Aspettando Merton
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Per la verità, non conosco neppure me stesso”…
E’ l’incipit di una preghiera di Thomas Merton, monaco trappista, mistico, tra i primi a cercare una forma di comunione con il buddhismo. Morì durante un viaggio in Asia, a Bangkok, in occasione di un convegno inter-religioso sul monachesimo.
Andando sulle vie dell’Asia, spesso, si ricerca un nuovo Merton, qualcuno che ne incarni lo spirito.
Al simposio Simposio Buddista-Cristiano che si è svolto nel centro di meditazione del Wat Phrathat Sri Chomthong Voravihar, un monastero di un villaggio vicino a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, Merton non c’era.
C’era una folla di personaggi che ragionava e discuteva su “Dharma, compassione e Agape nel mondo contemporaneo (ossia sulla legge buddhista nel suo senso più ampio, sui diversi modi di interpretare e vivere la compassione e sullo spirito cristiano di comunione fraterna).
C’era una monaca cinese della scuola buddhista cha’n – la versione originaria e pura del giapponese Zen, come ha fatto notare con rigorosa dolcezza - che sottolineava la sottile differenza tra la compassine cristiana quale forma d’amore e quella buddhista come empatia.
Un vecchio buddhista thai che raccontava la vita di Gesù come una favola del villaggio, chiedendosi quanto dovesse aver sofferto per le maldicenze sul conto di sua madre (inevitabili dato il misetro della Sua nascita)
Un monaco Zen giapponese che illustrava i principi del governo etico prendendo a modello la dinastia Tokugawa, gli shogun che governarono il Giappone dal Seicento all’Ottocento, ipotizzando la possibilità della dittatura illuminata.
Un professore di economia italiano che dichiarava la felicità quale essenziale elemento da inserire nei programmi di sviluppo economico.
Un monaco cinese che analizzava la crisi finanziaria dal punto di vista del Sutra del Loto, come fosse l’ennesima, implicita, dimostrazione della sofferenza insita nella vita
Una monaca cattolica compresa in uno stato di profonda meditazione vipassana.
C’erano uomini e donne del movimento cristiano dei Focolari, tra gli organizzatori del convegno, che ripetevano, come mantra: “lo scopo finale è che tutti siano uno”, “l’uniformità non è unicità”, “dare all’altro la possibilità di essere altro”
C’era un frate che commentava: “In Asia siamo lontani dall’idea di Dio, ma è forte l’idea della Morale”.
Alla fine, forse, c’era anche Merton. Almeno secondo le infinite, possibili interpretazioni del Sutra del Loto, secondo un’estensione mistica del Principio di Indeterminazione. Forse c’era, insomma, ma passava dall’uno all’altro dei personaggi. Cercando ancora la Via.
Dio mio, come sono caduto in basso
Dio mio come sono caduto in basso.
Almeno così pare, leggendo Bangkok, il romanzo-reportage di John Osborne, canonizzato come uno dei maggiori travel-writer contemporanei, novello Greene o Malraux. Ma se osservo il Chao Phraya, il fiume che scorre sotto le mie finestre, non lo vedo “scorrere limaccioso e violento”. Salvo che la violenza non sia quella delle onde dei battelli turistici.
Dio che drammatizzazione.
Bangkok può anche essere quella descritta da Osborne, in bello stile e con parecchie confusioni, ma lo è solo per i più pervicaci cacciatori di colore locale, né si può definire con quegli aggettivi, quegli stereotipi, quegli effluvi citati in queste prime righe e tratti dalle sue prime pagine.
Io posso anche essere caduto ma non ho gettato la spugna né sono alla deriva. Casomai nuoto controcorrente.
Quando le anime si sollevano
«Se uno non muore, può solo credere nei miracoli» sussurra un vecchio dal sorriso sdentato che incontro nella missione salesiana di Cité Soleil, l’agghiacciante bidonville di Port-au-Prince, che galleggia su una palude di rifiuti, attraversata da fogne a cielo aperto in cui scorrono rigagnoli le cui esalazioni si mescolano alla polvere della strada, rendendo l’aria gialla e densa, bollita dal calore.
