Il Grandissimo Gioco

Il nuovo scenario del Grande Gioco, in versione molto più ampia e complessa, è il Mar della Cina. Il termine Grande Gioco – tornato in auge con un saggio di Peter Hopkirk – definisce lo strisciante conflitto, caratterizzato soprattutto dall'attività delle diplomazie e dei servizi segreti, che contrappose Gran Bretagna e Russia in Asia Centrale nel corso del XIX secolo.
Quello attuale ha una dimensione immensamente più ampia: 3.5 milioni di chilometri quadrati d’oceano, che molti analisti hanno già definito il teatro, reale o virtuale, della terza guerra mondiale. I giocatori principali sono Cina e Stati Uniti, con la partecipazione, in vario grado e forma, di Vietnam, Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore e Brunei, nonché di Giappone, Taiwan e Corea. La posta è il controllo strategico dell’area, delle sue risorse minerarie, delle sue vie di comunicazione. Quelle acque sono intersecate dalle cosiddette Sea Lines of Communication, le linee marittime di comunicazione da cui Pechino dipende per i rifornimenti di greggio e materie prime dall’Africa e dal Medio Oriente.
Per complessità del problema e il numero di partecipanti, in effetti, più che di Grande Gioco bisognerebbe usare la definizione che gli davano i Russi: il Torneo delle Ombre.
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Su questo scenario si sono sviluppate trame d’ogni genere, reportage, cronache, romanzi, saggi, trattati di strategia. Uno degli ultimi è Red Star over the Pacific: China’s Rise and the Challenge to US Maritime Strategy, di James Holmes e Toshi Yoshihara.
Ma uno dei documenti più interessanti, anche nella sua apparente semplicità, è l’articolo pubblicato sulla US Naval War College Review da Andrew Erickson, Abraham Denmark e Gabriel Collins: Beijing’s ‘Starter Carrier’ and Future Steps: Alternatives and Implications.

