Sud-est asiatico

Scusa Thailandia

La censura thailandese ha proibito la diffusione di un video dal titolo “Scusa Thailandia”. Secondo la commissione, il video, che presenta scene della rivolta del maggio scorso, potrebbe innescare nuovi disordini e scontri tra le fazioni.
Il primo ministro thai Abhisit Vejjajiva, invece, ha chiesto di revocare il bando, giudicando il video per quello che appare: una dichiarazione di corresponsabilità da parte di tutti, la rappresentazione di vizi nazionali.
Il suo è un segnale forte, che sembra dimostrare la volontà nel procedere nel progetto di riconciliazione nazionale, e soprattutto, di un cambiamento profondo nella cultura e nella società.
Purtroppo è ancor più forte il segnale della censura, che sembra ispirato a una superiore volontà di far apparire il paese come un irreale “Regno del Sorriso”.
Se prevarrà questa linea, forse bisognerà chiedere scusa alla Thailandia altre volte ancora.

Il video censurato

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Il Grande Elefante Bianco

Il quotidiano birmano filogovernativo “New Light of Myanmar” ha annunciato che un raro esemplare di elefante bianco, una femmina di 38 anni, alta oltre due metri, è stato catturato a Maungtaw, nello stato di Rakhine. Alcuni analisti hanno sottolineato il fatto che per i birmani l’elefante bianco rappresenta un simbolo di cambiamento politico, collegandolo alle prossime elezioni, annunciate per ottobre.
Per altri, più addentro gli esoterismi della giunta birmana, la notizia assume un significato più inquietante.
Secondo un rapporto di Democratic Voice of Burma, infatti, il governo birmano starebbe sviluppando un programma segreto per realizzare armi nucleari e missili balistici: un “Grande Elefante Bianco”, simbolo magico di potere e di potenza. C’è da sperare che il progetto resti un simbolo. Ma potrebbe materializzarsi come uno dei peggiori mostri che popolano l’immaginario asiatico grazie alla collaborazione della Corea del Nord.
Il vero mistero di questa ennesima follia della giunta birmana non è nella possibilità che realizzi armi di distruzione di massa, bensì nel motivo. Per un dissidente esule a Bangkok è la prova che i generali sono un gruppo di psicopatici che vivono nell’incubo di un’invasione. Per altri è una manovra pilotata dai coreani. Secondo altri ancora fa parte di una strategia molto più complessa per ottenere un predominio nell’area. Intanto i nuovo aerei riservati ai leader massimi della giunta sono anch’essi stati battezzati “Elefante Bianco”.



Per vedere il documentario completo della DVB clicca
qui.

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Il primo sangue

Una donna in lacrime chiede di accompagnarla a casa: abita all’altro lato della piazza del Democracy Monument di Bangkok. E’ terrorizzata. E’ cambogiana. Rivive qui le scene di vent’anni fa, quando è fuggita dal suo paese. Nella notte di sabato 10 aprile, a Bangkok, si sono svolte le prove generali di una guerra civile. Una guerra civile, non un golpe.

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Per leggere la cronaca di quel Sabato Nero clicca qui

Mezz’ora più tardi, quando gli scontri erano terminati, quella donna non era più dove l’avevamo lasciata, al sicuro. Certamente è tornata a casa, forse pensa di tornare in Cambogia, al sicuro.
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The Joker

Una fila di persone, uomini, donne, alcune con un bambino in braccio, si allunga al centro di una strada di Jakarta. Alzano la mano per chiedere un passaggio. Si fermano parecchie auto. Molte BMW, Mercedes, Lexus. In qualche caso fanno accomodare il passeggero nel sedile davanti, accanto all’autista. Che sia una dimostrazione di solidarietà, espressione della cultura democratica, moderna che sta nascendo in Indonesia? In realtà quelle persone non chiedono un passaggio. Si offrono come passeggeri. Sono The Joker, il jolly, per attraversare alcune zone dove, nelle ore di punta, ogni auto deve avere almeno tre persone a bordo. Un servizio che costa circa diecimila rupie (circa un dollaro). Non poco in un paese dove il salario medio è di circa 100 dollari il mese.
Forse anche the joker contribuisce alla crescita economica dell’Indonesia, che, secondo il fondo d’investimenti Templeton, potrebbe entrare a far parte del cosiddetto Bric, il gruppo di nazioni (Brasile, Russia, India e Cina) che compongono l’emergente potere globale.
Forse, invece, gli analisti finanziari dovrebbero scendere più spesso per strada, lasciando per un attimo gli uffici condizionati nei grattacieli del business district. Asiatici. Solo così i loro rapporti risulterebbero davvero corretti.
Gli stessi analisti dovrebbero andare più spesso anche a messa. Si accorgerebbero di quello che può essere il vero Joker del paese con la maggior popolazione islamica del pianeta: il cinese cristiano. E’ l’esemplare di una specie in espansione che potrebbe rivelarsi risolutiva nella definizione dei prossimi equilibri planetari.
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E' tempo di cambiare