Ammesso di non morire di fame, Aids, o una qualunque delle malattie endemiche che stanno decimando la popolazione di Haiti, ci vuole davvero un miracolo per sopravvivere nel paese più povero dell’emisfero occidentale, dove due terzi dei sette milioni d’abitanti hanno un reddito inferiore ai 25 dollari il mese (contro i 67 della confinante Repubblica Dominicana). Un paese dominato da bande armate battezzate “Chimere” come il mostro mitologico, che hanno annunciato la volontà di «tagliare le teste e bruciare le case dei bianchi». Un paese dove migliaia di bambini sono venduti come restavek (parola creola che deriva dal francese rester avec, restare con), piccoli schiavi che restano con chi li ha comprati, specie nella vicina Repubblica Dominicana.
Le maledizioni di Haiti sono queste. E superano in orrore ogni possibile fantasia evocata dal vudù, col suo immaginario di stregoni, zombi, possessioni e feticci trafitti da spilloni.
«Haiti ti induce a guardare in te. Per questo non vedo l’ora di andarmene» dice un funzionario della cooperazione. Riflessione che mi ricorda una citazione di Nietzsche: “Se fissi a lungo lo sguardo nell’abisso, anche l’abisso affonda lo sguardo in te”.
«Haiti ha istituzionalizzato la criminalità, viviamo una situazione colombiana, ma molto più sfasciata» dice Mauro Miedico, giovane, entusiasta avvocato italiano della Missione Civile Internazionale ad Haiti organizzata dall’ONU e dall’OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani.
«La magia nera è azdé, condannata» assicura padre Bruno Gilli, missionario comboniano, etnologo e antropologo, uno dei massimi esperti in materia. Purtroppo, però, è divenuta il mezzo principale della lotta politica.
Tutto ciò è conseguenza di un paradossale percorso storico che ha trasformato la prima repubblica nera del mondo in “una caricatura del potere nero”. L’indipendenza di Haiti venne dichiarata il 31 dicembre 1803 dal generale Dessalines, figlio di schiavi. Che nell’ottobre dell’anno seguente si autoproclamò imperatore. Da allora questa storia si è sempre ripetuta, sino all’apoteosi del 1963, quando Francois “Papa Doc” Duvalier si fa nominare “presidente a vita”, si dichiara incarnazione del Baron Samedi, spirito tutelare degli Inferi e dei morti, instaura una tirannide di terrore magico e incorpora tra i ranghi dei Tontons Macoute, la sua polizia segreta, molti stregoni vudù. Alla sua morte, nel 1971, il potere passa al figlio, Jean Claude “Baby Doc” Duvalier, deposto nel febbraio dell’86. Negli anni seguenti si susseguono golpe, massacri, dittature. Concluse con l’intervento nordamericano del ‘94 a sostegno del presidente Jean-Bertrand Aristide, prete dei quartieri poveri. Nel febbraio del 2001, Aristide si è autoproclamato presidente, è titolare di conti per un totale di oltre 800 milioni di dollari e vanta capacità magiche. «Assicura di poter sfuggire agli attentati trasformandosi in coniglio» dice un haitiano.
In un magnifico libro dello storico Madison Smarrt Bell la rivoluzione del 1803 è definita Quando le anime si sollevano. Il fatto è che, da allora, non hanno più trovato pace.
Il tempo dell'ancora
Piani Alti

Jim Thompson Mistery Trail
Affermato architetto americano, durante la seconda guerra mondiale Thompson aveva fatto parte dell’OSS, l’Office of Strategic Services, il servizio segreto che sarebbe poi divenuto la CIA. La sua ultima missione doveva compiersi in Thailandia, ma la guerra si concluse mentre era in viaggio per Bangkok, dove assunse l’incarico di capo della stazione OSS. Dopo un breve soggiorno in patria, tornò in Thailandia. Secondo alcuni continuando a svolgere la sua attività di agente. Qualunque fosse la sua identità segreta, in pochi anni Thompson diede vita alla moderna industria della seta thai. Nel frattempo si costruì una splendida casa nel centro di Bangkok, arricchita da una collezione d’arte asiatica raccolta nei suoi viaggi nell’area.
