Bangkok Noir

Dietro il sorriso thailandese e il wai eseguito con grazia, poco oltre, si apre un altro scenario: la geografia dei conflitti, rancori personali, rabbia, vendetta, la sparizione e la violenza. Dove “perdere la faccia”, rivalità personali e lotte di potere hanno spesso conseguenze fatali. La possibilità di un pericolo, come un battito cardiaco irregolare, è imprevedibile. La maggior parte del tempo il pericolo non si vede, non ci si pensa. Ma quando all'improvviso esplode, la vittima cade con violenza e non si rialza.
Scivolare dalla superficie luminosa del giorno di Bangkok al mondo aspro del noir, spesso sembra un passaggio di anni luce. La superficie è liscia, piacevole e divertente – è
sanuk. Ma se scavi più a fondo sotto il livello del sanuk, il paradiso tropicale rivela una ben più fredda, umida oscurità di anime perdute - anime arenate, abbattute e alienate. Gli scrittori spesso sono tra i primi a dare un calcio a questa pietra scura, e i loro lettori guardano i ragni, gli scorpioni e gli scarafaggi che ne schizzano fuori in tutte le direzioni.
La dozzina di autori di
Bangkok Noir dà un calcio comune a quella pietra che pesa sul cuore della Città degli Angeli. Macchie di noir appaiono sullo schermo radar di Bangkok come dirigibili sgonfi. I membri delle associazioni di volontariato locali che vanno in giro coi loro furgoni per la raccolta dei morti e dei feriti sono chiamati “ladri di cadaveri”, come quelli che una volta vendevano i corpi ai laboratori. I giornali annunciano le ultime disposizioni ufficiali, appena applicate per gli orari di chiusura dei bar, le cliniche degli aborti, i ladri d'auto, le bande armate, le lotterie clandestine, chi guida troppo veloce. Mentre le voci diffuse sui social network parlano di estorsioni non ufficiali. L’arte entra in questi spazi oscuri dell'attività umana. Già nel 2011 dovrebbero girare un film horror sul tempio obitorio: 2002 Ghosts Baby. Il noir a Bangkok va veloce. Il tema del noir è spesso ripreso dalle ultime notizie del Bangkok Post e The Nation. E naturalmente incombe la storia noir dei colpi di stato del passato prossimo, che proietta una lunga ombra scura e alimenta la paura di colpi di stato futuri.
La potenziale lista di soggetti è lunga, ma i racconti di questa raccolta daranno di più di qualche scorcio nel mondo noir thai. L'idea dello sport nazionale, la Muay Thai - una combinazione di danza, boxe, calci e ginocchiate - è puro noir. Questa è l'idea del
sanuk condito di lividi e sangue. La Muay Thai può essere più simile all’assassinio che alla boxe. Qualunque cosa sia (o non sia), la Muay Thai è lo sport del noir. Tra antichi rituali e musica, i combattenti si esibiscono di fronte a una folla di scommettitori avvolta nel fumo, dove si trovano fianco a fianco gangster, truffatori, trafficanti illegali, proprietari di bar, poliziotti e funzionari corrotti, con catene d’oro e amuleti al collo. Quel tipo d’uomini che conoscono il compleanno di tutti gli altri e sanno che cosa si aspettano in quella data per mantenere sempre le ruote ben unte. Uomini e donne che sanno chi vincerà prima che il combattimento abbia inizio.
Non c'è accordo sulla definizione di “noir” che vada bene per tutte le culture. Gli scrittori non accettano una certa versione di noir, mentre fotografi e pittori traducono il noir nella loro immagine delle tenebre. Lentamente, nel corso degli ultimi dieci anni, a Bangkok è emersa un'idea generale di noir. Durante questo periodo il movimento artistico noir è cresciuto tra gli stranieri e i thailandesi.
BangkokNoirRalf Tooten, un fotografo pluripremiato, ha catturato la Bangkok noir nelle sue immagini (di cui una illustra la copertina di questo libro).
Asoke_Corner_Beer_BarIl pittore Chris Coles ha ritratto le facce di uomini e donne che si muovono nel sottobosco di Bangkok. Gli autori rappresentati in quest’antologia, stranieri e thai, hanno dato il loro contributo con storie dalle scene forti, facendo fare al movimento del Bangkok noir un altro passo avanti. Thai e stranieri vivono assieme dentro il mondo del noir e queste storie registrano le loro esperienze del lato oscuro di Bangkok.
Bangkok Noir comprende dodici racconti di autori professionisti che si sono guadagnati reputazione internazionale per i loro testi sulla vita in Asia. Non tutti gli scrittori di questa collezione sono autori di romanzi gialli o anche, in generale, di narrativa. Ciò che li accomuna è la loro conoscenza di Bangkok, la loro profonda comprensione culturale e il loro amore per il raccontare. Come gruppo sono autori professionisti i cui libri sono pubblicati in molti paesi e lingue. Nelle loro storie, troverete una diversità di voci e di percezioni del nero, come diversi stili, forme, caratteri e toni, ma tutte sono ugualmente sentite, approfondite e in tutte troverete stimoli di riflessione. Questo libro è speciale anche per un altro motivo: è la prima volta che scrittori professionisti stranieri e thai hanno confrontato le loro visioni di Bangkok in un’unica opera.
Ho aperto questa introduzione con un commento sull'ambiguità del concetto di noir. Vale la pena stabilire alcuni elementi di base. "Noir" è la parola francese per nero o scuro. I francesi hanno utilizzato il termine per definire certi film dai toni cupi, con personaggi che appaiono condannati da un destino cinico e baro. Adottato anni fa da critici e autori anglosassoni, in inglese il termine “noir” è stato usato per definire una specifica categoria del romanzo poliziesco. Autori americani come Thompson, Willeford, Goodis e Caine si sono affermati vendendo una visione della vita desolata, nichilista. La nozione contemporanea di noir, riconducibile all'idea originale francese, si basa su uno spazio esistenziale dove i personaggi si ritrovano coinvolti senza possibilità di redenzione. La narrativa noir descrive un mondo in cui il destino delle persone è segnato da un karma più grande e potente, da cui, nonostante tutti gli sforzi, non riescono a liberarsi. I racconti di questa raccolta rientrano nella tradizione degli autori noir del passato, che sono stati maestri nell’accompagnare i loro personaggi al patibolo, stringerli il cappio attorno al collo e far scattare la botola sotto i loro piedi.
