Diario di bordo

Uomini, mezzi uomini...

Facciamo il gioco di Don Mariano, proviamo a suddividere gli uomini come fa quel vecchio Padrino ne Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia.

“Quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

Come prima regola il giocatore deve mettere in gioco se stesso. Poi si può procedere. Jon Krakauer, il giornalista-scrittore noto per i libri-reportage come “Aria Sottile” e nelle “Terre Estreme”, si presta al gioco e si colloca tra i mezzi uomini o addirittura tra i “quarter men”, intendendo la metà di un mezzo uomo, ma forse pensando inconsciamente ai quarterback del football americano, tanto per mitigare i suoi limiti (il quarterback, in realtà, è l’Uomo più importante in campo).
Per Krakauer gli Uomini sono quelli come i protagonisti dei suoi libri. Specie l’ultimo: Pat Tillman, un campione di football che decise di partire volontario per l’Afghanistan. Dove venne ucciso dal “fuoco amico”. La sua storia è raccontata nel libro Dove gli uomini diventano eroi.
«Era un equilibrista tra gli opposti. Era pieno di contraddizioni e di dubbi ma li accettava. Riusciva a controllarli. Una volta scelta una via, la seguiva sino in fondo» mi dice Krakauer. Che poi cita Emerson: “Fai sempre quel che hai paura di fare”.
Come si vede è un gioco che può diventare molto pericoloso. Non si tratta di un rischio fisico. «Rischiare è facile, specie quando sei giovane» dice Krakauer, che lo ha fatto spesso e sull’Everest stava per concludere la sua avventura umana. Il pericolo vero è la confusione etica, il cedere all’hubris, perdersi in quel teatro delle ombre dove l’onore, il coraggio sono le maschere dell’arroganza, dell’egoismo. Dove gli uomini vorrebbero essere tali ma poco a poco scivolano nelle categorie inferiori. Quello che, secondo Krakauer, è accaduto al generale McChrystal, “uomo dalle capacità eccezionali, pronto ad aggirare le regole per ottenere risultati”, ma che si è lasciato contaminare dall’hubris sino al punto di insabbiare l’inchiesta sulla morte di Tillman per ambizioni personali.

È un gioco ancor più pericoloso per coloro che di quegli Uomini raccontano le storie: si muovono in territorio pieno d’insidie, dove bisogna costantemente camminare sul filo, in bilico tra demoni e suggestioni, dove è facile cadere nel moralismo e ancor più cedere all’eccesso. Come ha scritto Nietzsche: "Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro".

Accade così anche a Sebastian Junger, altro scrittore di reportage americano, noto soprattutto per La Tempesta Perfetta. Il suo ultimo lavoro è Restrepo, operazione multimediale che racconta in diretta un anno di vita di un plotone di soldati americani in un remoto avamposto afgano. Un lavoro potente, epico, di straordinaria complessità. Un’opera in cui si manifesta quello che il filosofo James Hillman ha definito un terribile amore per la guerra, dove ci si spinge dentro “lo stato marziale dell’anima”. Ecco perché Junger è stato accusato di scrivere della guerra “come se fosse una tempesta in mare, una forza della natura che si diffonde nel mondo per mettere alla prova la forza, il coraggio e l’intelligenza degli uomini. Una visione della guerra totalmente apolitica, una condizione senza tempo dell’uomo”.

Junger, ancor più di Krakauer, si presta a interpretazioni contraddittorie, addirittura inquietanti. Ma in entrambi danno prova di un giornalismo totale, senza se e senza ma. Alla fine né Krakauer, né Junger, né i loro mille volti dell’eroe possono essere incasellati nel gioco di Don Mariano. Forse è questa la vera soluzione del gioco. Non giocarlo.