All’epoca della sua scomparsa, dopo i lunghi anni dell’Emergency, la guerriglia comunista, le Cameron Highlands erano appena tornate a essere una località di villeggiatura come durante il periodo coloniale. Thompson era stato invitato da amici di Singapore che avevano là una residenza.
Oggi le foreste delle Cameron Highlands stanno sparendo tra coltivazioni di tè e fragole, residence, alberghi per la borghesia malese e thai che viene qui a prendere il fresco. Restano ancora alcuni tratti integri, come quello dove è stato tracciato il Jim Thompson Mistery Trail, una passeggiata di circa due ore per osservare piante e fiori.
Dopo Jim Thompson è sparito il senso della sparizione, del mistero.

“Se vuoi vedere la tomba di Jim Thompson vai a Honolulu” mi ha scritto un amico.
Amori, altopiani e macchine parlanti
Perché Butch Cassidy and the Sundance Kid? Leggete il libro.
La Logica e il Pugnale
Così Mircea Eliade ( 1907 –1986), storico delle religioni rumeno, di straordinaria erudizione e grande viaggiatore, descrive un italiano che, oltre a cavarsela benissimo “in tutte le lingue”, era “pure bello e seducente”: “portava lo smoking con rara eleganza, benché girasse sempre con un manoscritto nella tasca posteriore”. Quell’uomo era Giuseppe Tucci (1894-1984), il più grande orientalista italiano del Novecento, tra i massimi tibetologi a livello internazionale, scrittore, archeologo, antropologo, esploratore. Un uomo cui si adatta la descrizione di Leone l’Africano, il romanzo del libanese Amin Maaluf sulla vita di un esploratore arabo: “Sono figlio del cammino, la carovana è la mia casa e la mia vita è la più sorprendente avventura”.
Il problema è questo: l’avventura. Per Tucci l’avventura corrispondeva alla definizione del Tommaseo: “avvenimento, per lo più lieto o almeno che ha dello straordinario e del singolare”. Ma è per l’avventura che in Italia il ricordo di Tucci è andato sparendo: sembra non faccia parte dello Spirito nazionale o se ne veda solo il lato oscuro. Ricordare Tucci e riscoprire le sue lezioni, invece, sarebbe utile al paese per ricollocarsi in questo nuovo “Secolo Asiatico”. Evitando errori: dall’Afghanistan alla Cina.

Ronin
Peripli Segreti

Dal bacino dov’è esposto, a sua volta, si osserva l’arsenale da dove lo scorso gennaio è sceso in acqua il Terrible, sottomarino di ultima generazione, punta della forza strategica francese. Alla Cité de la Mer c’è anche una sala dedicata alla società di ricerche e ingegneria subacquea Comex e al suo fondatore Henry Delauze, uomo che sembra un personaggio di Pratt e che negli ultimi anni si dedica alla ricerca di relitti. Storie e uomini che restano nei pensieri nel periplo dell’estrema costa normanna, in uno scenario di scogliere, fari, brume e maree, dove dalle ombre tra le rocce potrebbe palesarsi una delle Morgane del Maestro di Malamocco. E’ con questi pensieri che mi avvio all’appuntamento con un altro cacciatore di tesori, in partenza per un altro periplo segreto.

Uno scrittore come un marinaio
Segue il tempo dell’ancora.
Quando il marinaio cala l’ancora
È la fine del viaggio
Ma per lo scrittore
È l’inizio di un’avventura.
Viktor, vittoria

Un tribunale thailandese ha respinto la richiesta USA per l’estradizione di Viktor Bout, noto come “il mercante di morte”, uno dei più importanti trafficanti d’armi del mondo.