BANGKOK. Embedded tra le camicie rosse che da domenica occupano quartieri di Bangkok chiedendo lo scioglimento del parlamento thai e nuove elezioni. Il mezzo di trasporto, in uno dei chilometrici cortei, è un veicolo armato di lanciarazzi. Alla maniera thai: una vecchia moto dipinta di rosso con agganciato un carretto. A bordo una go-go girl tatuata che si affretta a fornire il suo cellulare e due signore che offrono banane e riso. Il lanciarazzi è un tubo di metallo. Tirando un cordino il pilota ne fa uscire un fallo di legno dalla punta rossa. Ogni lancio è accompagnato da inequivocabili inviti rivolti al premier Abhisit Vejjajiva.
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Scene del genere si ripetono a migliaia. Ma oltre il folclore, il colore locale diventa sempre più rosso. Alcuni leader dell’UDD, lo United Front for Democracy against Dictatorship, maggiore movimento d’opposizione, sono ex quadri del CPT, Communist Party of Thailand, attivo negli anni ’70. Alcuni, come il dottor Weng Tojirakarn o Jaran Ditthapichai, organizzatore di scuole di formazione politica, vantano lunghe permanenze nella giungla. «Siamo qui per dichiarare una guerra di classe» ha gridato alla folla radunata sotto il sole torrido Nattawut Saikua, carismatico leader della protesta.
Tra quella folla di cento o duecentomila persone, secondo le fonti, non si vedono ritratti del re, che forse per questa parte del popolo comincia a essere un po’ meno venerato. Sean Boonpracong, portavoce dell’UDD, ripete come un mantra il primo principio del movimento, “il re è il capo dello stato”, ma su Facebook invita a non fare commenti sulla monarchia. Poche anche le bandiere thai, simbolo di una Khwampenthai, “thailandesità”, che questa gente sente dominata dal sistema dall’ammat, l’élite. Molti i ritratti dell’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato nel 2006, condannato a due anni di carcere per conflitto d’interessi e da allora in “esilio volontario”. Molte anche le effigi di Phraya Taksin, il generale che si fece re nel 1769, appoggiato dalle masse popolari, cui diede l’idea di essere cittadini e non soggetti (salvo poi dichiararsi Sotapanna, semidio). Più o meno lo stesso percorso compiuto da Thaksin. «Thaksin aveva tendenze autoritarie, ma il suo crimine è stato voler scardinare il vecchio sintema delle istituzioni non elette, dell’esercito, dei karachakan, i funzionari pubblici. È il primo leader che abbia fatto sentire il popolo partecipe della vita politica» dice Federico Ferrara, professore di Scienze Politiche alla National University of Singapore e autore del saggio-reportage Thailand Unhinged, “Thailandia scardinata”.
Thaksin resta un simbolo per il pu-noi, il “popolo minore”, le masse più povere. Ma sta diventando un compagno di strada sempre meno gradito ai leader dell’opposizione. «Non sto lottando per Thaksin, sto lottando affinché il mio paese divenga una vera democrazia» precisa il dottor Weng. Non a caso le manifestazioni sono iniziate due settimane dopo il cosiddetto “giorno del giudizio”, il 26 febbraio, quando la corte suprema ha confiscato più della metà del patrimonio (2,3 miliardi di dollari) dell’ex premier, con la motivazione di averla accumulata abusando del suo potere. Non a caso uno degli interventi più apprezzati dall’opposizione è stato quello di Giles Ji Ungpakorn, socialista thai in esilio in Inghilterra: “Molti spiegano questa lotta come una disputa tra Thaksin e i conservatori, tra il vecchio ordine feudale e il moderno sistema capitalistico. Ma in quest’analisi manca l’elemento fondamentale: la nuova volontà del popolo”.
In questo scenario il premier Abhisit, considerato un privilegiato che è riuscito a evitare il servizio militare, non ha potuto che dichiarare impraticabili le proposte dell’opposizione. Ma il rischio è che proprio Abhisit, ex professore di economia formato a Oxford, e non sempre d’accordo col generale Anupong Paochinda, capo di stato maggiore, venga sostituito da un vero e proprio “uomo forte”.
Quella che si è instaurata in Thailandia dopo il golpe del 2006 e il “ribaltone” con cui ha preso il potere l’attuale governo nel 2008, infatti, non è una dittatura. E’ una “Thai Style Democracy”, in cui potere e dovere di governare competono a coloro che detengono il baramee, l’ideale di giustizia, non a chi compra voti o promette favori. “La democrazia è solo il formalismo delle elezioni o richiede sostanza per essere reale?” chiede retoricamente Stephen B. Young, direttore della Caux Round Table, network di uomini d’affari che sostengono un approccio etico al capitalismo, molto vicino alla nobiltà thai.
Ciò che è messo in discussione in Thailandia va ben oltre la politica locale. E’ il concetto di democrazia. Tanto che la nazione diviene paradigma della “morte della democrazia” descritta da Joshua Kurlantzick, esperto di politica del sud-est asiatico, su Newsweek del 22 marzo. In Asia, infatti, sono sempre più numerosi i sostenitori di un “dispotismo illuminato”. Ma qui e ora il concetto non si richiama a ideali illuministici. Assume il significato buddhista d’illuminazione, culmine di una Via che può compiersi nel corso d’innumerevoli reincarnazioni, seguendo gli obblighi del Dharma, la “legge”. Un modo per mantenere lo statu quo e definire la politica nell’ambito di un sistema gerarchico.
Intanto i rossi continuano le manifestazioni, mix tra la festa dell’Unità, il rave party e le feste che si celebrano in sud-est asiatico per l’inaugurazione di un tempio. E di giorno in giorno il loro colore diventa sempre meno pittoresco e più inquietante. Come quello dei mille litri di sangue che stanno raccolti a 10 cc per manifestante per versarli di fronte a parlamento e alla sede del partito di governo.
«Basta che i rossi non divengano come i khmer rossi» dice un’elegante signora del locale “jet-set dal sangue blu”. In realtà non sono “l’orda” descritta dai giornali filogovernativi ma potrebbero diventare altro. Magari in mano a boss locali con la vocazione del “Signore della Guerra”. Possibilità non così remota osservando il compiacimento con cui esponenti dell’opposizione si circondano di bodyguard in nero.
«Ci siamo così abituati a essere il paese del sorriso, del “mai pen rai”, non preoccuparti, che non abbiamo fatto i conti con le ombre che si annidano dietro questa immagine» dice lo scrittore e mistico buddhista Tew Bunnag. «E’ tempo di cambiare. E il mutamento, come sappiamo, è spesso doloroso».

Articolo del 16 marzo 2010.
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Combattimenti

Uomini, donne, bambini, galli, cobra. Nell’Isaan, il nord-est della Thailandia, la regione più povera, tutti combattono. La lotta è un modo di vivere. È una rappresentazione, spesso all’interno dei monasteri. Si assiste a scene che possono apparire ridicole, sgradevoli, immorali. Chi volesse ergersi a giudice dovrebbe vedere anche quelle mistiche.
Come il padre e il suo bambino di sette anni, inginocchiati l’uno di fronte all’altro, le mani giunte nel gesto del wai, segno di rispetto e benedizione, poco prima che il bambino salisse sul ring per un combattimento di Muay Thai. E il padre iniziasse a scommettere.
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Confucius