Ne pubblichiamo una prima parte (compresa la mappa in questo post) per gentile concessione di Andrew Erickson, che lo ha originariamente pubblicato sul suo sito.
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"Alle 05.40 ora locale di mercoledì 10 agosto 2011, più di ottant’anni dopo che l'idea originaria era stata avanzata, la prima portaerei cinese, nascosta dalla nebbia e sotto stretta sorveglianza, è salpata da un molo di Dalian, nel porto di Xianglujiao, nella provincia nordoccidentale di Liaoning, per iniziare le prove in mare nel golfo di Bohai e nel Mar Giallo.
Questa è stata un’altra occasione per la Cina di celebrare la sua ascesa come grande potenza. Dal giorno del varo la nazione arde d’orgoglio patriottico per l’obiettivo raggiunto. Il Maggior Generale Luo Yuan, vice segretario generale della Società Cinese di Scienze Militari, ha dichiarato: “Chi ben comincia è a metà dell’opera… Il senso di avere qualcosa è completamente diverso da quello di avere nulla".
Sono già in fase avanzata i piani per celebrare questa nuova era di potenza marittima cinese e ricavarne anche profitto. Tianjin, una delle quattro municipalità della regione, prevede l'apertura del primo hotel-portaerei cinese, ricavato dalla Kiev, un tempo punta della flotta sovietica del Pacifico e ora al centro dell’
Aircraft Carrier Tianjin Binhai Theme Park. Un’ammiraglia cinese del calibro della Kiev è ancora da venire, ma Pechino ha fatto il primo passo e sta già godendo i frutti del nuovo potere, in patria e fuori. Prima che gli strateghi stranieri comincino ad andare in affanno su “l’inizio della fine”, tuttavia, è necessario prendere fiato.
La crociera inaugurale della prima portaerei cinese è iniziata dopo sei anni di lavori ed è durata solo quattro giorni. La nave – acquistata dall’Ucraina ancora incompleta nel 1998 – è di utilità militare molto limitata. Serve soprattutto a conferire prestigio a una nascente superpotenza, aiuta i cinesi ad approfondire le tattiche base della forza aeronavale e proietta un’immagine di potenza militare forse e soprattutto contro i più piccoli vicini alla periferia del Mar Cinese Meridionale. Questo non è l'inizio della fine, è la fine dell'inizio.
Per realizzare le sue ambizioni future, la Cina ha dovuto cominciare da qualche parte. Verso la fine del 2010 è venuto a mancare l'ammiraglio Liu Huaqing, padre della moderna marina militare cinese. Liu aveva cercato di sviluppare la marina, da iniziale forza da "acque verdi" costiere, a una successiva, possibile marina da “acque blu”, in grado di estendere il raggio d’azione regionalmente se non globalmente. Liu aveva precisato che lui non era la versione cinese di
Alfred Thayer Mahan, ma il suo concetto di "difesa dei mari vicini" era piuttosto paragonabile alla visione di Mahan sulle necessità strategiche della marina statunitense (ad esempio, il controllo del Golfo del Messico, i Caraibi, Panama e le Hawaii). La chiave per la realizzazione del progetto di Liu era una portaerei. Si ricorda ciò che disse nel 1987: «Anche dopo morto i miei occhi si chiuderanno solo dopo aver visto una portaerei cinese». Ora l’Ammiraglio Liu può chiudere gli occhi.
In gran parte della regione Asia-Pacifico, come tra gli analisti di strategie asiatiche negli Stati Uniti, si è acceso il dibattito sulle implicazioni dello sviluppo di portaerei cinesi.
L'ammiraglio Robert Willard, a capo dell’U.S. Pacific Command, nell’aprile 2011 ha dichiarato di non essere “preoccupato" che la prima portaerei cinese prendesse il mare, ma ha ammesso che “in base alle reazioni dai nostri partner e alleati nel Pacifico, ritengo che il cambiamento nella percezione da parte loro sarà significativo"
Il generale di brigata australiano John Frewen sostiene che "le non intenzionali conseguenze delle portaerei cinesi rappresentano la maggiore minaccia per l'armonia regionale nei prossimi decenni".
L’ex direttore dell’Intelligence militare del ministero della difesa giapponese Japan Defense Agency, l’Ammiraglio in pensione Fumio Ota, afferma che "I dibattiti sulla prima portaerei cinese. . . segnano l'inizio di un’ importante transizione nella strategia navale…Le portaerei forniranno a Pechino enorme potenzialità e flessibilità. Una portaerei cinese potrebbe rappresentare una seria minaccia all’integrità territoriale del Giappone…La nuova portaerei cinese aumenta le sua possibilità tattiche e le sue opportunità di ampliare il raggio d’azione strategico. Altri paesi della regione dovrebbero essere preoccupati".
Eppure, mentre nella regione Asia-Pacifico si dibattono molto le implicazioni della portaerei cinese, dovrebbe essere poco sorprendente che una portaerei cinese sia finalmente riuscita a salpare. Ciò che è più sorprendente riguardo il programma di una portaerei cinese, infatti, è che ci abbia messo tanto tempo a realizzarsi.
Dato che le voci su una portaerei circolavano nella comunità strategica cinese da decenni, avrebbe dovuto essere chiaro in tutta la regione che prima o poi si sarebbero avverate.


Aggiornamento post lettura: pochi giorni fa il Presidente cinese Hu Jintao ha comunicato che il personale della marina cinese deve “intensificare i preparativi per azioni di guerra”. In altre traduzioni la parola “guerra” è sostituita da “combattimenti” o “impegni militari”. Diretti contro chiunque minacci la sovranità nazionale sul Mar della Cina.
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Tre uomini in barca