Ciò che gli occidentali chiamano una visione fatalistica della vita, in Asia si trasforma spesso nell’idea del karma. Tutte le buone e le cattive azioni di una vita passata si pagano per le strade, nei bar e nei vicoli di questa vita: non resta molto spazio per il libero arbitrio all’interno del concetto di un universo in cui i debiti si saldano in una prossima incarnazione.
Con quest’antologia, un gruppo di autori, noti per i loro scritti sulla Thailandia, ha impegnato il proprio talento creativo anche per dimostrare che il noir non ha confini geografici. Se il noir sembra perdere vitalità in Occidente, in Thailandia ha tutta l'energia e il coraggio di un ragazzo proveniente dalle regioni del nord-est che crede che i tatuaggi Khmer sul suo corpo possano fermare i proiettili. I racconti noir, come un buon
som tam, hanno bisogno della giusta quantità di peperoncini rossi per stimolare i centri del dolore e del piacere, e quando uno scrittore noir è a corto di peperoncino, può sempre aggiungere una Signora Thai (che può anche rivelarsi un fantasma), sapendo che può condurre qualunque uomo alla rovina col lampo del suo sorriso.
Che cos’è che rende diverso da Bangkok Noir, dal noir, tanto per dire, americano, inglese o canadese? Non c’è una risposta facile. Ma a voler andare a fondo, come una coltellata al cuore della tenebra noir, viene fuori che, mentre molti thai hanno assorbito gli aspetti materialistici della moderna vita occidentale, la linfa spirituale e sacra che sgorga dei miti, dalle leggende e dalle consuetudini thai, non è contaminata dalla struttura mitologica importata dall’Occidente. Nella tensione tra l’esibizione di ori, gioielli, auto di lusso, viaggi all'estero e vestiti griffati, e il sistema di credenze latenti. si determina un'atmosfera in cui gli uomini sono divisi tra poli opposti. Mi piace pensare al noir come sottoprodotto delle contraddizioni e delusioni che condannano le persone a vivere senza speranza di risolvere quelle stesse contraddizioni. Non importa quanto duramente si lotti, non potranno mai liberarsi.
Passeggiate a tarda notte in certi quartieri poveri di Bangkok. Ascoltate i cani che popolano i
soi ululare come i fantasmi arrabbiati che si scatenano nella notte, e scoprirete che nessun prodotto del moderno consumo trattiene i suoi proprietari dal fare offerte agli spiriti. Negli slum la vita è breve e costa poco, ed è una vita dura, piena d’incertezze e dubbi. Ma il noir non riguarda solo i poveri o i diseredati. I ricchi abitano nei loro costosi condomini e guidano le loro auto di lusso, rifugiandosi all'interno dei circoli esclusivi del potere, ma anch'essi , come i poveri, possono vedere il loro mondo sconvolto da un caso del destino, che li spoglia di ogni sicurezza e li espone al terrore e alla perdita.
Nessuno riesce a dare una definizione di "noir" che soddisfi tutti. Critici e scrittori cercano di distinguere la narrativa hard-boiled dalla fiction noir. Spogliala da tutti questi orpelli e arrivi a una semplice constatazione: la differenza tra hard-boiled e noir è la differenza tra emorroidi e cancro. Le storie hard-boiled possono essere sgradevoli da leggere, ma si sa che alla fine, in qualche modo, c’è la possibilità di una speranza (il noir non ammette equivoci). Il Noir è nero esattamente come una certa morte è nera. Nessuna redenzione, nessuna speranza, nessuna luce alla fine del tunnel.
I duri, i giocatori, i perdenti, le anime tormentate e perdute, tutti appaiono in
Bangkok Noir. Ma il cuore di Bangkok Noir è il dubbio esistenziale che tormenta i personaggi. Molti di loro sono espatriati arenati come balene pilota sulla riva, sperando che qualcuno stia per salvarli. Invece sono rovesciati, fatti a pezzi e trattati come un'altra parte della catena alimentare. Il calore, la corruzione, le menzogne e il doppio gioco, i bar e gli alberghi a ore, cospirano a cullare, intrappolare, accerchiare ed eliminare chi tradisce il sistema.
A Bangkok c'è una vecchia pista che attraversa un folto di casi storici noir raccontati da vecchi narratori thai. Libri e show televisivi hanno creato una mini-industria che ha per protagonista See Ouey, il cannibale sino-thai giustiziato negli anni ‘50 per l'omicidio di una mezza dozzina di bambini piccoli. Il suo cadavere conservato è esibito come una macabra creatura aliena all'interno di una teca trasparente in una sala del Museo Forense. Un'altra celebrità noir è il Jim Thompson dal fato avverso, non lo scrittore noir, ma l’americano (che si dice fosse un agente della Cia) che ha reintrodotto la manifattura della seta in Thailandia e che è misteriosamente scomparso in una passeggiata nella giungla malese. Il suo corpo non è stato mai trovato.
Questa antologia di racconti contemporanei tesse una trama d’intrigo e di mistero dove i vivi e i morti occupano lo stesso spazio. Avvocati e poliziotti corrotti, transessuali, amanti, assassini e fantasmi vi accompagnano in un tour che v’introduce nello spazio dove thai e stranieri lavorano, vivono, giocano e muoiono insieme. Il solo mistero che non è stato svelato dagli scrittori di questa raccolta è perché c’è voluto tanto tempo prima che fosse pubblicato un libro come
Bangkok Noir.

