forma di autoaffermazione.
In alcuni casi, ne sono esempio la Birmania, il Tibet o l’Iran, il citizen journalist è stato l’unico testimone possibile. Ma in molti altri, la maggioranza, ha solo contribuito ad alimentare crisi, a confondere le idee, raccontando storie osservate da lontano e non verificate. A morire sul campo dell’informazione sono ancora i giornalisti professionisti.
Il fenomeno è ancor più evidente quando i blogger vogliono raccontare e spiegare il mondo. Diari di viaggio equivalenti alle proiezioni di filmini delle vacanze assumono la valenza di guide, se non di saggi geografici o antropologici. Tramite i Google Alert attivati per tutti i paesi del sud-est asiatico, ad esempio, scopro “templi sepolti nella giungla”, “mercati pittoreschi”, “vegetazioni lussureggianti”, “città di contrasti”, “atmosfere esotiche”. Vengo illuminato sulla globalizzazione che appiattisce il mondo, sui valori culturali che scompaiono. Insomma sono informato da una serie di luoghi comuni, scoperte già fatte, considerazioni di sequispedale banalità. Solo perché qualcuno è andato da qualche parte e vuole comunicarlo al mondo, affermando così la propria identità di vero viaggiatore o di travel writer.
E’ un’opinione che suona interessata, di un giornalista che pretende di essere uno dei pochi autorizzati a scrivere su questi temi. E’ assolutamente vero. Perché sono anni che vivo in questa parte di mondo, ne studio la storia e la cultura, ne analizzo problemi e politiche. E finalmente ho capito che non posso capire. Il che è un enorme passo avanti rispetto a tutti quelli che hanno capito tutto.

Un articolo sul tema (© - FOGLIO QUOTIDIANO).



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