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Il Caro Estinto

Ogni volta che s’incontra un rifugiato birmano si entra immediatamente in un’altra dimensione. Tutti i parametri del nostro modo di essere sono scardinati.
La vita, ad esempio, nel senso di storia individuale. Per ognuno di loro comprende sempre un periodo di carcere. Due, cinque, sette, dieci, anche vent’anni di prigione sono citati come parte inevitabile dell’esistenza.
La morte, ad esempio, nel senso che pochi possono permettersi una degna cremazione.
Ogni volta che s’incontra un rifugiato birmano, poi, si scoprono nuove follie, quasi sempre orribili. A volte buone. Come la Free Funeral Services Society, che fornisce servizi funebri gratuiti.
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Quinto Potere

Il quarto potere è morto. Viva il quinto. I media tradizionali sono stati sostituiti da Facebook, Twitter, dai social network e da una galassia di blog. I giornalisti professionisti sono rimpiazzati dai citizen journalist: ognuno può comunicare ciò che pensa, vede e riprende grazie a telefonini, video e fotocamere digitali.
Ma il quinto potere è davvero meglio del precedente? Certo, quello era spesso impreciso e di parte. Ma il nuovo “giornalismo partecipativo” è ancor meno obiettivo, molto più impreciso, in toni e forme che spesso confondono la situazione, rendono indistinguibili le informazioni dalle opinioni.
La vera differenza tra i due poteri sta nel concetto di base. Le informazioni trasmesse dai nuovi media sono tali in senso informatico: enormi quantità di bit, di dati diffusi on line. Ma non lo sono nel senso semantico, ossia mezzo di conoscenza e formazione.
Bisognerebbe cominciare a distinguere: il mezzo non è il messaggio. Blog e social network non sono giornalismo. Sono fonti di opinioni, di idee, di impressioni senza alcun controllo, spesso comunicate da chi non ha alcuna preparazione su ciò che scrive. In molti casi sono il mezzo per esprimere una forma di autoaffermazione.
In alcuni casi, ne sono esempio la Birmania, il Tibet o l’Iran, il citizen journalist è stato l’unico testimone possibile. Ma in molti altri, la maggioranza, ha solo contribuito ad alimentare crisi, a confondere le idee, raccontando storie osservate da lontano e non verificate. A morire sul campo dell’informazione sono ancora i giornalisti professionisti.
Il fenomeno è ancor più evidente quando i blogger vogliono raccontare e spiegare il mondo. Diari di viaggio equivalenti alle proiezioni di filmini delle vacanze assumono la valenza di guide, se non di saggi geografici o antropologici. Tramite i Google Alert attivati per tutti i paesi del sud-est asiatico, ad esempio, scopro “templi sepolti nella giungla”, “mercati pittoreschi”, “vegetazioni lussureggianti”, “città di contrasti”, “atmosfere esotiche”. Vengo illuminato sulla globalizzazione che appiattisce il mondo, sui valori culturali che scompaiono. Insomma sono informato da una serie di luoghi comuni, scoperte già fatte, considerazioni di sequispedale banalità. Solo perché qualcuno è andato da qualche parte e vuole comunicarlo al mondo, affermando così la propria identità di vero viaggiatore o di travel writer.
E’ un’opinione che suona interessata, di un giornalista che pretende di essere uno dei pochi autorizzati a scrivere su questi temi. E’ assolutamente vero. Perché sono anni che vivo in questa parte di mondo, ne studio la storia e la cultura, ne analizzo problemi e politiche. E finalmente ho capito che non posso capire. Il che è un enorme passo avanti rispetto a tutti quelli che hanno capito tutto.

Un articolo sul tema (© - FOGLIO QUOTIDIANO).



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Il villaggio dei Fiori di Luna

“Dok-mai chan”: in thai significa fiori di legno di sandalo. Con leggera variazione di tono, significa “i fiori di luna”. Sono fiori artificiali, composti da sottili strisce di corteccia, usati nelle cerimonie funebri. Sono preparati con delicatezza e precisione, anche nelle forme più povere in carta o legni meno pregiati, dalle donne del villaggio di Bang Sue.
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In realtà non è un villaggio, è un distretto di Bangkok, uno dei suoi slum. E’ considerato uno dei più pericolosi, covo di trafficanti di yaa baa, la metanfetamina che fa impazzire i poveri dell’Asia, vivaio di killer che si reclutano per cento dollari, di bambine avviate alla prostituzione e di bambini venduti a ricchi signori. Le donne che non vogliono o non possono più prostituirsi, le vecchie, le malate di aids, preparano i fiori della luna. Guadagnano circa 2,5 baht al pezzo, circa sei centesimi d’euro.
Nella palude su cui sorge il villaggio dei fiori di luna e in tutti gli slum inglobati in questa megalopoli si alimentano i semi della rivolta di cui si è appena concluso il primo atto. Non si possono sradicare, sono come i serpenti d’acqua. Bisogna bonificare la palude.
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I cani di Bangkok