In tutta l’Asia orientale è in programmazione il film Confucius, kolossal sulla vita del grande pensatore e politico divenuto l’icona della nuova Cina. Quarant’anni fa, durante la Rivoluzione culturale, la sua tomba fu profanata “per attestarne la morte certa”: un lasso di tempo che Confucio avrebbe ritenuto poco significativo.
L’uscita del film ha suscitato polemiche e infiniti commenti per la coincidenza con l’esclusione delle sale di Avatar. Un’interpretazione diffusa è che il film di Cameron fosse una parabola in difesa dei diritti umani e delle minoranze etniche. Confucius, invece, rappresenta in forma spettacolare l’aspetto più nobile della Cina, quello della “benevolenza”, della “società armoniosa”.
Difficile riconoscere una contraddizione apparente nella morale implicita dei due film. È questo che dovrebbe davvero indurre a una riflessione. Continuiamo a valutare concetti di etica e giustizia secondo i codici della nostra cultura, cristiana o socratica che sia. Il confucianesimo fa parte di un’altra logica, che i suoi nuovi discepoli applicano in modo totale. È seguendo questa stessa logica, del resto, che anche molti buddhisti arrivano a teorizzare una “dittatura illuminata”.
«In questa parte di mondo siamo lontani dall’idea di Do, ma è fortissima l’idea della morale» commenta un missionario cattolico.
«In tempo di guerra ci vogliono i generali. In tempi di disordini ci vogliono i pensatori» dice nel film il duca Ding, sovrano di Lu, per richiamare Confucio.
I cinesi lo hanno capito.

I trailer di Confucius





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Buddha salvi il Re

La notte del cinque dicembre il cielo di Bangkok si è acceso dei rossi e dei gialli dei fuochi d’artificio che chiudevano le manifestazioni per l’ottantaduesimo compleanno di Sua Maestà Bhumibol Adulyadej, nono monarca della dinastia Chakri di Thailandia, il sovrano più a lungo regnante del pianeta.
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Durante tutta la giornata la città è fiorita del rosa di magliette, camicie, e anche di hijab, i veli delle donne di fede islamica: secondo gli astrologi reali il rosa è di buon auspicio per il re.
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Nei quartieri storici di Bangkok decine di migliaia di persone si sono radunate per celebrare ill Kwam Suk Kong Khon Thai Tai Saeng Phra Baramee, la “Felicità sotto la Benevolenza di Sua Maestà il Re”.
E ancora una volta da parte di molti osservatori stranieri (e qualcuno thai) è stata sottolineata “l’anomalia” della monarchia Thailandese in cui la figura costituzionale si fonde con quella del Dhammaraja, un re che amministra ciò che è proprietà del dio. Il giornalista Thanong Khanthong ha scritto che Sua Maestà “conduce il suo popolo sulla via di Suvarnabhumi, la Terra d’Oro che accoglierà il Buddha futuro”. Una sacralità di ruolo che giustifica una legge di “lesa Maestà” tra le più severe al mondo, sia per le pene, sia per l’ampiezza della sua possibile interpretazione e applicazione.
Secondo la filosofia occidentale tutto ciò è una violazione del concetto stesso di libertà. Secondo la prospettiva di molti thai, è una dimostrazione di libertà. Libertà di avere un monarca che è parte essenziale della loro cultura, che con tutti i suoi rituali rappresenta la loro Sovranità. Insomma: la libertà di crederci. Quello che si può dire è che i thai, a differenza di altri, non cercano di esportare alcun modello, né si permettono di giudicare gli altri.
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The Next Kong

La prossima Hong Kong, quella dei tempi d’oro, zona franca per ogni traffico, dovrebbe rivivere a Koh Kong, in Cambogia, un villaggio sul golfo del Siam, poco oltre il confine thai. E’ una promessa dell’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato nel 2006, condannato per corruzione, fuggitivo tra Dubai, Nicaragua, Sud Africa e Cambogia. Dove è stato nominato consigliere economico dal suo “eterno e fraterno amico” Hun Sen, ex khmer rosso, da oltre vent’anni primo ministro cambogiano. Thaksin, dicono, frequentava Koh Kong quando era ancora in gloria e aveva intrecciato rapporti d’affari con il boss locale Ly Yongphat, senatore dal partito al governo in Cambogia, nonché sospettato di essere uno degli Asian Godfathers che occultamente controllano l’Oriente. Per ora l’unico indizio di quelle connessioni e del futuro di Koh Kong è il resort-casinò stile sino-impero-tropicale costruito da Ly Yongphat cento metri prima del confine con la Thailandia.
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L’ingresso del Koh Kong Resort & Casino, dominato
dalla statua del generale Kuan, dio cinese della guerra e degli affari.


Ma oltre quella specie di castello coronato da decine di statue di divinità greche si apre il nulla. La promessa zona economica speciale di Koh Kong è una landa deserta circondata da un muro già in rovina. Il villaggio di Koh Kong, sulla riva del fiume Kaoh Pao (sovrastato da un chilometrico ponte finanziato dall’onnipresente Ly), è poco più di un agglomerato di baracche sull’acqua – queste sì, versione in scala ridotta della Hong Kong anni ’50. Per ora Koh Kong serve soprattutto a costruire la futura Singapore, con la terra estratta dal fondo del suo fiume che decine di chiatte continuano a trasportare nella città-stato e i cui marinai sono i migliori clienti delle prostitute locali.
Koh Kong diventa così una metafora di quella Next Asia descritta da Stephen Roach, economista e presidente della Morgan Stanley Asia: la promessa, o la minaccia, del Secolo Asiatico che potrebbe essere ancora lontana dall’avverarsi. La Next Asia, infatti, è qualcosa che molti analisti sembrano dare per scontato osservando solo le mille luci di Shanghai, Hong Kong, Kuala Lumpur o Singapore. Senza vedere ciò che c’è oltre, le zone oscure che coprono il continente a macchia di leopardo.
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Roulette Cambogiana