...Ma non è una storia divertente. Quei tre uomini sono gli ultimi membri dell’equipaggio del Magellanic, ennesima nave fantasma al largo delle coste thai.
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Non ricevono la paga da mesi, non hanno soldi per mangiare, sopravvivono pescando, non possono sbarcare perché il visto per la Thailandia è scaduto. Sono tre marinai filippini ma, a quanto pare, né l’ambasciata né il consolato intendono provvedere al loro rimpatrio.
La faccenda non sembra riguardare nemmeno le autorità panamensi, stato di cui la Magellanic batte bandiera.
La società armatrice greca e il suo agente di Manila non danno segno di vita.
Tutto ciò lo riferisce l’unica persona che si preoccupa di quegli uomini, una donna di cui s’è già parlato in questi Bassifondi: Apinya Tajit, della sede locale dell’Apostolato del mare.
Mi trasmette una serie di mail da cui emerge una sola, surreale verità: che quegli uomini sono intrappolati in una rete inestricabile di cui non si riesce a trovare il bandolo.
La Magellanic è una di quelle navi che navigano in un oceano senza nome.
Questa non è una storia divertente e forse non interessa nessuno.
Ma Apinya spera che scriverne possa essere utile.
Non ci credo, ma l’ho fatto.

Messaggio da una nave fantasma..Aiuto...Vogliamo tornare a casa
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“Libero Flusso”: questo il tema annunciato per il Bangkok Design Festival. Suona ironico, quando la Thailandia è stata colpita da un’inondazione disastrosa,
non ancora conclusa, specie nelle sue potenziali, ancor peggiori conseguenze.
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Ma il Flusso di quel Festival vuole proprio opporsi a quello che ha devastato il paese. Accade già, con la forza dell’intelligenza e della creatività, nella mostra allestita al Bangkok Art and Culture Centre. S’intitola “Let’s Panic”: di grande impatto, spettacolarizza in positivo come sopravvivere in un paese monsonico. Ma soprattutto rappresenta l’essenza del pericolo, interno ed esterno.
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Questi, dunque, sono flussi di coscienza che s’intersecano nel caos, che, pur tra le catastrofi, generano energia e formano una corrente d'apparenti coincidenze.
Così, dopo i flussi d’innovazione che scorrevano a Singapore, ecco quelli di Bangkok. Che inevitabilmente si collegano l’un l’altro. Ecco che la copertina di art4d, rivista d’arte, architettura e design che intitola il suo ultimo editoriale “Free Flow…”, è dedicata a Gaia Scagnetti. E’ una giovane ricercatrice italiana, specialista di “information design”, docente alla facoltà d’architettura della Chulalongkorn University di Bangkok, che ha appena concluso un’esposizione sulle interrelazioni umane, sui flussi di reciproca conoscenza.
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Parlando con lei, forse per la sua formazione in scienza della complessità, si scopre la "bellezza" del collasso di questa megalopoli, che non diventa altro né sull’onda della globalizzazione né delle piogge, ma metabolizza e rigenera i flussi, dà un'estetica al caos.
All’apparenza è davvero tutto complesso. Lo è è davvero. Ma così ci si può distacca dall’ineluttabile logica lineare dell’Occidente. In effetti, qui i flussi non scorrono, ma formano un vortice che ti trasporta in un’altra dimensione.
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Il viaggio del Naga