Da: “bangkok noir”a cura di Christopher G. Moore. Pubblicato per gentile concessione della Haven Lake Press.

La boxe birmana

«Da quando faccio l’allenatore ci sono stati cinque morti»
«Da quando fai l’allenatore?»
«Da tre anni».
U Kyaw Win fa l’allenatore al Myanma Traditional Boxing Club, una baracca adattata a palestra alla periferia di Yangon, la capitale del Myanmar, il paese che era conosciuto come Birmania. Se si calcola che gli incontri si svolgono una volta al mese, che non si disputano durante la stagione delle piogge, da maggio a ottobre, e che molti combattenti abbandonano per le ferite dopo il primo incontro, si ha un’idea della violenza della myanma let-hwei, la boxe birmana.
Molto simile alla più famosa muay thai, la boxe thailandese, come quella risale a circa 2300 anni fa, all’epoca delle migrazioni verso sud dei popoli provenienti dal sud della Cina. Costretti ad affrontare etnie ostili sul loro cammino, elaborarono una forma di combattimento che utilizzava come mezzo d’offesa e difesa ogni parte del corpo: i piedi, i denti, i pugni, le ginocchia, i gomiti, la testa. Di generazione in generazione la muay thai fu elaborata e modificata e oggi ha perduto le componenti estreme per enfatizzare gli aspetti sportivi. Quella birmana, invece, ha mantenuto molte delle caratteristiche tribali, feroci. Si combatte a mani nude e sono ammessi quasi tutti i colpi, su quasi tutti i bersagli, a eccezione di occhi e testicoli. Si può usare la testa e si può sferrare un calcio volante al collo. I colpi più violenti e pericolosi sono quelli di ginocchio al viso, afferrando l’avversario alla nuca, e quelli di gomito alla gola, in faccia o sulle vertebre cervicali superiori. I pugni sono considerati la mossa meno efficace, mentre i calci alle gambe sono utilizzati soprattutto per fiaccare la resistenza dell’avversario. “Un combattente che non sta in piedi non combatte più” dicono.
La maggior parte degli incontri si svolge durante le paya pwe, le feste delle pagode, su un ring improvvisato di terra battuta. Non c’è limite di tempo, non si fanno distinzioni di peso ed età e spesso gli avversari si sfidano per risolvere questioni personali. Non è prevista assistenza medica, ma c’è sempre un sacerdote dei Nat, gli Spiriti che sovrintendono a ogni attività umana e manifestazione della natura. Più codificati i combattimenti nazionali, specie quelli nel parco attorno al Kan Daw Gyi, il lago di Yangon, all’ombra della pagoda Shwedagon. Si combatte su un ring quadrato di 5.8 metri per 5.5. L’incontro è suddiviso in 5 round da 3 minuti ed entro i primi 4 si può chiedere una pausa. I pugili devono essere più o meno della stessa categoria e c’è qualcuno in grado di prestare i primi soccorsi.
I combattimenti si concludono quasi sempre alla pari o per ko. Anche quelli che, secondo gli regole occidentali o della muay thai, vedrebbero assegnata una vittoria ai punti.
«Non importa se ne prendi tante. Quello che conta è il coraggio, la resistenza, la capacità di sopportare il dolore» spiega U Kyaw Win. Al contrario «chi ha paura e sfugge al combattimento, dopo tre richiami è dichiarato sconfitto».
Il coraggio e il dolore rappresentano anche l’unica possibilità di guadagno. Non ci sono borse in palio, i pugili devono conquistarsi le offerte degli spettatori, che così premiano i migliori e incoraggiano l’uomo su cui hanno puntato. E’ per dimostrare indifferenza al dolore e coraggio che molti sfidano l’avversario avanzando a mani aperte, sollevando le braccia per offrirsi ai colpi. E’ per richiedere la forza di superare il dolore e affrontare i colpi, che si sono tatuati le gambe e il petto con formule propiziatorie e che prima dell’incontro rendono omaggio a Khun Tho e Khun Co, i Nat della myanma let-hwei.

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PPlaces_iconIl reportage fotografico di questa storia è uno dei contenuti dell’applicazione Pad Places. Nel sito trovate tutte le indicazioni sui contenuti. Per scaricarla da itunes clicca qui.