«Vai in Cambogia?». Per il funzionario del ministero degli Esteri Thailandese è scontato che in questo momento la meta di un giornalista residente a Bangkok sia la Cambogia. Il che non rassicura circa l’evolversi dell’ennesima crisi tra i due paesi.
E’ iniziata a fine ottobre, durante il Summit dell’
Asean, l’organizzazione dei paesi del sud-est asiatico, quando il primo ministro cambogiano Hun Sen disse che aveva intenzione di dare asilo all’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra e nominarlo suo consigliere economico.
Thaksin, deposto da un colpo di stato nel 2006, da allora vive in esilio spostandosi tra Sud America, Dubai, Sud Africa (dove sembra si dedichi al commercio dei diamanti) e Cambogia. Nel frattempo un tribunale thai lo ha condannato a due anni per abuso di potere e corruzione. Secondo il suo “fraterno amico” Hun Sen, è vittima di una persecuzione paragonabile a quella subita dalla leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi, che ha trascorso gli ultimi vent’anni agli arresti.
Nonostante le proteste del governo thai, che ha giudicato la dichiarazione di Hun Sen come un’interferenza nei suoi affari interni, il premier cambogiano ha mantenuto il suo impegno e la settimana scorsa, con decreto firmato dal re di Cambogia Norodom Sihamoni, ha nominato Thaksin consigliere economico. Pochi giorni dopo il “fuggitivo”, come lo definiscono in Thailandia, è arrivato a Phnom Penh accolto con tutti gli onori. «Può aiutare la Cambogia a diventare ricca come la Thailandia» ha dichiarato Hun Sen. Speranza che Thaksin ha cominciato ad alimentare lo scorso anno, quando ha presentato un piano per trasformare in una “seconda Hong Kong” la provincia marittima cambogiana di Koh Kong.
Puramente formale, quindi, l’immediata richiesta di arresti ed estradizione di Thaksin rivolta al governo cambogiano da parte del procuratore generale thailandese.
Nel frattempo i due paesi hanno richiamato i rispettivi ambasciatori e la Thailandia ha cancellato il memorandum d’intesa con la Cambogia circa le zone di “sovrapposizione” ai loro confini. Come se tutto ciò non bastasse Thaksin ha rilasciato un’
intervista al Times in cui, sia pure in modo vago, sembra auspicare una riforma della monarchia thai, istituzione considerata sacra, tanto più in un momento estremamente delicato per le condizioni di salute del venerato monarca, Bhumibol Adulyadej.
Insomma, nonostante le sue dichiarazioni, secondo cui non avrebbe mai agito contro gli interessi, del suo paese, Thaksin si è trasformato nel detonatore di una crisi che potrebbe sfociare anche in un conflitto. In cui la Thailandia ha tutto da perdere.
Secondo alcuni osservatori, qualora la crisi dovesse peggiorare, un piccolo, povero paese come la Cambogia, che tutti ancora ricordano per gli orrori subiti durante il periodo dei kmer rossi (di cui Hun Sen fu tra i primi protagonisti), susciterebbe molta più simpatia della Thailandia. Senza contare che Thaksin potrebbe davvero apparire come un perseguitato.
Hun Sen, invece, non ha nulla da perdere. Anzi, la crisi sta già canalizzando il nazionalismo khmer nella direzione che vuole lui: contro i thailandesi. In questo modo riesce a distrarlo dalla crescente insofferenza verso vietnamiti, che hanno invaso il paese nel 1979, hanno prescelto Hun Sen come primo ministro nel 1985 e in modo più o meno occulto continuano a controllare il governo.
In questa prospettiva, c’è da chiedersi se gli Stati Uniti sosterranno la causa cambogiana in appoggio i vietnamiti (che si stanno dimostrando i migliori alleati nell’area) sacrificando il loro stoico alleato thai, mentre i cinesi si schiereranno con i thai in funzione antivietnamita e antiamericana sacrificando Thaksin che era consideravano un partner affidabile, sangue del loro sangue. E’ l’ennesima mano di un gioco cominciato trent’anni fa. A carte rimescolate.

Articolo pubblicato su
Il Foglio Online del 12 novembre

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Il Nome di Dio

In un racconto di fantascienza di Artur C. Clarke, i Nomi di Dio sono nove miliardi. E quando saranno stati tutti scritti (con parole di non più di nove lettere), l’umanità avrà esaurito il suo compito e ci sarà la fine del mondo. Possiamo stare tranquilli: tra quei nove miliardi di nomi ce n’è uno che non potrebbe essere scritto per definire Dio, a meno che non lo facesse un musulmano: Allah. Tra fantascienza e fantareligione è quanto sostiene il governo Malaysiano che ha vietato la distribuzione di diecimila Bibbie in cui il nome di Allah era usato per indicare il Dio cristiano. Il governo, espressione della maggioranza malay-musulmana che controlla il paese, ha affermato che la parola Allah è islamica e il suo uso nella Bibbia potrebbe offendere i musulmani. La Christian Federation of Malaysia, invece, sostiene che le popolazioni di lingua araba hanno usato quel Nome per riferirsi a Dio prima della fondazione dell’Islam.
"A Dio appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli" è scritto nel Corano (VII, 180). sarebbe davvero bello se a tutti fosse concesso di usare il nome per loro più bello. Anche a rischio della fine del mondo.
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Bad Boys

Sono tutti cattivi: ex tagliatori di teste o ex guerriglieri comunisti, signori della guerra e dell’oppio, trafficanti di eroina e metanfetamine, criminali delle Triadi cinesi e generali birmani. Sono i protagonisti della storia che si sta svolgendo nel settore birmano del Triangolo d’Oro e negli Stati Shan, al confine con la Cina. Una storia appena iniziata e che potrebbe trasformarsi nel detonatore di una crisi in tutta l’area.
Negli ultimi mesi il governo etnocratico birmano sta cercando di consolidare il proprio potere attaccando le minoranze più organizzate. E’ toccato prima ai Karen (perenni vittime sacrificali) e poi ai Kokang, di etnia cinese. I prossimi dovrebbero essere gli ex tagliatori di teste Wa, che controllano il traffico di metanfetamine in sud-est asiatico. E allora, come ha detto un osservatore locale, “si rischierebbe di aprire il vaso di Pandora”. Perché i Wa dispongono di un esercito di 25.000 uomini molto ben armati. Secondo la Jane’s Intelligence Review, la United Wa State Army (UWSA) ha acquistato un completo arsenale di ultima generazione prodotto in Cina. Ciò significha che il governo di Pechino non gradisce troppo un rafforzamento del regime birmano ai suoi confini. Senza contare che sino agli anni Ottanta sono stati i cinesi a sostenere e armare molti eserciti “etnici” sotto l’ombrello del partito comunista birmano. Una volta esaurita la spinta ideologica si sono convertiti al traffico di droga.