L’altra notte, in una Bangkok che il coprifuoco ha disconnesso dalla sua realtà, ho sentito i cani. E mi è venuto in mente l’incipit di Insallah, di Oriana Fallaci. Lo sono andato a cercare…

“La notte i cani randagi invadevano la città. Centinaia e centinaia di cani che approfittando dell’altrui paura si rovesciavano nelle strade deserte, nelle piazze vuote, nei vicoli disabitati, e da dove venissero non si capiva perché di giorno non si mostravano mai. Forse di giorno si nascondevano tra le macerie, dentro le cantine delle case distrutte, nelle fogne coi topi, forse non esistevano perché non erano cani bensì fantasmi di cani che si materializzavano col buio per imitare gli uomini da cui erano stati uccisi. Come gli uomini si dividevano in bande arse dall’odio, come gli uomini volevano esclusivamente sbranarsi, e il monotono rito si svolgeva sempre con lo stesso pretesto: la conquista d’un marciapiede reso prezioso dai rifiuti di cibo e dal marciume…”.

E’ più bello di come lo ricordassi. E mi è sembrato perfetto per quella notte di Bangkok, dove bande di fantasmi si davano la caccia. Poi ho ascoltato e guardato meglio la notte. Mi sono focalizzato sulle guglie di un tempio, sulle luci sopra i grattacieli. L’abbaiare dei cani suonava meno inquietante. Erano gli stessi che vedevo durante il giorno, sonnecchiare nella calura. E si sentiva anche il frinire degli insetti.
No, Bangkok non è Beirut.
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Quale Democrazia, quale Religione?

«Quale democrazia vogliono in Thailandia? » chiede J.S., videogiornalista indipendente, birmano. Per lui la sproporzione tra ciò che accade a Bangkok e a Rangoon è incommensurabile. La richiesta di democrazia da parte di manifestanti che occupano il centro della città da quasi due mesi, incomprensibile. Il fatto che ciò accada, per J. che ha vissuto la dittatura birmana, è una prova di democrazia.
Per altri, vissuti nelle democrazie occidentali, la democrazia è divenuta un’icona, un mito. Una religione. Ogni trasgressione alle sue regole – e la Thailandia ne ha infrante molte – è un peccato mortale.
«Alla fine è sempre una questione di parole: democrazia, religione» dice Manit, maestro di meditazione al Wat Mahatat, uno dei più venerati monasteri di Bangkok. «Dovremmo essere più concentrati su noi stessi prima di pensare a che cosa è bene per tutti gli altri. Se non conosciamo noi stessi, come possiamo pensare di conoscere gli altri?».
Per un occidentale è l’ennesimo paradosso. L’egocentrismo diviene una virtù, in contrapposizione alla forza distruttiva dell’altruismo.
«Questo è uno dei grandi vantaggi del buddhismo, amico mio» dice Manit «Non è orientato ai risultati. Non c’è alcun modo in cui tu possa influire sul destino degli altri. Puoi farlo solo sul tuo».
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Bangkok 2012

Dopo due mesi della surreale rivoluzione thailandese che sino a oggi ha provocato 29 morti e un migliaio di feriti, non si sa come andrà a finire. Ogni ora si alternano notizie diverse. Il governo ha proposto una road map per la riconciliazione. I “rossi”, hanno accettato il dialogo con molti se e ma, e continuano a occupare il centro di Bangkok. I “gialli”, gli ultraconservatori dell’Amatya, l’élite, gridano al tradimento. L’esercito è diviso tra falchi e colombe. Ogni analisi secondo la logica lineare occidentale, qui e ora, entra in corto circuito. La Thailandia potrebbe rivelarsi il Cigno Nero dell’Oriente: un evento raro, di grandissimo impatto, prevedibile solo a posteriori. In questa prospettiva lo scenario di una Bangkok da medioevo prossimo venturo, oltre che molto simile alla realtà, rischia di apparire probabile.