Le città dell'Apocalisse

Il termine “post-traumatico” si riferisce all’evidenza delle conseguenze, a quel che resta di ciò che è andato perduto dopo il trauma. Gli spazi attorno a questo punto cieco registrano l’impressione di quell’evento come una cicatrice.
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Come può un sistema dare il senso di un’esperienza che eccede la sua capacità di assimilarla?
Dato che la ricognizione è sempre e solo retroattiva, il processo di assimilazione dell’evento, del dargli un senso, comincia quando s’inizia ad analizzare le prove, nel tentativo di costruire una storia plausibile, comporre una scena e sviluppare le coordinate di un nuovo paesaggio esperienziale.
Poco a poco, la ripetizione di questi tentativi comincia a tessere una trama di base e nuovi futuri si sovrappongono a quelli vecchi.
Il trauma è il dramma in cui sia la storia sia il futuro sono in gioco, mantenuti in una crisi sospesa: le carte sono state gettate in aria, ma non sono ancora ricadute. Il trauma segna il punto in cui il sistema deve reinventarsi o perire. Un altro termine può essere introdotto per valutare le possibilità di azione in questo contesto: “resilienza”
Se i due poli rappresentati da continuità/ripetizione e discontinuità/trauma formano due tendenze asintotiche (si avvicinano indefinitamente senza mai coincidere), la resilienza descrive la capacità di muoversi tra di loro. La resilienza è la capacità di un sistema di riprendere le sue caratteristiche dopo aver assorbito degli urti. Il recupero, però, non è mai un semplice ritorno allo stato precedente di ripetizione periodica. Dopo aver assorbito un urto, il sistema resiliente esplora e percorre in modo creativo nuove forme di stabilità. A questo punto una qualche forma di continuità è fondamentale (dobbiamo ribadire la nostra distanza dall'idea di una tabula rasa). Resilienza non è mai un ritorno, ma neppure segna una totale rottura: se salta oltre il momento dell’interruzione, porta con sé la continuità di una carica storica che le conferisce forza adattativa.
Siamo ora in grado di dare una risposta provvisoria alla questione posta in precedenza: come questi nuovi problemi avrebbero trasformato l’urbanistica coniugandola col termine trauma?
Per cominciare, ciò dovrebbe implicare un approfondimento del discorso circa un design incentrato sull’ottimizzazione con idee che siano tarate per le crisi, come l'adattamento e la resilienza.
Una città resiliente è una città che si è evoluta in un ambiente instabile e si è adattata per confrontarsi con l'incertezza. In genere tali adattamenti assumono la forma di allentamento e di ridondanza nelle sue reti. Diversità e distribuzione, siano esse territoriali, economiche, sociali o infrastrutturali, saranno valutate di più rispetto all’efficienza centralizzata. La città post-traumatica sfida tutte le teorie cibernetiche del flusso d’informazioni e della programmazione poiché sostiene che questi apparati di conoscenza e di calcolo implicano sempre la coesistenza di punti ciechi, in particolare per l'arrogante applicazione di metodi quantitativi in una sfera qualitativa.
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Quattro amici al bar

Un estratto dal quarto capitolo del libro di Ron Chepesiuk: “Sergeant Smack:The Legendary Lives and Times of Ike Atkinson, Kingpin, and His Band of Brothers”.
Per gentile concessione della Strategic Media Inc.
E’ una scena minore di una storia molto più complessa. Ma è uno scorcio sulla vita che animava la Bangkok di quegli anni.
Vi compaiono alcuni personaggi chiave di tutta la vicenda. William Herman Jackson, il Jack del bar, ex commilitone di Atkinson, suo complice d’affari nonché l’uomo che lo convinse a spostare il centro dell’attività a Bangkok. James Warren Smedley, altro ex militare, al tempo stesso manager del bar di Jack e importante membro della gang di Ike. Ultimo ma non meno importante (anzi) Luchai "Chai" Ruviwat, uomo d’affari sino-thai. Appare spesso come una figura in ombra, alcuni l’hanno definito “un fantasma”, ma sembra fosse l’uomo che aveva reso possibile il traffico d’eroina tra il Triangolo d’Oro e Bangkok. Qui, in fondo, appaiono come “quattro amici al bar”.

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La scena dell’intrattenimento di Bangkok rifletteva la situazione di tensione razziale in America e in Vietnam del tempo. Bianchi e Neri tendevano a metter le tende in quei bar la cui clientela era composta in prevalenza dalla loro stessa gente. «La segregazione che si stabiliva nei bar era determinata soprattutto dalla musica» ha ricordato Pete Davis, ex agente della DEA Nero che era stato assegnato alla sede di Bangkok nel 1971. «Se volevi sentire musica country andavi in un certo locale, per la musica soul in un altro. Se eri un Nero e volevi andare in un locale dove facevano country anche le stesse ragazze erano scostanti. Ti guardavano come per dirti ‘che ci fai TU QUI ?’”.

La segregazione innescava inevitabilmente tensioni razziali, specie riguardo le donne thailandesi. «Molti Thai consideravano una donna thailandese che usciva con un soldato americano, Nero o Bianco che fosse, come una puttana» ha detto Steve Jarrell, ex aviatore americano di stanza nella base di Utapao tra la fine dei ‘60 e primi anni ‘70. «Ma le stesse donne thai che andavano con soldato Bianco storcevano il naso quando vedevano altre ragazze Thai con i Neri. E viceversa. E così si era stabilita una forma di segregazione tra le donne Thai come tra i soldati americani».