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Una parata dell’UWSA

I generali della giunta birmana, dal canto loro, sanno perfettamente che l’unico modo per mantenere il potere a lungo termine è di eliminare ogni spinta centrifuga e forse contano sul fatto che i cinesi siano disposti a sacrificare qualche decina di migliaia di “indigeni” pur di tenersi aperta la via per l’Oceano Indiano. Lo dimostra la tiepida reazione all’attacco contro i Kokang. Altra variabile di questo scenario è rappresentata dagli stessi Wa, che potrebbero cedere il controllo sul territorio pur di mantenere quello sul traffico di droga, i cui proventi sono investiti anche in Birmania (comprese molte strutture turistiche). Oppure potrebbero rinsaldare la fresca alleanza con gli Shan, loro storici nemici per il controllo dell’oppio.
Secondo alcuni osservatori, infine, i generali birmani vogliono affermare la loro “indipendenza” dalla Cina. Lo proverebbe il fatto che il Myanmar Times, settimanale che è la voce in lingua inglese del governo, abbia dato notizia della visita del Dalai Lama a Taiwan. In questa prospettiva i militari sarebbero in cerca di nuovi alleati. C’è chi fa il nome di Mahinda Rajapaksa, presidente dello Sri Lanka: il suo primo viaggio all’estero dopo la sconfitta delle Tigri Tamil è stata in Birmania e sembra che il generale Than Shwe, numero uno della giunta, abbia trovato illuminanti le sue idee circa la lotta alle minoranze.
Altri fanno notare l’entusiastica accoglienza che la giunta ha riservato al senatore americano Jim Webb, cui sembra rispondere una certa disponibilità dell’amministrazione Obama. Ma una ripresa delle relazioni con gli USA potrebbe avvenire solo nel caso la giunta proseguisse nella sua road map verso la democrazia (per quanto controllata). E questa può realizzarsi col pieno controllo del territorio.
Per i cattivi l’unica regola è che non ci sono regole.
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Un monaco pericoloso

«Se cediamo alla rabbia l’energia negativa continuerà a espandersi. E allora non ci saranno più nemici, solo vittime». E’ un insegnamento di Thich Nhat Hanh, monaco e poeta vietnamita, esule da oltre quarant’anni.
Ancora una volta le vittime sono stati i discepoli di Thây, Maestro, come lo chiamano. Il monastero di Bat Nha, nel Vietnam centrale, dove vivono i monaci e le monache che s’ispirano al suo insegnamento, è stato devastato. Secondo le autorità locali si è trattato di “un affare interno tra sette buddhiste”. Per molti, invece, l’irruzione era pilotata dall’alto.
Thich Nhat Hanh, uno dei maggiori esponenti della tradizione Zen contemporanea, nato in Vietnam nel 1926, a sedici anni diviene monaco buddhista, ma ben presto si allontana dalla pratica tradizionale per seguire quella del “Buddhismo impegnato”. Inizia una lotta personale alla povertà, all’analfabetismo, alle ingiustizie sociali. Con l’escalation del conflitto diviene uno dei più importanti attivisti per la pace: nel 1964 crea la “Scuola della gioventù per i servizi sociali” e lavora nei villaggi della DMZ, la zona smilitarizzata tra Vietnam del Nord e del Sud che, nonostante il nome, fu teatro di numerose e violente battaglie. Intanto continua a spostarsi tra Stati Uniti, Francia e Singapore, rispettivamente per sostenere i movimenti pacifisti, come capo della delegazione buddhista ai colloqui di Parigi, per implorare Lee Kuan Yew, il signore della città stato, di dare asilo ai profughi. Nel 1966, dopo un’ennesima missione, gli è negato l’ingresso in patria e a nulla vale la candidatura al premio Nobel per la pace sostenuta da Martin Luther King nel 1967. Da allora vagabonda esule, finché, nel 1982, fonda un monastero buddhista in Francia. Nel 2005 il governo vietnamita lo invita a tornare per una serie di conferenze. «A quel tempo il governo voleva dimostrare la sua apertura alla libertà di culto. Era in gioco l’ammissione al WTO (l’organizzazione mondiale per il commercio) » spiega Giang Nguyen, capo della stazione vietnamita della BBC.
Ormai lo scopo è raggiunto, quindi sono riprese le critiche verso Thich Nhat Hanh e i suoi monaci, accusati di “approccio scorretto nei confronti della politica dello stato vietnamita”
L’approccio scorretto si basa sulla “presenza mentale”. «E’ la piena consapevolezza di sé, di ogni respiro, di ogni movimento, di ogni pensiero e sensazione, di tutto quanto ci riguarda» spiega Thây. «Dovete essere del tutto presenti per ottenere una diversa percezione della vita. Dovete essere come giardinieri che coltivano il giardino di casa: coltivare le emozioni, abbracciare le emozioni. Riprendere contatto anche con la vostra paura e la vostra rabbia, se volete superarle». E’ vero: è una pratica pericolosa.

Qualche minuto di presenza mentale

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Nidi di rondine

Ci sono isole remote, sparse nel Golfo di Thailandia e nel Mar delle Andamane, dove governano bande armate e dove la successione al potere avviene per eliminazione. Non sono pirati, né trafficanti di droga. Sono coloro che controllano lo sfruttamento di ciò che è definito “oro bianco” o “caviale dell’Est”: i nidi di rondine.
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Prodotti dalla saliva di una specie di rondine del Sud-est asiatico, sono considerati una panacea per tutti i mali, un elisir di lunga vita e, soprattutto, un potente afrodisiaco. Il che li rende ricercatissimi: sul mercato di Bangkok sono venduti a circa 1500 euro il chilo, ma già sulla piazza di Hong Kong il prezzo sale a 4500. Negli ultimi anni, però, il traffico dei nidi di rondine ha messo a rischio la sopravvivenza di quella specie animale, nonché degli uomini che vi sono coinvolti. Per far fronte alla sempre maggior richiesta cinese, quindi, si sono iniziati ad attrezzare veri e propri “condomini per rondini” dove possano nidificare. Senza contare che questo nuovo business si è rivelato un modo eccellente per riciclare denaro sporco.
Scrive David Le Breton: “Più che un cibo noi consumiamo i valori che gli vengono associati”.

Nidi di rondine, afrodisiaci e altri strani cibi nei libri di Jerry Hopkins.