Per leggere un futuro possibile clicca qui.
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Hotel Rwanda

Sperando ancora che non diventi Hotel Bangkok. Che non si materializzino in Thailandia le scene del film con quel titolo, ambientato in Rwanda nel 1994, anno del genocidio che coinvolse Hutu e Tutsi e si concluse con oltre un milione di morti. Un’ipotesi agghiacciante. Sembra improbabile, anche perché la crisi thai si verifica in un contesto molto differente e non ha implicazioni etniche. Non così profonde, almeno. E’ “solo” una lotta di classe. Ma è possibile. Quasi a esorcizzare l’incubo di una guerra civile mostrandone l’orrore, l’associazione “People Who Do Not Accept Civil War” ha proposto di proiettare il film in una stazione di Bangkok. Ma il governatore ha negato il permesso affermando che avrebbe potuto accendere nuove tensioni. Il problema è che, mentre in Rwanda le tribù in lotta erano solo due, qui sono molte di più.
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Bangkok Dangerous

Il quotidiano thai in lingua inglese “The Nation” di oggi ha titolato “Bangkok Dangerous” la cronaca della scorsa notte. Tanto confusa che, a distanza di venti ore, non si sa di preciso quante granate siano state sparate (4 o 5, ma propendo per la seconda versione) né quanti morti abbiano fatto (sembra 3, è probabile). Un’incertezza sui dati che è un pallido riflesso della confusione della situazione, delle analisi, delle prospettive o soluzioni, degli scenari previsti. E’ certo che Bangkok è pericolosa. E che il titolo è un plagio: riprende quello di un film del 2008 con Nicolas Cage, storia di un killer incaricato di assassinare un uomo politico thai. Ma era una Bangkok in cui il pericolo era parte del suo fascino. Una Bangkok che sta scomparendo.

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Com'è triste Bangkok

Il centro è diviso in due parti. Una sembra una zona di guerra. I cecchini appostati, i soldati accampati, il filo spinato, le ambulanze parcheggiate. L’altra sembra ormai diventata un campo profughi. Con annesso mercatino di cibo e abbigliamento a basso costo. Patpong, la via dei locali notturni e delle bancarelle per turisti, si è spenta. Non ci sono più i contrati tanto amati o condannati, si sono uniformati in quest’atmosfera desolata, da deserto dei tartari, in attesa di uno scontro sospeso. Forse Bangkok si avvia a diventare più giusta, più etica, più corretta. Forse lo sarà ancor meno. In ogni caso un po’ di questa tristezza le resterà addosso.
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Suonala ancora Bob


Bob King è un pianista jazz. Da dieci anni passa parecchio tempo a Bangkok. Ogni secondo venerdì del mese suona al Foreign Correspondent Club. Anche la sera del 9 aprile, mentre dalla strada sottostante salivano le grida e la musica delle manifestazioni. Prima della sua esibizione abbiamo parlato un po’. Secondo lui tutta questa storia è la solita vecchia storia.
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Polli Rossi

Si materializza il disegno sulla maglietta dell’FCC, il Foreign Correspondent Club di Bangkok: un gruppo di reporter a bordo di un tuk tuk, il tradizionale triciclo a motore thailandese, che insegue un pollo. Una maglietta forse ideata ai tempi dell’aviaria, comunque significativa del fatto che a Bangkok le notizie d’interesse globale scarseggiano.
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Ora, al posto dei polli ci sono i “Rossi”, decine di migliaia di manifestanti che dal 13 marzo occupano Bangkok spostandosi da un quartiere all’altro per chiedere lo scioglimento del parlamento e nuove elezioni. E così ci si ritrova su tuk tuk, moto taxi o “embedded” nei pick-up dei rossi, per seguirne gli spostamenti. Di giorno in giorno, di ora in ora, diventano sempre più rapidi e imprevedibili, soprattutto dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo. “Una risata vi sommergerà” era un vecchio slogan della contestazione. Si applica perfettamente alla situazione thai, con qualunque colore la si voglia dipingere: il rosso dei “prai”, i contadini, il popolo manifestante, il giallo dell’ammat, l’elite dominante, il rosa, considerato beneaugurante per la salute del Re, di chi vuole esprimere un senso di thailandesità super partes, il blu di quelli che vogliono confondere lo scenario, il nero degli uomini del servizio d’ordine dei rossi, il verde dei soldati (definiti anche watermelon, angurie, versi fuori e rossi dentro). Basta che nel “paese del sorriso”, la risata non si spenga.
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Aspettando Merton