Bangkok: mattino di sole. Nella piscina condominiale c’è gente che fa il bagno. Nelle terrazze dei grand hotel bordo fiume, gli ospiti fanno la prima colazione. Sulla corrente passano i longtail boat, le barche lunghe e strette oggi utilizzate soprattutto dai turisti.
Sei tentato di restare nel tuo appartamento all’ultimo piano di un condominio sul fiume. Come un eremita metropolitano. A scrivere, distraendoti ogni tanto in piscina, o osservando il panorama dall’alto. Il tempio cinese di fronte ha un aspetto curioso: si vede solo il tetto a pagoda e parte delle colonne decorate da draghi che lo sostengono.
Perché Bangkok è in gran parte sommersa dall’acqua. Come circa 15.000 chilometri di Thailandia. Le conseguenze economiche sono catastrofiche. Peggiori ancora quelle umane e sociali. Ma dipende da dove le osservi: dall’alto appaiono molto lontane, parte di un mondo che non è il tuo.
Se però scendi in basso e ti allontani solo di poco dal tuo piccolo mondo, ti accorgi che la terra non c’è più. Molte strade sono diventate canali, mercati, case, negozi sono allagati. I piccoli supermercati hanno gli scaffali vuoti, i vaporetti che collegano gran parte della città hanno sospeso il servizio. I passeggeri non saprebbero dove sbarcare. Tutto questo, molto vicino a te.
Allora s’insinua un sottile timore. Che il tuo piccolo mondo, nel prossimo futuro, ore o giorni, si trasformi in una specie di prigione. Da cui prima o poi dovrai uscire per cercare cibo e acqua. Forse, non avrai più luce. Scoprirai quant’è duro scendere e salire per trentuno piani.
E’ un’ipotesi da film catastrofista. Eppure il dubbio ti viene. E allora hai l’immediata, profonda percezione delle fragilità di un sistema globale. Dove le cause più profonde dei disastri sono da imputare a una gestione sacrilega della natura.
Poi pensi all’ancor maggiore fragilità del sistema asiatico, troppo frettolosamente indicato quale protagonista di un nuovo secolo che dovrebbe segnare il tramonto dell’Occidente. Qui i grattacieli sono spesso un’esibizione di potere più che un segno di vero potere. E’ quasi un paradosso che il peso stesso dei grattacieli di Bangkok contribuisca al suo sprofondamento.
Qui il fattore umano è troppo spesso marginale: le disuguaglianze sociali e il degrado moltiplicano i rischi. Ma poi scorreranno via con l’acqua.
Infine, ma solo perché ci vuole tempo per metabolizzarla con molta sgradevolezza, ti rendi conto della tua fragilità. La maggior parte dei thai che s’incontrano, di fronte alle loro case allagate, alle botteghe devastate, sorridono. «Mai pen rai» dice qualcuno, con un’espressione di rassegnata tranquillità.
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Se paragoni le tue ansie al loro atteggiamento, il risultato è sconfortante. Vedi i tuoi vizi, le tue debolezze, il tuo distacco dalla realtà.
Da tempo non credo alle coincidenze. Ora me lo conferma il Naga, il serpente a sette teste che nella mitologia asiatica rappresenta lo Spirito delle Acque. Che può rivelarsi tanto benevolo quanto vendicativo e devastatore. Proprio in questi giorni sto traducendo un libro dello scrittore thai Tew Bunnag intitolato Il viaggio del Naga (dovrebbe uscire in italiano nel 2012 per l’editore Metropoli d’Asia). Il Naga, in forma di una disastrosa inondazione che sconvolge Bangkok infrangendo tutte le sue fragilità e di coloro che ci vivono - «Fragile non significa che è debole, significa che si rompe facilmente» precisa Bunnag – è il personaggio latente di quel romanzo.
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Intanto è passato un altro giorno. In piscina, una coppia si gode la brezza. I ristoranti sono illuminati. Almeno qui, il caso e il caos restano ancora sotto la superficie del fiume. Come il Naga.

Un video thai (sottotitoli in inglese) che spiega, al modo thai, che cosa e perché sta succedendo. A modo suo è efficace.