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The Magical Mystery Tour

«Naypyidaw è stata progettata come quartier generale. Poi hanno cominciato a pensare che era un posto perfetto per tutti loro. Volevano sentirsi al sicuro, anche da eventuali epidemie» dice un attivista birmano a Bangkok.
Naypyidaw è la nuova capitale della Birmania. Loro, gli artefici di questa città fantasma, sono i generali della giunta militare. L’uomo che me ne parla la conosce bene: ci ha lavorato due anni. «Per resistere a qualunque attacco hanno scavato le montagne. Gli ingegneri erano nordcoreani».
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La pagoda di Naypyidaw, tempio del lavoro forzato.
Le connessioni tra Birmania e Corea del Nord, accomunate da regimi che materializzano tutti gli incubi del totalitarismo, sono ben note da anni. Ma fingiamo di accorgercene ora. Per quello che è stato definito “The Magical Mystery Tour” di una nave nordcoreana, la Kang Nam I. Nei giorni scorsi questo decrepito cargo si è trasformato in una metafora dei misteri e delle trame che s’intrecciano nel teatro asiatico.
La Kang Nam I è salpata il 17 giugno dal porto di Nampo, sulla costa occidentale della Corea del Nord. Secondo fonti sudcoreane e i rilevamenti del lanciamissili americano che lo ha monitorato nel Mar della Cina, faceva rotta per la Birmania, dove avrebbe dovuto attraccare al porto di Thilawa, a sud di Rangoon. Il sospetto era che trasportasse armi o attrezzature per la costruzione di tunnel. Il quotidiano dissidente birmano The Irrawaddy ha ipotizzato che potesse trattarsi di componenti per lo sviluppo di un arsenale nucleare. Secondo altri la destinazione finale era il porto iraniano di Bandar Abbas.
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La Kang Nam nel suo Mystery Tour.
Quale fosse la meta della Kang Nam I e che cosa trasportasse è destinato a restare un mistero. Il 30 giugno, infatti, la nave ha invertito la rotta. Misterioso anche il perché. Secondo alcuni analisti dimostra l’efficacia della risoluzione 1874 delle Nazioni Unite, che autorizza a fermare qualunque mezzo nordcoreano sospettato di trasportare armi. Fonti dell’intelligence Usa cominciano a pensare che “la crociera verso il nulla” della “nave misteriosa” sia una diabolica manovra di Kim Jong-il, il tiranno nordcoreano, per confondere le acque o distrarre l’attenzione da altre manovre. Due giorni dopo l’inversione di rotta, la Corea del Nord ha effettuato il lancio di prova di 3 missili a corto raggio nel Mar della Cina. Intanto, mentre i generali della giunta birmana si dichiarano estranei a qualunque coinvolgimento, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon è in viaggio per Naypyidaw nella sua ennesima “mission impossibile”. Sembra la trama di un romanzo di Clive Cussler. Di cui abbiamo letto solo i primi capitoli: il Magical Mystery Tour della Kang Nam I potrebbe non finire qui...
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Una bionda sul Mekong

La rivista Time l’ha definita la miglior birra d’Asia. Il New York Times le ha dedicato un articolo. È la Beer Lao, prodotta a Vientiane dalla Lao Brewery, società in compartecipazione tra lo stato Lao e la danese Carlsberg. Secondo gli esperti il suo segreto sta nel riso miscelato al malto che le conferisce un sapore “leggero e brioso”. Per ora solo l’un per cento della produzione viene esportato, ma la Lao Brewery sta organizzando una rete di distribuzione gestita in gran parte da viaggiatori che l’hanno apprezzata nell’atmosfera rilassata di un bar in riva al Mekong. Insomma la Beer Lao sembra destinata a diventare di moda. I più informati potranno accompagnarla a un cestino di khao niaw, riso glutinoso (non provateci proprio a usare le bacchette: va mangiato con le mani). Magari qualcuno si chiederà dov’è il Laos e che cosa ci succede. E’ la globalizzazione, bellezza.
Beer Lao e le altre
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La follia del Delta

Un anno fa il ciclone Nargis devastava il delta dell’Irrawaddy, Birmania. In quei giorni morirono almeno 140.000 persone. Due milioni e mezzo di esseri umani persero tutto.
A distanza di un anno la vita dei sopravvissuti è ancora disperata. Dopo i primi, criminali ostacoli posti dalla giunta alle organizzazioni di soccorso, queste sono riuscite a evitare la seconda ondata di morti per fame e malattie. Ma oltre mezzo milione di persone non ha un riparo permanente, circa 200.000 non hanno acqua potabile. Dalle informazioni che filtrano dalle più remote zone del delta, solo il 10 per cento della popolazione riceve un’assistenza efficace. Tutti gli altri dipendono dai funzionari governativi. Si è così creato un ciclo perverso di corruzione e schiavitù. Per ricevere aiuto devono pagare i funzionari che controllano che controllano acqua, cibo, medicine. Ma per farlo sono costretti a indebitarsi e l’unico modo per pagare i debiti sono i lavori forzati. Facile comprendere perché nel delta dell’Irrawaddy le malattie mentali si diffondano come un’epidemia.


Per informazioni aggiornate sulla situazione birmana, visitate il sito di Burma Partnership.

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Democrazia: controllata o comprata?

L’Asia, le Thailandia in particolare, sembra divenuta il laboratorio in cui si sperimentano e dibattono le nuove filosofie politiche. Se sia preferibile una “managed democracy”, una democrazia controllata, o una democrazia di stampo occidentale. Anche a costo di accettarne i limiti e le corruzioni. Nel video, diffuso dal quotidiano thai The Nation, l’ex premier Thaksin, in un momento di distrazione, ammette di aver pagato i suoi sostenitori.

Lo possiamo vedere perché siamo in democrazia o perché è una prova a carico della democrazia comprata (a poco più di 10 euro)?
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Un indovino non mi ha detto