“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Per la verità, non conosco neppure me stesso”…
E’ l’incipit di una preghiera di
Thomas Merton, monaco trappista, mistico, tra i primi a cercare una forma di comunione con il buddhismo. Morì durante un viaggio in Asia, a Bangkok, in occasione di un convegno inter-religioso sul monachesimo.
Andando sulle vie dell’Asia, spesso, si ricerca un nuovo Merton, qualcuno che ne incarni lo spirito.
Al simposio
Simposio Buddista-Cristiano che si è svolto nel centro di meditazione del Wat Phrathat Sri Chomthong Voravihar, un monastero di un villaggio vicino a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, Merton non c’era.
C’era una folla di personaggi che ragionava e discuteva su “Dharma, compassione e Agape nel mondo contemporaneo (ossia sulla legge buddhista nel suo senso più ampio, sui diversi modi di interpretare e vivere la compassione e sullo spirito cristiano di comunione fraterna).
C’era una monaca cinese della scuola buddhista cha’n – la versione originaria e pura del giapponese Zen, come ha fatto notare con rigorosa dolcezza - che sottolineava la sottile differenza tra la compassine cristiana quale forma d’amore e quella buddhista come empatia.
Un vecchio buddhista thai che raccontava la vita di Gesù come una favola del villaggio, chiedendosi quanto dovesse aver sofferto per le maldicenze sul conto di sua madre (inevitabili dato il misetro della Sua nascita)
Un monaco Zen giapponese che illustrava i principi del governo etico prendendo a modello la dinastia Tokugawa, gli shogun che governarono il Giappone dal Seicento all’Ottocento, ipotizzando la possibilità della dittatura illuminata.
Un professore di economia italiano che dichiarava la felicità quale essenziale elemento da inserire nei programmi di sviluppo economico.
Un monaco cinese che analizzava la crisi finanziaria dal punto di vista del
Sutra del Loto, come fosse l’ennesima, implicita, dimostrazione della sofferenza insita nella vita
Una monaca cattolica compresa in uno stato di profonda
meditazione vipassana.
C’erano uomini e donne del
movimento cristiano dei Focolari, tra gli organizzatori del convegno, che ripetevano, come mantra: “lo scopo finale è che tutti siano uno”, “l’uniformità non è unicità”, “dare all’altro la possibilità di essere altro”
C’era un frate che commentava: “In Asia siamo lontani dall’idea di Dio, ma è forte l’idea della Morale”.
Alla fine, forse, c’era anche Merton. Almeno secondo le infinite, possibili interpretazioni del Sutra del Loto, secondo un’estensione mistica del
Principio di Indeterminazione. Forse c’era, insomma, ma passava dall’uno all’altro dei personaggi. Cercando ancora la Via.

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Dio mio, come sono caduto in basso

“Putrefazione selvaggia, bagni di sudore, uomini alla deriva… Bangkok è tutto questo più sbuffi di basilico rancido e marijuana fredda che sembra espellere da narici invisibili…Ci si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna. A pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta”.
Dio mio come sono caduto in basso.
Almeno così pare, leggendo Bangkok, il romanzo-reportage di John Osborne, canonizzato come uno dei maggiori travel-writer contemporanei, novello Greene o Malraux. Ma se osservo il Chao Phraya, il fiume che scorre sotto le mie finestre, non lo vedo “scorrere limaccioso e violento”. Salvo che la violenza non sia quella delle onde dei battelli turistici.
Dio che drammatizzazione.
Bangkok può anche essere quella descritta da Osborne, in bello stile e con parecchie confusioni, ma lo è solo per i più pervicaci cacciatori di colore locale, né si può definire con quegli aggettivi, quegli stereotipi, quegli effluvi citati in queste prime righe e tratti dalle sue prime pagine.
Io posso anche essere caduto ma non ho gettato la spugna né sono alla deriva. Casomai nuoto controcorrente.
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Quando le anime si sollevano

Nel giugno 2003 ho realizzato un reportage ad Haiti, alla vigilia delle celebrazioni per i duecento anni della “prima repubblica nera al mondo”. Ne pubblico qui alcuni stralci. Da allora non ci sono più tornato e non so quanto il paese possa essere cambiato, ma il terremoto che ha devastato il paese induce a una riflessione: ancora una volta scopriamo gli orrori solo quando divengono un’Apocalisse. In compenso il 15 gennaio, alla televisione italiana ho ascoltato un vecchio cantante divenuto opinionista totale parlare commosso del terremoto. Se ho ben capito ricordava quando visitò quel paese, sulle orme di Marlon Brando, chiedendosi che fine avessero fatto i suoi amici. Fortunatamente per loro dovrebbero stare tutti bene. A Tahiti.