A Bangkok i bar riservati esclusivamente ai soldati Neri erano pochi. “Soul Sister” era un grande spazio con una band dal vivo e un coffee-shop al piano superiore. Anche il “Whiskey Jazz” era a due piani, ma più piccolo. Il “La Fee’s” era diventato uno dei posti più frequentati, tanto che spesso i clienti avevano l’impressione di trovarsi in una scatola di sardine.

Jack e Chai, quindi, pensarono che un locale per Neri poteva essere un buon affare, ristrutturarono un edificio in Petchaburi Road e ci aprirono un bar nel giugno 1967. Per gratificare l’ego di Jake lo chiamarono Jack's American Star Bar. Sia Ike che Jimmy Smedley parteciparono come soci e ognuno dei quattro uomini investì nell’impresa 8000 dollari. Ike preferì restare un socio di capitale, mentre Jimmy decise di impegnarsi personalmente come manager. Una buona scelta, nonostante l’eccessiva passione per l’alcol, perché tutti lo vedevano come il classico veterano americano sempre pronto a far baldoria.

Peter Finucane, giornalista del quotidiano Bangkok Post dal 1967, descrive Smedley come un uomo simpatico, con una spalla sbilenca e con una faccia butterata su cui era stampato un perenne sorriso che l’aveva segnata da rughe d’espressione. «Jimmy si sedeva al bar di fronte alla porta per osservare tutti quelli che entravano» ha ricordato Finucane. «Aveva sempre un drink in mano e nessuno riusciva a capire che miscuglio fosse e chiunque glielo chiedesse lui non rispondeva. Era come un documento militare classificato segreto».

Finucane e John McBeth, suo amico e collega, erano due dei pochissimi Bianchi che frequentavano il bar. «Certe volte ci sentivamo un po’ a disagio e gli occhi puntati addosso» ha detto Mc Beth «Ma Jimmy si prendeva cura di noi e ci faceva sedere al bar. Era un tipo che teneva sotto controllo tutto quello che succedeva al Jack». Smedley confessava a tutti quelli che incontrava che, con l’apertura del Jack’s American Star Bar, aveva trovato un buon posto per vivere. Per nessuna ragione avrebbe voluto tornare a Saigon e riprendere a trafficare nel cambio di dollari e MPC (i Military Payment Certificates, certificati di pagamento militari).

Mentre Smedley si divertiva a intrattenere i clienti, Luchai si occupava di prevenire possibili guai e di scegliere le ragazze. Per legge in qualunque accordo commerciale bisognava avere un partner Thai. Questi, come nel caso di Chai, s’incaricava anche di tenere i contatti locali e serviva da intermediario nel caso gli altri soci avessero avuto qualche problema con le autorità…

Per Ike, sia i soldi investiti nel locale sia quelli che ci guadagnava erano spiccioli, dato che allora la truffa che aveva organizzato colcambio degli MPC andava a gonfie vele. Ma il fatto di essere socio del Jack gli dava un motivo legale – una copertura se preferite – per stare a Bangkok…

Per entrare al Jack’s American Star Bar i clienti dovevano varcare una pesante porta d’ingresso cigolante decorata con una grande stella rossa sulla destra. Al piano terra del bar c’era una pista da ballo dove le ragazze thai, alcune delle quali esibivano elaborate acconciature afro, ballavano con i clienti Neri al suono di musiche funky come i popolari motivi di “Funky Chichen”, “Rubber Legs” e “Mechanical Man”. Ogni tanto qualcuno si alzava in piedi e si metteva a cantare, se ne aveva voglia e coraggio. «Una delle cose più divertenti che ho visto al Jack è stato un piccoletto thai che avrà pesato 45 chili che cantava ‘Hot Pants’ di James Brown» ha ricordato Davis. «Gridava ‘Hot Pants!’ come fosse un annuncio e poi urlava ‘Yeow!’, cercando di imitare Brown».

Al secondo piano c’era un ristorante dove servivano il miglior cibo soul a est di Harlem. Un cliente poteva ingozzarsi di costine al barbecue, braciole di maiale, coda di maiale, zampetti e orecchie di maiale, interiora, pollo fritto, piselli dagli occhi neri e cavoli verdi sino alle prime ore del mattino. Smedley si vantava: «Serviamo tutto del maiale: dalla coda alle orecchie».

I clienti potevano bere sino a sbronzarsi con i liquori acquistati nei magazzini del locale U.S. Army PX (il Post Exchange dell’esercito USA, una specie di grande magazzino). Come ex militari Ike, Jack e Smedley potevano comprarli in quantità e a basso costo, evitando anche le tasse thai sugli alcolici. Nello stesso PX compravano sigarette e generi alimentari scontati. Per quanto riguardava le ragazze non c’erano problemi a reclutare giovani thai e convincerle anche a entrare in un’organizzazione di spionaggio interna, facendosi riferire tutto quello che le dicevano i soldati che andavano con loro.