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In Asia bisognerebbe sempre consultare un indovino prima di muoversi. Avrei saputo che, con Nettuno in opposizione al sole, la rivoluzione delle camicie rosse in Thailandia era destinata al fallimento. Avrei evitato un precipitoso ritorno a Bangkok da uno sperduto villaggio di minatori di Mindanao, Filippine.
Il cattivo auspicio per i seguaci dell’ex premier Thaksin è segnalato sulla prima pagina di The Nation, autorevole quotidiano thai in lingua inglese, del 15 aprile.
Oggi la capitale è semideserta. Non per lo stato d’emergenza, ma per il ponte di Songkran, la festa dell’acqua, ufficialmente allungato sino a venerdì.
Forse solo gli indovini attorno al Wat Pho, il tempio del Buddha Reclinato, sanno che cosa accadrà nei prossimi giorni. Secondo molti il primo ministro Abhisit Vejjajiva sta ritrovando la sua anima thai, che sembrava offuscata da un’educazione troppo inglese: ha recuperato il suo luak yen, il sangue freddo, e ha ristabilito il rapporto Yi-soong-ti-tam, fondamentale distinzione gerarchica che impone al superiore di dimostrarsi tale. Così, dopo aver “perso la faccia” annullando il vertice dell’Asean in seguito alle manifestazioni dei rossi, ha saldato il suo debito morale ristabilendo l’ordine a Bangkok. Il che potrebbe permettergli di mediare tra i suoi oppositori e i suoi stessi sostenitori. Secondo altri, però, è ostaggio della nobiltà e dell’esercito, cui deve la sua elezione, e non potrà attuare alcun cambiamento significativo.
Per comprendere davvero che cosa accadrà, ma anche che cosa è accaduto e sta accadendo bisognerebbe consultare gli indovini sparsi nel sud-est asiatico come i venditori di zuppa. Perché gli avvenimenti thailandesi riguardano tutta l’area. Il problema reale, infatti, è il modello politico da seguire. Un’alternativa tra “democrazia controllata” (che in Thailandia è rappresentata dai gialli) oppure “democrazia senza controllo” (incarnata dai rossi). Da un punto di vista occidentale è un falso problema, poiché la democrazia è solo una, definita dalla nostra tradizione culturale. Il che impedisce di comprendere la nuova Asia. Ha creato e continua a creare una serie di equivoci: ha portato a condannare Thaksin come corrotto multimiliardario populista e poi a sostenerlo, sia pure con riluttanza, come avversario dell’oligarchia.
Più che consultare un indovino sarebbe opportuno leggere “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler. Per comprendere che la Storia non procede in modo lineare, meccanico, ma è un continuo trasformarsi e adattarsi alle situazioni.
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Il Tempio Maledetto

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Sono ripresi i combattimenti per un antico tempio dedicato al dio Shiva. E’ arroccato su uno sperone roccioso delle montagne Dangrek, al confine tra Thailandia e Cambogia. Per i thai è il Phra Viharn, per i khmer il Preah Vihear.
Da secoli è conteso. A lungo compreso in territorio thailandese, nel 1962 fu assegnato alla Cambogia dalla Corte Internazionale di Giustizia in base ai confini tracciati dai francesi nel 1904. Nel 1975 fu occupato dai khmer rossi e nel 1979 divenne uno dei santuari degli uomini di Pol Pot, rifugiatosi ad Anlong Veng, 65 chilometri a est.
Riaperto nel 1998, per qualche tempo fu un’attrazione storico-turistica condivisa, tanto che i governi thai e cambogiano presentarono un’istanza comune affinché fosse dichiarato patrimonio culturale dell’umanità. Quando è accaduto, nel luglio scorso, il tempio è divenuto un simbolo di orgoglio nazionale per entrambi i paesi e pretesto per nuove rivendicazioni territoriali. Dopo qualche giorno di scontri è stata sancita una tregua. Ma le parti in causa non sono riuscite ad accordarsi nemmeno sul nome.
Il Tempio Maledetto sembra quello più consono. E’ uno scenario di fantasmi. Quelli di dei e demoni incisi sulle pietre. I neak ta, gli spiriti ancestrali per i khmer, e i phra phum, gli spiriti dei luoghi per i thai. Degli uomini uccisi dai khmer rossi e di quelli che cercavano di fuggire dalla Cambogia e furono ricacciati indietro, sui campi minati. Dei soldati di questo ennesimo scontro, vittime dell’eterno domino che si gioca in sud-est asiatico.
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Il cappello di Panama di Hanoi

Nell’ultimo numero della rivista di bordo delle Vietnam Airlines appare una pagina pubblicitaria di Hermès. E’ la foto di un uomo che lancia in aria un cappello di Panama: un modello tradizionalmente bianco, con una fascia di seta blu e un sottile bordo sulla falda. Una piccola scritta precisa che è in vendita nella boutique di Hermès al Metropole Hotel di Hanoi.
In quella boutique un’elegante, raffinata commessa, quasi con aria di scusa dice che il cappello è stato venduto dieci minuti prima. Lo ha ordinato una signora di Saigon per regalarlo al marito. Costa 1200 dollari e la signora se lo è fatto spedire via aerea. Goodbye Vietnam.
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Kiniao Chic

C’è un termine thai che molti farang, stranieri, di passaggio a Bangkok sentono ripetere ma non sanno che cosa significhi: kiniao. A dirlo, mimetizzato da un eterno sorriso, sono le ragazze dei bar. Vuol dire tirchio. Da qualche tempo kiniao si è raffinato, è diventato uno stile di vita: il kiniao chic.
In tempi di crisi globale non è più di moda essere ricchi. Soprattutto è meglio non apparire tali. Anche qui, in un paese buddhista, dove la ricchezza non è considerata un peccato da espiare ma un segno di buon karma.
E così qualcuno comincia a lasciare in garage la Lexus con targa benaugurante – le targhe si possono comperare, e quelle in cui compaiono o si ripetono numeri di buon auspicio come il 7 costano migliaia di dollari – evita di esibire abiti griffati o orologi da 10.000 dollari. Si diffonde una moda shabby, trasandata, sdrucita, no logo. I ricchi cercano di proteggersi ingannando la povertà.
Per altri la crisi impone la necessità di riflettere su codici morali e sociali. Diventa sempre più forte il richiamo del “Buddhismo impegnato”, movimento che s’ispira agli insegnamenti del monaco vietnamita Thich Nhat Hanh e del thailandese Buddhadasa Bhikkhu. L’essenza della loro dottrina sta nel tentativo di connettere la purezza originaria del buddhismo ai problemi sociali contemporanei.
Oltre le mode e le tendenze culturali, però, il fenomeno potrebbe trasformarsi ancora. Nell’aria umida del sud-est asiatico, le prossime piogge sembrano cariche di presagi. C’è una minoranza per cui il kiniao è la divisa di una nuova casta di asceti-guerrieri. Per loro la crisi segna il crollo dell’Occidente e dei suoi valori, la democrazia innanzitutto. E quindi l’ineluttabile necessità di una rivoluzione culturale. Guardie Rosse e Khmer Rouge sono stati i primi modelli di stile kiniao.

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La giustizia va servita fredda ?