Bout era stato arrestato al Sofitel Silom Hotel di Bangkok il 6 marzo 2008 in un’operazione congiunta della CSD, la Crime Suppression Division thailandese, e della DEA, la Drug Enforcement Administration americana, in base a un mandato di cattura emesso dalle Nazioni Unite. Secondo le autorità, in questo modo era stato sventata la vendita di un importante stock di armi, compresi missili antiaerei, al gruppo terroristico del Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Il che spiegava il coinvolgimento della DEA.
Il giudice, però, ha stabilito che le accuse non sono sufficienti per l’estradizione poiché la Thailandia non riconosce il Farc come un gruppo terroristico. All’annuncio del verdetto, Bout, che si è sempre dichiarato un businessman, ha alzato la mano sinistra con le dita a V: Vittoria e Vendetta nei confronti di chi lo voleva “incastrare”.
Nato in Tajikistan nel 1967, ex agente del KGB, Bout si mette in affari nel 1992. Grazie ai suoi contatti con le alte sfere del esercito russo riesce ad accedere agli arsenali dell’ex Unione Sovietica e di altri paesi dell’est europeo. In breve tempo organizza una complicata rete internazionale per la vendita illegale di armi. Nei primi tre anni di attività fornisce armi a diverse milizie afghane, compresi i talebani, per un valore di 50 milioni di dollari. Quindi si orienta sul classico mercato africano ottenendo ottimi risultati. Nel 2003, infine, la guerra in Irak gli offre nuove e maggiori opportunità. Il suo catalogo è completo: dall’AK 47 di fabbricazione sovietica o cinese, a sistemi missilistici terra-aria ed elicotteri da combattimento russi MI-24. Parallelamente costruisce un impero economico legale nel settore dell’aviazione civile arrivando ad avere una flotta di 60 aerei per il trasporto di persone e merci registrati sotto una dozzina di compagnie internazionali. Bout, insomma, diviene uno dei personaggi chiave nella geopolitica del crimine, tanto che gli viene dedicato un libro: “Il Mercante di morte: soldi, armi, aerei e l’uomo che rende possibile la guerra”. Dal libro, a quanto pare, è stato tratto il film “Lord of War” (il sito è un vero e proprio wargame) interpretato da Nicholas Cage. Si dice l’Antonov AN-12, l’aereo utilizzato in una delle scene principali, sia stato affittato proprio da una compagnia di Bout.
Come sempre accade quando la realtà diventa fiction, perde la sua natura originaria, entra in una dimensione mitologica. Ma poi, quando si manifesta nuovamente come realtà, allora si sposta in una zona d’ombra, diviene inquietante, creatrice di dubbi. Perché Bout è così importante per gli USA? Perché i russi dicono di attendere il suo ritorno in madrepatria come fosse un perseguitato? Qual è il vero motivo per cui la Thailandia, storica alleata degli Usa, ha rifiutato l’estradizione? Perché, in un mondo di dietrologie, tutta questa storia non è stata oggetto di analisi?
Il trailer di Lord of the War con Nicholas Cage nella parte di Yuri Orlov,
personaggio ispirato a Viktor Bout. «Il film è pura fiction, nulla a che vedere con me
o il mio business» ha detto Bout. «Cage mi piaceva. Adesso non più».
Uomini e robot

«I robot non muoiono, non hanno sindacato» dice un ex subacqueo che operava sulle piattaforme petrolifere. Il greggio offshore è sempre più profondo e costoso. Quelli come lui, i palombari che s’immergevano nelle acque del Mare del Nord, sono stati rimpiazzati dai ROV, i remotely operated vehicle, sempre più autonomi ed efficienti.
E’ finita l’ennesima grande avventura. Mentre gli avventurieri degli alti fondali si sono messi a caccia di tesori sommersi. Ma anche i relitti sono troppo profondi e loro sono ormai troppo vecchi. Non gli resta altro che frugare negli archivi in cerca di navi scomparse. E poi sperare che qualcuno gli creda e sia disposto a finanziare la ricerca. A scendere, sott’acqua, anche in questo caso, sarà un robot. I vecchi palombari guarderanno i fondali da un monitor.