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Flussi

Mi sono arenato su una nave fantasma. Nel frattempo la storia si è risolta. I marinai sono stati pagati. Forse anche perché quell’ultimo post è stato usato come minaccia.
Intanto, in pochi mesi di ritorno a ovest, il tempo è trascorso senza che altre storie apparissero su Bassifondi. Non che in Occidente non ce ne siano. Anzi, i bassifondi si espandono, diventano una palude dove le idee stagnano, marciscono. E’ come se nell’aria ci fosse una specie di blocco che paralizza le idee. Come se le menti fossero troppo impegnate a ragionare solo pro o contro qualcuno o qualcosa. Tutto inevitabilmente viene ricondotto a ciò. Come un labirinto che ha molte vie d’ingresso e l'uscita dev'essere ancora aperta.
Ma ora basta. Sono tornato a est. Non che in Oriente non ci siano crisi. Anzi, molto spesso, in questa parte di mondo assumono dimensioni catastrofiche, bibliche. E oltre le immagini dello sviluppo restano cupe zone d’ombra. Solo che qui ci si sente dentro un flusso, una corrente d’idee, si percepiscono orizzonti più lontani e c’è la curiosità e il desiderio di scoprirli.

Accade, ad esempio, che in una piccola galleria d’arte di Bangkok sia allestita una mostra in cui artisti indiani di religione hindu, musulmana e cristiana interpretano il Ramayana. Secondo il curatore indo-americano, Siddharta V. Shah, è un modo di materializzare gli archetipi junghiani, superare il contrasto tra cultura e religione. Forse, ma intanto accade.
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A Singapore, poi, si materializzano megaprogetti che modificano i concetti stessi dell’urbanistica, come i Gardens by the Bay.
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Ma si scoprono anche commistioni artistiche meno evidenti seppure di grande impatto. Come le stupende opere calligrafiche della Francese Fabienne Verdier, esposte alla Art Plural Gallery.
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Allora, alla fine, viene da sperare anche per l’Occidente. Speriamo nei flussi, per riprendere a navigare.

teaser : fabienne Verdier : flux: un film de philippe chancel from philippe chancel on Vimeo.


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La nave fantasma

C’è una nave fantasma. Un vecchio tramp steamer arrugginito, una di quelle navi che vanno dove trovano merci da caricare. Da mesi arranca nelle acque del sud-est asiatico aspettando un carico.
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Adesso è ancorata al largo di una lunga spiaggia che delimita una grande città. Dalla spiaggia, chi la osserva la vede come un elemento del panorama. Di notte si distingue solo qualche luce tremolante di un fuoco acceso in coperta.
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Anche gli uomini dell’equipaggio sono fantasmi. Anche loro sono tramp, vagabondi che si sono venduti per una paga di due dollari il giorno.
Da bordo guardano la costa, la spiaggia, la città. Vorrebbero sbarcare, sentire la sabbia, passeggiare tra quei palazzi, mangiare in uno dei locali di cui vedono le luci colorate. Magari avere una donna.
Ma non possono farlo, devono restare fantasmi. Se scendessero a terra, diventerebbero uomini. Anzi, sottouomini senza identità legale. Sarebbero messi in prigione e probabilmente ci resterebbero a lungo. Nessuno li rimanderebbe a casa. E perderebbero tutto quel poco che devono avere.
Ecco perché restano a bordo, fantasmi ammalati, affamati, disperati. Attendono che l’armatore li paghi, li faccia tornare a casa. Intanto sopravvivono pescando qualcosa.
C’è solo una donna, in carne e ossa lei, che può aiutarli. Lavora per organizzazioni di assistenza e tutela dei marinai. Ha portato a bordo acqua e riso e anche qualche barretta di cioccolato. E una scheda telefonica. Lei è la sola persona che può proteggerli da Mr. Lu, l’armatore. Un altro fantasma, ma cattivo. Non si fa vivo, se non con qualche messaggio al comandante. Vuole convincerlo a spostarsi altrove, dove potranno riparare la nave e ripartire con un nuovo carico. Ma in quelle acque non ci sarebbe più alcuna possibilità di aiuto esterno, di controllo. Senza contare che, per raggiungere altre coste, la nave potrebbe sparire su alti fondali.
Per ora quella donna e l’equipaggio sperano ancora che l’armatore si decida a pagare. Se non lo facesse, l’ultima alternativa sarebbe denunciarlo per traffico di esseri umani. In quel caso gli undici uomini a bordo della nave sarebbero rimpatriati. Ma tornerebbero a casa senza un soldo.