«Se uno non muore, può solo credere nei miracoli» sussurra un vecchio dal sorriso sdentato che incontro nella missione salesiana di Cité Soleil, l’agghiacciante bidonville di Port-au-Prince, che galleggia su una palude di rifiuti, attraversata da fogne a cielo aperto in cui scorrono rigagnoli le cui esalazioni si mescolano alla polvere della strada, rendendo l’aria gialla e densa, bollita dal calore.
Ammesso di non morire di fame, Aids, o una qualunque delle malattie endemiche che stanno decimando la popolazione di Haiti, ci vuole davvero un miracolo per sopravvivere nel paese più povero dell’emisfero occidentale, dove due terzi dei sette milioni d’abitanti hanno un reddito inferiore ai 25 dollari il mese (contro i 67 della confinante Repubblica Dominicana). Un paese dominato da bande armate battezzate “Chimere” come il mostro mitologico, che hanno annunciato la volontà di «tagliare le teste e bruciare le case dei bianchi». Un paese dove migliaia di bambini sono venduti come restavek (parola creola che deriva dal francese rester avec, restare con), piccoli schiavi che restano con chi li ha comprati, specie nella vicina Repubblica Dominicana.
Le maledizioni di Haiti sono queste. E superano in orrore ogni possibile fantasia evocata dal vudù, col suo immaginario di stregoni, zombi, possessioni e feticci trafitti da spilloni.

«Haiti ti induce a guardare in te. Per questo non vedo l’ora di andarmene» dice un funzionario della cooperazione. Riflessione che mi ricorda una citazione di Nietzsche: “Se fissi a lungo lo sguardo nell’abisso, anche l’abisso affonda lo sguardo in te”.
«Haiti ha istituzionalizzato la criminalità, viviamo una situazione colombiana, ma molto più sfasciata» dice Mauro Miedico, giovane, entusiasta avvocato italiano della Missione Civile Internazionale ad Haiti organizzata dall’ONU e dall’OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani.

«La magia nera è azdé, condannata» assicura padre Bruno Gilli, missionario comboniano, etnologo e antropologo, uno dei massimi esperti in materia. Purtroppo, però, è divenuta il mezzo principale della lotta politica.

Tutto ciò è conseguenza di un paradossale percorso storico che ha trasformato la prima repubblica nera del mondo in “una caricatura del potere nero”. L’indipendenza di Haiti venne dichiarata il 31 dicembre 1803 dal generale Dessalines, figlio di schiavi. Che nell’ottobre dell’anno seguente si autoproclamò imperatore. Da allora questa storia si è sempre ripetuta, sino all’apoteosi del 1963, quando Francois “Papa Doc” Duvalier si fa nominare “presidente a vita”, si dichiara incarnazione del Baron Samedi, spirito tutelare degli Inferi e dei morti, instaura una tirannide di terrore magico e incorpora tra i ranghi dei Tontons Macoute, la sua polizia segreta, molti stregoni vudù. Alla sua morte, nel 1971, il potere passa al figlio, Jean Claude “Baby Doc” Duvalier, deposto nel febbraio dell’86. Negli anni seguenti si susseguono golpe, massacri, dittature. Concluse con l’intervento nordamericano del ‘94 a sostegno del presidente Jean-Bertrand Aristide, prete dei quartieri poveri. Nel febbraio del 2001, Aristide si è autoproclamato presidente, è titolare di conti per un totale di oltre 800 milioni di dollari e vanta capacità magiche. «Assicura di poter sfuggire agli attentati trasformandosi in coniglio» dice un haitiano.

In un magnifico libro dello storico Madison Smarrt Bell la rivoluzione del 1803 è definita Quando le anime si sollevano. Il fatto è che, da allora, non hanno più trovato pace.
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Il tempo dell'ancora

Uno scrittore, come un marinaio
Segue il tempo dell’ancora.
Quando il marinaio cala l’ancora
È la fine del viaggio
Ma per lo scrittore
È l’inizio di un’avventura.