Zombi

Una delle immagini più diffuse nell’orgia delle celebrazioni in memoria di Michael Jackson è quella dei detenuti del CPDRC, il Cebu Provincial Detention and Rehabilitation Center, la prigione dell’isola di Cebu, nelle Filippine. Ballano al suono delle sue canzoni. Appare come un commosso omaggio al re del pop. In realtà è un fenomenale spot per lo show messo in scena l’ultimo sabato di ogni mese nel cortile del carcere.
«Pensavo a un sistema per mantenere la disciplina. Abbiamo iniziato con la marcia, poi con la marcia e la ginnastica a suono di musica. Quindi abbiamo cominciato a ballare. I detenuti mi chiedevano perché. E io rispondevo: Che cosa volete? Stare tutto il giorno senza far niente?» spiega Bayron Garcia, il direttore del carcere.
«Ci sono stupratori, rapinatori, assassini. Gente dalla testa dura, ma adesso sono più bravi. Ballano e non pensano» dice Lim, agente di custodia.
Il pezzo forte dello show è proprio il remake del videoclip “Thriller” di Michael Jackson. Un centinaio di detenuti-ballerini si muovono all’unisono, con inquietanti gesti da marionetta, portando in spalla tre bare bianche: sembrano davvero zombi. All’improvviso da una bara salta fuori un bakla, un transessuale, in prigione per spaccio di shabu, la metanfetamina che sta facendo impazzire l’Asia. Balla inguainato in un top bianco, la faccia dipinta di bianco e gli occhi bistrati con colori che si sciolgono sotto il sole formando enormi lacrime. E’ un doloroso incubo danzante.
Per vedere tutte le immagini del reportage fotografico di Andrea Pistolesi clicca qui.
Per la sinossi del reportage clicca qui.
Niente e così sia
Che cosa accomuna tutte queste persone? Il Niente. Sono tutti “protagonisti-particella ignoti e invisibili” della TON, la Theory of Nothing, la Teoria del Niente. Elaborata e documentata dall’antropologo Alberto Salza nel saggio Niente, è un’analisi della povertà estrema, un viaggio all’inferno. In un momento di scontro tra moralismi e correttezze d’opposto segno, Salza ti sputa in faccia la realtà. Ti fa odiare la miseria e, qualche volta, anche i poveri che ci disturbano con la loro esistenza. “Tutti allungavano le mani verso di me, almeno quelli che ce le avevano” scrive. Poco a poco capisci che quel Niente potrebbe risucchiarti come un buco nero.
Niente, per la donna Karen
e il suo bambino
La giallezza morale
Per William T. Vollmann, autore di uno sterminato saggio sulla violenza, Come un’onda che sale e che scende, la giallezza morale è “la manifestazione esteriore del male o della violenza”. Segno inattingibile. Anche perché cangiante.
Duch era il responsabile del Tuol Sleng, il centro di tortura dei khmer rossi. Dove sono state “distrutte” (komtech, questo il termine khmer che rende l’idea della loro sorte) circa 20.000 persone. In questi giorni Duch compare di fronte alla Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (ECCC), tribunale internazionale istituito per processare i pochissimi leader dei khmer rossi ancora vivi. Solo alcuni di loro. Il processo si svolge in una cattedrale nel deserto, un nuovissimo, enorme palazzo di giustizia alle porte di Phnom Penh. La sala delle udienze è un teatro. Da un lato i posti per il pubblico, dall’altro un palcoscenico con la corte. Separati da una gigantesca vetrata antiproiettile che dà l’impressione di trovarsi di fronte a un acquario.
Duch è in camicia bianca a maniche lunghe, pantaloni neri, scarpe nere. E’ piccolo, leggermente ingobbito, una spalla, la sinistra, più bassa dell’altra. Forse soffre d’artrite. I capelli sono brizzolati, la testa grossa. Mi rendo conto che cerco di fare un’analisi lombrosiana. Ma non ha senso. Tanto più che non lo vedo in faccia. È seduto di fronte alla giuria. Le spalle al pubblico. Per vederlo bisogna guardare gli schermi Panasonic ai lati dell’acquario che trasmettono i primi piani dei protagonisti. Lui guarda sempre in alto a sinistra, in un angolo cieco sopra i banchi dell’accusa. Lo ascolto in cuffia. La voce è gracchiante, stridula, quasi da vecchia. Provo a immaginarla mentre pronuncia la frase che per i khmer rossi equivaleva a una condanna a morte. «Se sei vicino non sei di alcuna utilità. Se sei lontano non si sente la tua mancanza».