Questa è solo una delle tante storie di navi abbandonate, di equipaggi traditi, rimpiazzati da altri disperati. In questa storia non si citano nomi o nazioni, non appaiono sigle o bandiere. Perché ancora può andare a finir bene. Se dire bene ha un senso.
Intanto si sono concluse o stanno accadendo molte altre storie. Ci sono uomini che lavorano come schiavi sui pescherecci, quelli che scompaiono nel nulla. Nelle splendide acque del sud-est asiatico ci sono molte zone d’ombra.





Link.
The International Maritime Organization
The International Committee on Seafarers' Welfare
International Transport Workers' Federation
Apostleship of the Sea



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Isterie

La vittoria di Yingluck Shinawatra alle elezioni thailandesi ha suscitato anche le reazioni delle femministe locali. Al contrario di molte donne thai, sono riluttanti a considerarla un successo sulla via dell’uguaglianza.
"Come possiamo essere orgogliose? Tutti sanno che è merito di Thaksin” ha dichiarato all’agenzia AFP Sutada Mekrungruengkul, direttrice del Gender and Development Research Institute of Thailand.
In effetti, il successo di Yingluck è in gran parte dovuto al fatto di essere la sorella minore di Thaksin Shinawatra, l’ex premier deposto da un colpo di stato nel 2006, adorato dalla popolazione più povera tanto quanto odiato dall’elite.
Il successo di Yingluck, tuttavia, ha superato ogni aspettativa, segno che è riuscita a convincere non solo i seguaci del fratello ma anche molti incerti. Senza contare che, se ha vinto in quanto sorella di Thaksin, per lo stesso motivo poteva anche perdere. Da sorellina, Yingluck potrebbe divenire la Grande Sorella.
Ma la dichiarazione della signora Sutada non si limita a quella constatazione, condivisa da tutti gli avversari politici del Pheu Thai, il partito di Thaksin.
Cade nel ridicolo con un confronto: con «Aung San Suu Ky, che ha combattuto per vent’anni e non è ancora primo ministro del Myanmar». Il che non è certo colpa di Yingluck. Dimostra che, nonostante parecchi limiti, in Thailandia vige la democrazia, al contrario di quanto accade in Birmania. Il paragone, poi, non tiene conto del fatto che la stessa Aung San Suu Kyi è riuscita ad affermarsi come la leader dell’opposizione in quanto figlia del generale Aung San, artefice della Birmania indipendente. Anche un’altra grande donna della politica asiatica, Indira Gandhi, deve l’avvio della sua carriera alla famiglia. Non quella di Gandhi (si chiamava così suo marito, ma senza alcuna parentela con il Mahatma Gandhi), bensì di Nehru, suo padre, Primo Ministro Indiano dal 1947 al 1964.
Più che un problema di genere è un problema di dinastie. Che in Asia spesso si trasmettono in linea femminile.
Utilizzare Yingluck per un'ennesima polemica femminista potrebbe anche essere definito un sintomo d'isteria. Non perché l’isteria sia stata considerata una malattia appartenente all'universo femminile (il termine deriva dal greco hystera, utero). Ma perché, come sostengono molti psicologi, è la manifestazione di una crisi che la persona esprime in una rappresentazione codificata che conosce.
P1020985La vittoria di Yingluck si poteva positivamente interpretare come il riconoscimento di qualità femminili: la moderazione, la capacità di conciliazione. Fattori su cui lei ha impostato la sua campagna elettorale.
Ma negli schemi, nelle rappresentazioni codificate del femminismo estremo, ciò non poteva accadere. Quindi il motivo dev’essere un altro.
C’è da chiedersi : sarebbe stata altrettanto contestata dalle femministe se fosse stata brutta? Ma anche, per onestà maschile: in quel caso avrebbe vinto?
Per la Thailandia, in questo momento, l’importante è che Yingluck riesca davvero ad accordare tutte le fazioni sotto lo stesso cielo.