La Ballata di Esmeralda

Una decina d’anni fa, all’uscita di un albergo di Santiago del Cile, un vecchio mi chiese se volevo acquistare il modellino di una nave. Era un bello schooner a quattro alberi, dalla linea slanciata. Tutto bianco. «Si chiama Esmeralda. Per noi era la Bianca Signora» disse il vecchio, vantandosi di aver fatto parte dell’equipaggio. La acquistai per poche decine di dollari. E me la portai dietro per mesi sino in Patagonia. «Sono in viaggio con Esmeralda» dicevo compiaciuto.
Tornato in Italia la ormeggiai tra i libri. Poi, traslocato in un appartamento molto più piccolo, fui costretto a riporla in una specie di gavone sotto il letto. Pensando che prima o poi avrebbe potuto rispiegare le vele in una degna collocazione. L’ennesimo trasloco condusse me ed Esmeralda nella casa di un altro vecchio marinaio. Che da marinaio vecchio, per trascorrere il tempo si mise a cercare la storia di Esmeralda.
E purtroppo la trovò.
Esmeralda, nave scuola della marina militare cilena, prese servizio nel 1954 e dal 1973 al 1980, durante gli anni della dittatura del generale Augusto Pinochet, fu impiegata anche come prigione e centro di tortura. Secondo i rapporti di Amnesty International, del Senato Usa e della Commissione Cilena per la Verità e la Riconciliazione, almeno un centinaio di persone sono state vittime delle crociere della morte. E’ la storia che hanno definito “il lato oscuro della Bianca Signora”.
Adesso la Esmeralda continua a solcare i mari come nave scuola. Partecipa a regate e manifestazioni. Spesso ammirata. Spesso contestata, simbolo dell’impunità di cui ancora godono molti criminali del regime di Pinochet.
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Dopo quella scoperta non sapevo che fare della mia Esmeralda. Mi appariva come la materializzazione del veliero de La Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel T. Coleridge, simbolo di paura e maledizione.
Mi chiedevo chi fosse e che cosa avesse fatto il vecchio marinaio che mi aveva venduto il modellino. Mi veniva il dubbio che il male potesse trasmettersi come un’infezione: da uomini a navi, da navi a uomini, da uomini a modelli di navi. Alla fine c’ero io.
Pensai di tenerla, come personale oggetto di meditazione, segno dell’attenzione che bisognerebbe porre in ogni azione, della vitale curiosità che dovrebbe indurci a ricercare il significato nascosto di ogni cosa.
Fui tentato di distruggerla, come atto di esorcismo contro il possibile male che essa racchiudesse.
Decisi di abbandonarla in mare. Portandola a nuoto il più al largo possibile. Così, almeno, avrei compiuto un sia pur minimo gesto d’espiazione, un piccolo rito in onore dei morti. In tal modo avrei comunque rispettato lo spirito della nave, destinata al mare, purificandola dal male di cui era stata teatro e l’aveva contaminata.
L’ho abbandonata in mare. In un bel mattino di settembre, quando l’acqua era ancora calda, ma soffiava un vento teso di grecale che sollevava onde di 70, 80 centimetri che si frangevano lungo una barriera di scogli a una trentina di metri dalla costa. Ho nuotato oltre quegli scogli, sono andato ancora avanti, tenendo Esmeralda con una mano in modo che navigasse dritta davanti a me. Poi, quando ho avuto la percezione d’essere al largo, l’ho lasciata. Si è rovesciata sulla fiancata sinistra, mostrando la chiglia verde, di un tono un po’ più scuro dell’acqua. Era ancora bella, sembrava quasi adagiata sul mare. L’ho guardata allontanarsi da me rapidamente, spinta dalla corrente. Mi sono girato e ho cominciato a nuotare a bracciate più forti del mio ritmo abituale, tenendo la testa sott’acqua, cercando d’immaginare il fondo e i suoi fantasmi. Quando mi sono fermato, era scomparsa alla vista: lo sguardo non andava oltre la cresta dell’onda più vicina.
Appena messo piede a terra si è avvicinato un bambino. «Dov’è la tua nave?» mi ha chiesto.
«L’ho lasciata andare».
«Perché?».
«Perché era una nave cattiva».
«Ma le navi cattive sono nere e col teschio. Questa era bianca».
«Era cattiva lo stesso».
Ho pensato che non potevo spiegare a un bambino che mi parlava di Capitan Uncino il senso del karma, dell’equilibrio cosmico. Poi mi sono chiesto se riuscivo a spiegarmelo io. Se, in fondo, Esmeralda fosse innocente e non avessi voluto far scomparire con lei qualcosa che è dentro di me, come se l’Io fosse solubile nell’acqua di mare.
Ad aspettarmi su una piattaforma panoramica sopra la costa c’era il vecchio marinaio che mi aveva fatto scoprire la storia di Esmeralda. Dall’alto aveva seguito la sua deriva e l’aveva vista infrangersi su uno scoglio. Ho ricercato la posizione esatta del suo affondamento: 43°37’05.01” N e 13°32’02.73” E.
Prima o poi, magari tra qualche mese, quando l’acqua sarà più fredda e il mare più calmo, dovrò immergermi a cercarla. Forse troverò risposta alle voci che inquietano il Vecchio Marinaio della Ballata di Cooleridge:
“Ma dimmi, dimmi ancora,
la tua dolce risposta reiterando –
che cos’è che muove così lesta questa prora?
Il mare, dimmi che fa?”.
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I Mastini della Guerra