Non riesco a capire quanto sono condizionato dall’ambiente. In Cambogia non parlano dei khmer rossi. Ma tutti credono negli Spiriti dei morti che non hanno pace. Compresi quelli dei teschi che sono conservati nelle teche di vetro a memoria dei massacri. Per calarmi nell’atmosfera il giorno prima sono tornato a visitare il Tuol Sleng. Ormai è divenuto l’archetipo del sepolcro imbiancato, letteralmente. Per come sono state sistemate le celle, con gli strumenti di tortura disposti sulle brande in una composizione geometrica, di design.
Forse Duch trasmette energia negativa. Ma la giallezza morale non la percepisco. Appare uno come tanti. Ha un’aria precisa, da professore, qual era prima e dopo il suo periodo da aguzzino. Le penne nel taschino, i faldoni ordinatamente disposti sul tavolo, gli occhiali che si aggiusta mentre li sfoglia.
“Il diavolo che nella nostra mente collettiva è personificato nei khmer rossi non si trovava alla fine di un malarico fiume nel profondo di una giungla primordiale…I dettagli non ci avvicinano a loro. Avvicinano loro a noi” scrive il reporter Nic Dunlop, un uomo talmente ossessionato da Duch che per anni ha girato la Cambogia con la sua foto. E’ così che lo ha trovato.
Alla fine dell’udienza Duch si alza e si guarda intorno. Ho l’impressione che per la prima volta guardi in faccia qualcuno. Me. Inevitabilmente mi viene in mente l’aforisma di Nietzsche: “Quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”. Mi rassicuro con proverbio cinese: “Quando l’apparizione di un demone non ti sgomenta più, il demone se ne andrà”.
La normalità dell’orrore nel monologo finale di Apocalypse Now.
Tropical Malady
In attesa di guarigione o Illuminazione...
Di trafficanti e rifugiati ne ho già piena la vita…
Come gin and tonic
Fuga di mezzanotte
Blade Runner Syndrome
Un mondo dominato da una classe di oligarchi e popolato da una massa confusa e sordida. E’ una sindrome pericolosa: deforma la realtà. Per alcuni quelle scene divengono l’immagine matrice di un mondo globalizzato, dominato da multinazionali che agiscono come spettri creatori di zombi. In altri si manifesta come una perversa seduzione per tutto ciò che è ambiguo, sordido, in penombra. In entrambi i casi crea dipendenza culturale. Ovunque si vada, si cercano disperatamente situazioni che dimostrino quel postulato, che inducano quel brivido esistenziale. Si perde il quadro generale in cambio di uno scorcio. Poi si comincia a credere che quello sia il mondo. E qualcuno ci si smarrisce. E’ il sonno della ragione.
The God and the Gun
Il territorio del barangay si estende per 729 ettari sul fianco del monte Diwata, nella Compostela Valley, sud dell’isola di Mindanao. E’ in questa montagna che si trova il più grande deposito d’oro delle Filippine. Forse uno dei più grandi al mondo. La zona più ricca, a quanto pare, è concentrata in quei 729 ettari. Ci vivono oltre 40.000 persone. È un agglomerato di capanne, spacci, bordelli, mercati, sparso sui fianchi della montagna, intersecato da strade di pietre e fango, colate tra le immense felci della foresta come fossero un fiume di legno, mattoni, metallo. Come fossero anch’esse i “destino”, i rami delle small scale mines, le piccole miniere. Queste a loro volta s’intrecciano sotto la montagna in cunicoli dove gli uomini strisciano come serpenti, strappando tonnellate di pietra che saranno frantumate per estrarne circa 20 grammi d’oro a tonnellata. Diwalwal è un formicaio. Negli anni ‘80, dopo la scoperta dell’oro, era il posto più pericoloso delle Filippine, uno dei più pericolosi al mondo. Sparavano raffiche di M16 anche per farsi luce. Poi è arrivato Franco Tito ed è riuscito a mettere ordine. Soprattutto perché ha trovato un nemico comune: le multinazionali che vorrebbero trasformare Diwalwal in un’immensa miniera a cielo aperto. Spazzando via la montagna, la foresta e quello che per gli uomini come Franco è diventato un luogo dove rifarsi una vita. Anche rischiandola ogni giorno nel loro “destino”.