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La banalità del male

Vecchi, brutti e cattivi. Sono i quattro imputati nel secondo caso della Corte Straordinaria istituita dall’Onu in seno ai Tribunali Cambogiani per giudicare i crimini del regime dei khmer rossi di Pol Pot.
Sono i leader ancora vivi dell’Angka, “l’organizzazione” che tra il 1975 e il 1979 trasformò la Cambogia in un inferno terrestre. In “quei 3 anni, 8 mesi, 20 giorni”, come qui definiscono quel periodo, in Cambogia morirono circa due milioni di persone, uccise dai khmer rossi, dalla fame o dalla fatica. Circa tre milioni furono costrette ad abbandonare le città per lavorare nei campi. Decine di migliaia sparirono nei campi di sterminio.
Quei vecchi sono: Khieu Samphan, 79 anni, allora formale capo di stato della Kampuchea Democratica; Nuon Chea, 84, l’ideologo dei khmer rossi; Ieng Sary, 85, il ministro degli esteri, e sua moglie, Ieng Thirith, 79, ministro degli affari sociali.
L’elenco delle accuse è agghiacciante: crimini contro l’umanità, genocidio, sterminio, riduzione in schiavitù, deportazione, persecuzione razziale e religiosa, tortura…e “altri atti inumani”.
Tutti si sono proclamati innocenti. Sary perché nel 1996 re Norodom Sihanouk gli aveva garantito il perdono. Sampan e Thirith perché affermano che nella loro posizione non erano in grado di capire bene che cosa stesse accadendo. Nuon Chea si difende con il teorema secondo cui non si possono giustificare quegli avvenimenti estrapolandoli dal contesto storico: i bombardamenti americani, le minacce vietnamite. L’uomo denominato “Fratello Numero 2” sostiene: “Io perseguivo il sogno di una società agraria egualitaria. E’ l’Impero che dovrebbe essere sul banco degli accusati, non io”. Inseguendo quel sogno anche Sary aveva ammesso, seppure in segreto, che i khmer rossi volevano ridurre la popolazione cambogiana da 7 milioni a 1, così si sarebbe ottenuto l’equilibrio perfetto. Era la tesi elaborata anni prima di Khieu Sampan. Quel sogno si materializzò nel progetto di Saloth Sar, noto come Pol Pot, il “Fratello numero 1” dei khmer rossi: un ibrido estremo di marxismo, maoismo, ultranazionalismo arcaico. “I diritti individuali non furono sacrificati per il bene collettivo, ma furono aboliti in quanto tali. Ogni espressione dell’individualità umana fu condannata in sé e per sé. La coscienza individuale venne sistematicamente demolita” scrive Philip Short nel saggio Pol Pot.
Le udienze preliminari si sono svolte la settimana scorsa, ma il processo entrerà nel vivo solo tra qualche mese e potrebbe protrarsi per anni: le parti civili sono quasi 4000, gli atti processuali assommano a oltre 450.000 pagine. In questo caso la vecchiaia è un vantaggio: non assolve, ma può evitare la condanna o lo scontare della pena.
Forse chi riuscirà a scontare la pena e avrà ancora tempo da vivere libero è l’imputato del primo processo della Corte Straordinaria Cambogiana, concluso lo scorso anno. E’ Kaing Guek Eav, 68 anni, noto come “Compagno Duch”, prima segretario e poi direttore del Tuol Sleng, prigione e centro d’interrogatori dell’S21, il servizio di sicurezza dell’Angka. Vi sono passate dodicimilatrecentoottanta persone. Ne sono sopravvissute 15. Duch è stato condannato a 35 anni, poi ridotti a 19.
Lui, l’ho visto di persona durante il processo. L’ho osservato per scoprire se manifestasse i segni di quella giallezza morale che è il segno del male. Senza riuscirci, se non nell’immaginazione. Ora continuo a guardare le foto e le riprese di quei quattro vecchi. Alla fine non mi appaiono così brutti, non mi trasmettono vibrazioni maligne. Ma comincio a capire il senso di quella che Hannah Arendt definì "la banalità del male". Fu la filosofa tedesca a teorizzare che il male compiuto in nome della politica non è un mezzo per raggiungere uno scopo. E’ esso stesso lo scopo. Non ci sono leggi della storia o della natura che lo possano giustificare. Si autoalimenta come un cancro. E’ la migliore risposta, se ci fosse bisogno di risposte, alla “difesa” di Nuon Chea.
“I regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile" ha scritto la Arendt ne “Le origini del totalitarismo”. Attenzione: impunibile non significa che non dev’essere punito. Bensì che non c’è punizione che valga.