Sono passati trent’anni, un mese e qualche giorno da quando le truppe vietnamite entrarono a Phnom Penh, il 9 gennaio 1979, e posero fine a “quei 3 anni, 8 mesi, 20 giorni” iniziati nell’aprile 1975, quando in Cambogia si materializzò l’inferno terrestre dei khmer rossi.
Gli ultimi demoni di quel periodo saranno giudicati in un processo che inizia il 17 febbraio con le udienze preliminari della Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (
ECCC). Sotto il dominio dei khmer rossi, in quella che divenne la Repubblica Democratica di Kampuchea, si stima siano morti un milione e mezzo di cambogiani su una popolazione di sette milioni. Molti furono torturati e uccisi. Molti di più morirono di fame, fatica e malattie nei campi di lavoro dove furono deportati come schiavi per realizzare l’utopia di purificazione comunista e del ritorno alle origini contadine sognata dal Saloth Sar, meglio conosciuto come Pol Pot. “I diritti individuali non furono sacrificati per il bene collettivo, ma furono aboliti in quanto tali. Ogni espressione dell’individualità umana fu condannata in sé e per sé. La coscienza individuale venne sistematicamente demolita” scrive lo storico Philip Short nel saggio Pol Pot.
Da allora la Cambogia ha vissuto altri vent’anni di guerra civile, ultima vittima della guerra fredda e della folle logica dei blocchi, per cui gli Stati Uniti sostenevano indirettamente gli ultimi khmer rossi, asserragliati nei loro santuari nel nord del paese in funzione anti-vietnamita. Per i troppi scheletri, reali e simbolici, disseminati nel paese come le mine, ci sono voluti altri dieci anni di battaglie politiche e finanziarie per arrivare al giudizio, che vede pochi e vecchi khmer rossi alla sbarra.
Il principale imputato è Kaing Guek Eav, alias Duch, ex resposabile del Tuol Sleng la scuola che divenne la prigione e il centro d’interrogatori dell’S21, il servizio di sicurezza dell’Angka, “l’organizzazione”. In un filmato girato dai vietnamiti 3 giorni dopo il loro arrivo si vedono ancora i cadaveri nelle sale di tortura.
Dobbiamo confrontarci con quegl’incubi anche o proprio perché sono passati trent’anni. E il tempo rende più forte la tentazione o la possibilità di negare.
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Il Triangolo d’Oro fiorisce ancora

Chiang Saen. In questa città dell’estremo nord thailandese il Mekong forma un’ansa che si incunea nel Regno, segnando a est il confine con il Laos e a ovest con la Birmania. Delimita il territorio noto come “Triangolo d’Oro”. Il papavero da oppio cresce bene nel suolo alcalino di questo tratto di fiume. Secondo l’ultimo rapporto dell’Office on Drugs and Crime delle Nazioni Unite (UNODC) sembra destinato a rifiorire.
Sino al 1959 la produzione e il commercio dell’oppio erano monopolio di stato thailandese, in un gigantesco giro d’affari che coinvolgeva militari thai, signori della guerra birmani, reduci cinesi del Kuonmintang, l’esercito nazionalista di Chiang Kai-shek, ulteriormente alimentato dai movimenti di guerriglia comunisti e dalla CIA. La situazione si complicò negli anni Sessanta, quando l’oppio fu dichiarato illegale anche in Thailandia e con l’acuirsi dei conflitti in sud-est asiatico.
Negli ultimi vent’anni la produzione era calata grazie soprattutto alla riconversione delle colture in Laos e in Thailandia. Qui, poi, la cosiddetta guerra alla droga dichiarata dall’ex premier Thaksin Shinawatra aveva letteralmente decimato sia gli ettari di coltivazione sia i trafficanti e i produttori, con un bilancio di oltre 2500 esecuzioni extragiudiziali. Thaksin, deposto da un colpo di stato nel settembre 2006, oggi è sotto inchiesta per violazione dei diritti umani. Intanto la produzione d’oppio è aumentata di oltre il 20 per cento.
In realtà, secondo il rapporto dell’UNODC, il rifiorire dei campi di papaveri è determinato dalla concomitanza di due fattori: l’aumento del prezzo dell’oppio grezzo e la crisi economica (che da queste parti è anche alimentare). Tale congiuntura fa prevedere che il prossimo anno molti contadini, specie birmani, riprenderanno le antiche tradizioni. Con una differenza: a quanto sembra sono soprattutto i più giovani, addirittura gli adolescenti, a far ritorno ai campi.
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Nessuno li vuole. A parte i trafficanti d’uomini

I Rohingya sono gli unwanted, gli indesiderati del sud-est asiatico. Sono anche gli ignoti. Sono una minoranza etnica di religione musulmana stanziata nella regione birmana dell’Arakan, sul Golfo del Bengala. Per l’autocratica giunta birmana non hanno diritto di nazionalità. In nome del mahan lumyogyi naingnngan, di una nazione monolitica, una specie di reich birmano, i rohingyas sono perseguitati, discriminati, schiavizzati. Condannati a vivere in un ciclo di povertà, repressione, fuga, cattura e sfruttamento.
La fuga è verso il vicino Bangla Desh, in cerca di solidarietà etnica e religiosa. Ma solo i più fortunati riescono a ottenere lo status di rifugiati. La maggioranza sopravvive attorno ai campi profughi. Molti si consumano facendo i conducenti di risciò nella città di Cox Bazar.
E così, tra dicembre e marzo, quando il monsone invernale porta bel tempo e calma le acque del mar delle Andamane, i Rohingyas riprendono la fuga. S’imbarcano su battelli sgangherati cercando di raggiungere la Thailandia, la Malaysia o addirittura l’Indonesia. Scompaiono in mare a centinaia, muoiono di fame, di sete, divorati dagli squali.
In questo periodo se ne parla, almeno nei giornali dell’area, perché la marina thai è stata accusata di aver ricacciato in mare un migliaio di boat people rohingyas, abbandonandoli al loro destino con due sacchi di riso e due galloni d’acqua per barca. Di cinquecento di loro non si hanno più notizie. Altri sono detenuti in attesa d’essere rimpatriati. Secondo alcuni osservatori la Thailandia vuole evitare che le sue coste orientali siano invase da flussi sempre maggiori di profughi dalla Birmania e dal Bangla Desh. Senza contare che alcuni Rohingyas potrebbero essere reclutati dai movimenti islamici attivi nell’estremo sud del paese. Per qualcuno il blocco potrebbe essere una fortuna. L’ingresso di rifugiati clandestini molto spesso è organizzato dai trafficanti di uomini. Sono gli unici a volere i Rohingyas.
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