“Chiunque si trovi sul lato sbagliato dei sessant’anni e creda di poter fare qualcosa di buono andando in guerra a bordo di un elicottero da combattimento in uno dei più remoti angoli del pianeta o è un tantino pazzo oppure si fa le canne”scrive Al J. Venter, aggiungendo subito che, nel suo caso, non vale nessuna delle due condizioni. Lui è un reporter di guerra. Per la precisione un documentarista, un saggista, un esperto di strategie militari. Di guerre ne ha seguite moltissime, da molto prima di superare i sessanta, soprattutto in Africa e soprattutto a fianco di quelli che un suo vecchio collega, Frederick Forsyth, ha definito i Mastini della Guerra, i mercenari. Il brano che segue è tratto da un libro di Vender con questo titolo: War Dog. L’episodio si riferisce all’estate del 2000, quando Al era embedded tra i mercenari della Executive Outcomes che combattevano contro i ribelli che volevano rovesciare il governo del Sierra Leone. Volava in un elicottero russo Mi-24 pilotato da Neal Ellis, per gli amici Nellis.
Alcuni dicono che quella fosse una guerra “giusta”. Ma qui non si tratta di ciò. Qui, ancora una volta, si tratta di giornalisti che fanno rivivere il mestiere dei narratori ambulanti. Di quelli che ti fanno venire voglia di continuare. Anche se sei nel lato sbagliato dei Sessanta.

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Nellis si girò verso di me. “Hai portato l’acqua?”, mi chiese, mentre studiava una mappa sul cruscotto. Non mi diede il tempo di rispondere.
“Qualcosa da mangiare?”.
“Staremo fuori tanto a lungo?” chiesi.
“No, ma avrai bisogno di cibo nel caso che ci tirano giù”
“Tutto quello che ho è una scatoletta di carne”.
Non rispose.
L’equipaggio regolare viaggiava leggero. Nella maggior parte delle missioni non avevano portato altro che qualche bottiglia d’acqua, che era stata più che sufficiente per poche ore di volo. In un modo o nell’altro erano convinti che sarebbero tornati. Ma questo capita a ogni equipaggio aereo in quasi tutte le guerre.
Io ero un tantino più scettico. Dal primo giorno non ero mai salito a bordo senza una manciata di pastiglie per depurare l’acqua e la mia preziosa mappa stradale della Sierra Leone pubblicata dalla Shell Petroleum. Si diceva che era utilizzata anche dai ribelli nei loro spostamenti. Se le cose si fossero messe male, almeno avrei saputo come arrivare in Guinea.
“Armi personali ?” chiese Nellis agli uomini a bordo con aria di studiata noncuranza. Ogni membro dell’equipaggio aveva un AK-47 come dotazione standard. Per “fortuna” uno di loro aveva caricato una piccola, compatta mitraglietta ceca 9mm. Una volta smontata potrebbe stare nel vano portaoggetti dell’auto.
La sera prima, Hassan mi aveva informato su come comportarsi in caso di problemi. Qualunque cosa accadesse, mi aveva avvertito, avevamo sufficiente potenza di fuoco per trovare una via d’uscita da qualunque casino. Il problema era che i GMPG (general purpose machine gun, mitragliatori a multi-impiego) che avevamo caricato a bordo, accatastati sotto i sedili del compartimento principale dietro la cabina di guida, erano relativamente pesanti per questo genere di situazioni. Senza contare che i caricatori erano contenuti in stupide casse di legno a spigoli vivi, che si sarebbero rivelate un bagaglio molto difficile da trasportare se avessimo dovuto muoverci velocemente per uscire in fretta a una situazione pericolosa.
“Se succede qualcosa, devi dare una mano anche tu. Combattere”, mi aveva detto l’artigliere libanese con un sorrisetto ironico. In quel caso non ci sarebbero stati se o ma, aveva aggiunto, tanto per ribadire il concetto. Una volta aveva scherzato sul fatto che, dato che ero un giornalista, non dovevo preoccuparmi. “Alla più brutta basta che gli fai vedere la tua tessera stampa” aveva detto ridacchiando.


Da: “War Dog. Fighting Other People’s War. The Modern Mercenary in Combat” by Al J. Venter. Pubblicato per concessione della Casemate Publishers. Brani dalle pagg. 25, 36-7.

Pirati d'oggi

“La pirateria moderna non ha nulla in comune con i pirati dei film o dei romanzi d’avventure…”. Da qui si sviluppa il saggio Piracy Today di John C. Payne, “marinaio” che per trentacinque anni è stato imbarcato su navi mercantili e piattaforme petrolifere offshore e che ha vissuto di persona anche un attacco di pirati. Il saggio è un’analisi approfondita del fenomeno: la storia, gli sviluppi, le politiche che la provocano e i mezzi che possono controllarlo, una rappresentazione dettagliata degli scenari contemporanei, delle acque che un tempo si dicevano battute e oggi, molto meno romanticamente, infestate dai pirati. In questo contesto, scrive Payne “la pirateria ha lo stesso andamento della marea. È fluida, scorre da un luogo all’altro là dove i problemi e i disordini politici, sociali ed economici sfociano nel caos creando le condizioni che l’alimentano”.
In questo momento le acque più pericolose, come si verifica dalla cronaca quotidiana, sono quelle del Corno d’Africa, al largo della Somalia. Ma ancora, come dimostrano i rapporti del
Piracy Reporting Centre, il sud-est asiatico mantiene viva la sua antica tradizione piratesca. In questi Bassifondi, che delle storie di quell’area si alimentano, quindi, ecco, per concessione dell’editore Sheridan House, un ampio estratto del libro dedicato alla pirateria in Asia. Interessante non solo dal punto di vista dell’attualità ma anche come ulteriore chiave di comprensione storica e culturale delle vicende locali.

E’ con questi brani (per concessione della Sheridan House Inc.) che apriamo una nuova sezione di Bassifondi, quella delle “Storie”, dedicata a racconti e reportage.