Un video del Cambodia Tribunal Monitor. Presenta le reazioni dei cittadini alla proposta di rilasciare gli imputati in attesa di giudizio. Guardarlo: è un esercizio sulla natura umana. All’inizio potete vedere quei vecchi e giudicare voi. Si osservano altri segni del male, dell’indifferenza o della stupidità. E c’è anche un bel vecchio che, mi sembra, interpreta il Bene.

Cambodian Citizens React to ECCC Hearing on Application for Release of Indicted Khmer Rouge Officials from Cambodia Tribunal Monitor on Vimeo.


Per informazioni dettagliate e aggiornate sul processo clicca qui e qui.

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Se sei un padre...

E’ stata presentato il World Drug Report 2011 realizzato dell’Unodc, l’ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine
La situazione planetaria, tutto sommato, è stabile: “oppiacei in calo, aumento di cocaina e droghe sintetiche” è stato scritto, come in un bollettino finanziario.
Un po’ in controtendenza il Sud Est Asiatico. In Birmania è aumentata la coltivazione e la produzione dell’oppio (580 tonnellate metriche nel 2010).
“Un misto tossico di problemi”: così ne ha spiegato la causa Gary Lewis, rappresentante dell'Unodc per l'Asia orientale e il Pacifico. “In Myanmar c’è moltissima gente che vive in zone di guerra. Il problema è trovare denaro. O per sopravvivere o per combattere...La situazione di carenza di cibo negli stati Shan è tremenda. Se sei un padre di famiglia fai quello che puoi".
Oltre ogni considerazione sui risultati e sull’efficacia delle agenzie dell’Onu, uomini come lui danno qualche speranza. Perché non parlano per astrazioni, non giudicano, agiscono. Nonostante tutto. “Non possiamo parlare di sradicamento” ha detto, riferendosi sia alle coltivazioni sia al problema in generale.“Cerchiamo di operare per il contenimento”. Una lezione di realtà, onestà morale.
WDR11_Posters_Main-drugs_thumbnailPer scaricare la sintesi del rapporto clicca qui
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Tu chiamale emozioni

Qualche giorno fa ho parlato con Aung San Suu Kyi. Era il suo compleanno. Poche parole scambiate al telefono con una linea disturbatissima. Probabilmente disturbata da qualcuno in ascolto. Ma sono state sufficienti a emozionarmi profondamente. La voce di Daw, la Signora, è una bella voce di donna, forte, chiara (l’articolo è stato pubblicato su Il Sole 24 Ore).
Il mattino seguente ho seguito un’altra storia. Sono andato alla ricerca degli ultimi scorci del vecchio porto di Bangkok. Ho percorso una lunghissima, traballante passerella di legno marcio sopra un canale fangoso. E sono sbucato su un molo dov’era ormeggiata una vecchia carretta del mare. Esattamente il posto che cercavo. E ancora una volta mi sono emozionato.
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Se continui a cercarle, quando meno te l'aspetti, le Storie le senti, le vedi. Poi devi raccontarle.
Ma questa è un’altra Storia.
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