La loro è una delle tante storie che in questo momento sembrano non avere un perché. Sono troppo esterne al nostro mondo. Invece possono servirci a riflettere su quanto siano relativi i nostri valori, sulle infinite sfumature tra giusto e ingiusto.

Le Signore in Rosso

Mentre passeggiavo per una grande strada di Bangkok, a pochi passi dal palazzo del governo, una donna mi ha invitato a sedere sul marciapiede e mi ha massaggiato la schiena. Intanto un’altra signora mi rinfrescava con un ventaglio. Un’altra ancora mi ha portato da bere. Altre cinque o sei donne ridevano della mia faccia beata. “Mai pen rai”, non ti preoccupare “questa è la Thailandia” ha detto una di loro. Quelle donne, tutte vestite di rosso, facevano parte delle sessantamila persone che manifestavano contro il governo e in favore dell’ex premier Thaksin, deposto da un colpo di stato nel 2006 e oggi in esilio non si sa bene dove. Il ventaglio con cui mi sventolavano raffigurava la sua faccia. Quelle donne venivano dalle zone più povere del paese: l’estremo nord e l’Isaan, il nord-est. Una è una cuoca, un’altra ha un baracchino al mercato, una lavora per un’impresa di pulizie. E una, ovviamente, fa massaggi. Erano le tipiche rappresentanti dei “rossi”, come sono chiamati i manifestanti, per il colore delle magliette o dei cappellini che indossano. Nel loro caso il rosso non definisce una posizione di stampo comunista. E’ per contrapporsi ai “gialli”, oggi filogovernativi e in precedenza manifestanti essi stessi quand’era al potere il partito di Thaksin. I gialli rappresentano l’élite del paese, la borghesia di Bangkok, la nobiltà. I rossi sono le classi più povere, i contadini, i piccoli commercianti. I gialli sono favorevoli a una riforma che limiti la democrazia a favore di una dittatura benevolente e “illuminata”. I rossi sostengono una democrazia di stampo populista e molto spesso sono più che disposti a vendere il loro voto. E’ un’alternativa da filosofi della politica. Questa mattina, tra tutte quelle donne, mi sentivo molto populista.
Sotto la pioggia di Nha Trang

Una ragazza e una bambina vietnamite si riparano dalla pioggia monsonica sotto un ombrello. Un raggio di luce fa brillare l’acqua che scende e le pozze sulla strada. Sullo sfondo un ciclò, un risciò a pedali. E’ l’immagine che ha reso famoso Long Thanh, un fotografo di Nha Trang, città costiera nel sud del Vietnam. Durante la guerra era una base americana, oggi è una delle tappe nel circuito turistico del sud-est asiatico. Il suo modello è Miami.
La foto è stata scattata nell’aprile 1987, alle 4 del pomeriggio. Un anno prima il sesto congresso del partito dei lavoratori vietnamiti aveva dichiarato il Doi moi, il rinnovamento, la politica di liberalizzazione economica.
Long Thanh continua a lavorare come allora: non usa macchine digitali, fotografa in bianco e nero, sviluppa da solo. L’unica differenza è la pellicola: giapponese invece di quella prodotta nella DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. “In Vietnam è cambiato tutto. Ma io voglio fotografare come una volta” dice.
The Fixer
Ho anch’io un Fixer. Anzi, più d’uno.