PiracyTodayFinallowres

Prima della diffusione della pirateria nelle acque somale e del Golfo di Aden, la pirateria in Asia era da lunghissimo tempo un problema molto grave. Le acque più calde erano quelle degli Stretti di Malacca, al largo dell’Indonesia e del Mar Cinese Meridionale. Gli Stretti di Malacca sono una sottile via d’acqua lunga circa 900 chilometri che è la rotta più trafficata del mondo, collegando l’Europa alle più importanti nazioni esportatrici dell’Asia: Giappone, Cina, Hong Kong, Taiwan, India, Korea. Senza contare le altre economie emergenti dell’area. Ogni anno la seguono circa 50.000 navi. Più o meno 600 al giorno. Per gli Stretti passa il 25 per cento del commercio mondiale e quasi metà del petrolio, circa undici milioni di barili il giorno.
Le migliaia di isole di quelle acque, come gli estuari dei fiumi che vi sfociano, sono il nascondiglio ideale per pirati.
Un tempo gli Stretti di Malacca erano la base dei terribili pirati Bugi, provenienti dal sud dell’isola di Sulawesi. La parola “bogeyman” (mostro, “l’uomo nero” delle favole) deriva proprio da Bugisman (uomo Bugi). Ecco perché le mogli dei coloni inglesi a Singapore, quando volevano far star buoni i figli capricciosi dicendo: “Fai il bravo oppure il bogeyman verrà a prenderti!”.
In quella stessa area operavano anche altri pirati, come gli orang laut di origine malese o i Dayaki del mare provenienti dal Borneo.
Nel luglio del 2009 un cacciatore di tesori sommersi tedesco recuperò un bottino del valore di 12 milioni di dollari dal relitto del Forbes, una nave pirata affondata al largo del Borneo nel 1806. Il carico comprendeva una tonnellata e mezzo di monete d’argento, porcellane, gioielli e molti altri preziosi.
La pirateria negli Stretti di Malacca ha creato parecchia preoccupazione. Il che non sorprende, data la vitale importanza di quelle acque. In anni recenti, quando gli attacchi si intensificarono, i governi di Singapore, Malaysia e Indonesia reagirono con decisione, inviando navi da guerra e aerei per pattugliare l’area e dissuadere con forza ogni attacco. La Thailandia, a sua volta, assicurò la copertura del settore nord degli Stretti sino al Mar delle Andamane. L’operazione coordinata tra mezzi navali e aerei ridusse significativamente il numero degli attacchi pirati, specie al largo di Aceh, in Indonesia. Lo Tsunami che devastò l’area nel dicembre 2004 ridusse ulteriormente gli attacchi, mietendo vittime anche tra molti pirati e distruggendo le loro barche.
Le acque attorno alle Filippine nel Mar della Cina Meridionale sono sempre state un santuario per i pirati. Ma anche qui un’azione coordinata di navi e aerei ha drasticamente ridotto gli attacchi…
Le aree asiatiche più famigerate sono i porti, le isole e le rade d’ancoraggio in Indonesia, India e Vietnam. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, tra il 1980 e il 1985, i pirati hanno stuprato 2283 donne e rapito 592 persone, facendo preda dei boat people vietnamiti, che in quegli anni fuggivano via mare dal paese dirigendosi a sud.
Nel 2005 i Lloyd’s di Londra inserirono gli Stretti di Malacca nella lista delle zone a maggior rischio di pirateria, elevando l’ammontare dei premi assicurativi all’un per cento del valore di ogni cargo che vi transitava. Una mossa che ovviamente diede molto fastidio alle compagnie di navigazione. Nel 2006, in seguito all’aumento degli attacchi pirati, sia negli Stretti di Malacca sia attorno alla vicina isola di Sumatra, furono intensificate anche le operazioni di pattugliamento navale. La situazione era aggravata dal fatto che i pirati avevano elaborato tecniche più sofisticate e si erano armati con fucili d’assalto e di lanciagranate tipo RPG.
Il punto di svolta si avverte nell’agosto 2006, che segna un netto decremento degli attacchi pirati, tanto che i Lloyd’s rimuovono la regione dalla categoria assicurativa di rischio-guerra…
Nella regione si teme però che l’attività dei pirati possa riprendere in seguito alla crisi economica globale, com’era accaduto nel 1997 dopo la crisi delle borse asiatiche, quando i pirati avevano infestato gli Stretti. E’ per questo che i governi di Indonesia, Thailandia e Singapore hanno deciso di continuare l’azione congiunta di pattugliamento.
Alla fine del giugno 2009 la situazione ha preso una piega diversa. Mentre la maggior parte degli incidenti si è verificata mentre le navi erano all’ancora, c’è stato solo un leggero incremento in attacchi compiuti mentre le navi erano in navigazione lungo gli Stretti o nel Mar della Cina Meridionale. Mentre prima il bottino era costituito soprattutto da denaro in contante o oggetti personali di qualche valore, negli ultimi attacchi si è puntato soprattutto al carico e alle attrezzature di bordo. Sono aumentati anche gli attacchi compiuti a bordo di rimorchiatori, soprattutto in acque vietnamite, specie nella rada di Ho Chi Minh City e Vung Tau. E’ aumentato anche il livello di violenza e sono stati presi ostaggi.

From Piracy Today: Fighting Villainy on the High Seas by John C. Payne. Copyright © 2010 by John C. Payne. Reprinted with permission of Sheridan House, Inc.