La triste sorte di Veronique Delmas
Veronique Delmas è una nave, un cargo portacontainer lungo 189 metri, di 30.750 tonnellate di stazza, costruita in Francia nel 1984 e battente bandiera delle Bahamas. E’ stata venduta a uno dei cantieri di demolizioni navali di Chittagong, in Bangladesh. E’ conosciuto anche come il mattatoio delle navi, specie dopo il reportage fotografico realizzato da Sebastiao Salgado nel 1989.
Oltre la linea segnata dalla bassa marea sono allineate decine di navi di ogni tipo e stazza, posate sui bassi fondali, le ancore in bando. Alcune sono già sezionate, tagliate a compartimenti. Compongono un’immagine spaziale, surreale, postatomica. Sembrano materializzare il crollo della civiltà, la decadenza, la vacuità.
I bassifondi scivolano in una larghissima spiaggia che ormai ha modificato la sua composizione geologica. E’ una nuova materia, una miscela di sabbia fango e nafta, una specie di tappeto elastico in cui improvvisamente si sprofonda.
Là dove il terreno si solidifica sono sparsi i giganteschi pezzi estratti dalle navi. Plance, ancore, turbine, timoni, catene. Addirittura intere sezioni che vengono rovesciate come immensi quarti di bue. Tra i pezzi formicolano uomini ormai indistinguibili dall’ambiente che li circonda. Li smontano, li divorano: è un processo quasi entomologico, che ha per unico suono il sibilo delle fiamme ossidriche e il gracchiare dei corvi. E’ la materializzazione in carne e metallo del concetto di entropia. Ci sono anche ragazzi, alcuni poco più che bambini, al lavoro. Ma qui l’alternativa può essere molto peggiore. Le regole morali si disintegrano e trasformano come le navi.

L'insostenibile lentezza del treno
Il treno è una carcassa, un rottame mobile che oscilla come un battello, dove tutto sembra marcire: il legno e il ferro dei vagoni come la carne, i denti dei passeggeri, i rifiuti sul pavimento accumulati nel tempo, ormai sedimenti. E dove tutto ciò diviene una specie di nuovo ordine che riflette l’economia, la società, la natura di un Tropico ancora Triste. Il treno è lo specchio della realtà che scorre oltre le orbite vuote dei finestrini: gli slum di Phnom Penh, le baracche dei villaggi.
Un viaggio del genere non è un modo per entrare in contatto con questa realtà. Scendi e ti gira la testa, sei umido, sporco, eppure hai condiviso solo un giorno della loro esistenza. Per noi c’è sempre un ritorno, un punto d’arrivo diverso. Per loro il viaggio non ha fine: prosegue interminabile nella vita in una capanna in mezzo a una risaia deserta, di fronte a una ferrovia che passa una volta la settimana.
All’apparenza è un’occasione per riflettere su se stessi. Ma i pensieri più profondi, poco a poco, si dissolvono nella ricerca di una posizione più comoda, nella necessità di espletare una funzione fisiologica, di ripararsi dal sole, dal caldo o dall’acqua del diluvio improvviso che inonda il vagone e ti fa comprendere perché tutto imputridisca. Un viaggio del genere dovrebbe indurre a riflessioni sul tempo, sui diversi modi di viverlo e seguirlo. A riconsiderare la nostra fretta e la nostra insofferenza rispetto al monacale atteggiamento degli orientali. Dovrebbe risintonizzarci sui ritmi circadiani perduti. Potrebbe innescare una meditazione sul karma, il destino o il caso, comunque si voglia chiamare la fortuna o la sfortuna di nascere in un luogo o in un altro, nonchè sulla relatività di questo fattore in funzione delle diverse priorità esistenziali.
Un viaggio così, invece, nella sua insostenibile lentezza, è un detonatore di dubbi. Ci mette di fronte all’indeterminatezza delle definizioni che siamo soliti dare al viaggio e al viaggiare, nel confronto con una realtà che non è mistica ma solo straziante.
Alla fine quel viaggio diviene solo un’altra storia da raccontare. L’ennesima storia che comincia con “Che ci faccio qui?”.