Fine anno, ma il tempo dell’ancora non sembra ancora arrivato.
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Piani Alti

Un espatriato occidentale a Bangkok si è ucciso buttandosi dal 38° piano del Q House building in Sathorn Road. La polizia ha trovato una scala che dev’essergli servita per scavalcare il parapetto e qualche mozzicone di sigaretta vicino. Dal balcone al 31° piano del Baan Chao Phaya fumo una sigaretta, guardo il fiume e le luci della città. Mi godo lo spettacolo e il momento. Piani diversi. P1040150
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Jim Thompson Mistery Trail

Il giorno di Pasqua del 1967 Jim Thompson s’incamminò lungo un sentiero delle Cameron Highlands, in Malesia. E sparì in quelle foreste di montagna. Misteriosa scomparsa che lo consacrò definitivamente tra le leggende dell’Asia contemporanea.
Affermato architetto americano, durante la seconda guerra mondiale Thompson aveva fatto parte dell’
OSS, l’Office of Strategic Services, il servizio segreto che sarebbe poi divenuto la CIA. La sua ultima missione doveva compiersi in Thailandia, ma la guerra si concluse mentre era in viaggio per Bangkok, dove assunse l’incarico di capo della stazione OSS. Dopo un breve soggiorno in patria, tornò in Thailandia. Secondo alcuni continuando a svolgere la sua attività di agente. Qualunque fosse la sua identità segreta, in pochi anni Thompson diede vita alla moderna industria della seta thai. Nel frattempo si costruì una splendida casa nel centro di Bangkok, arricchita da una collezione d’arte asiatica raccolta nei suoi viaggi nell’area.
All’epoca della sua scomparsa, dopo i lunghi anni dell’Emergency, la guerriglia comunista, le Cameron Highlands erano appena tornate a essere una località di villeggiatura come durante il periodo coloniale. Thompson era stato invitato da amici di Singapore che avevano là una residenza.
Oggi le foreste delle Cameron Highlands stanno sparendo tra coltivazioni di tè e fragole, residence, alberghi per la borghesia malese e thai che viene qui a prendere il fresco. Restano ancora alcuni tratti integri, come quello dove è stato tracciato il
Jim Thompson Mistery Trail, una passeggiata di circa due ore per osservare piante e fiori.
Dopo Jim Thompson è sparito il senso della sparizione, del mistero.

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“Se vuoi vedere la tomba di Jim Thompson vai a Honolulu” mi ha scritto un amico.
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Amori, altopiani e macchine parlanti

Impossibile resistere a un titolo tanto bello: quello del romanzo di Gianni Morelli. Che mantiene il fascino di questa promessa in una trama di viaggi, avventure, ricordi e bassifondi.

Perché Butch Cassidy and the Sundance Kid? Leggete il libro.
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La Logica e il Pugnale

“Si occupava a quel tempo della traduzione in sanscrito di alcuni testi di logica cinese. Camminava per la stanza col testo cinese in mano e traduceva ogni frase a voce alta. Quando non riusciva ad azzeccare la parola esatta, lanciava contro la porta il pugnale con cui giocava. I suoi domestici credevano che invocasse gli spiriti e lo abbandonavano uno dopo l’altro…”
Così Mircea Eliade ( 1907 –1986), storico delle religioni rumeno, di straordinaria erudizione e grande viaggiatore, descrive un italiano che, oltre a cavarsela benissimo “in tutte le lingue”, era “pure bello e seducente”: “portava lo smoking con rara eleganza, benché girasse sempre con un manoscritto nella tasca posteriore”. Quell’uomo era Giuseppe Tucci (1894-1984), il più grande orientalista italiano del Novecento, tra i massimi tibetologi a livello internazionale, scrittore, archeologo, antropologo, esploratore. Un uomo cui si adatta la descrizione di Leone l’Africano, il romanzo del libanese Amin Maaluf sulla vita di un esploratore arabo: “Sono figlio del cammino, la carovana è la mia casa e la mia vita è la più sorprendente avventura”.
Il problema è questo: l’avventura. Per Tucci l’avventura corrispondeva alla definizione del Tommaseo: “avvenimento, per lo più lieto o almeno che ha dello straordinario e del singolare”. Ma è per l’avventura che in Italia il ricordo di Tucci è andato sparendo: sembra non faccia parte dello Spirito nazionale o se ne veda solo il lato oscuro. Ricordare Tucci e riscoprire le sue lezioni, invece, sarebbe utile al paese per ricollocarsi in questo nuovo “Secolo Asiatico”. Evitando errori: dall’Afghanistan alla Cina.
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Ronin

Uno è Jon Krakauer, “scrittore fisico”, autore di Aria Sottile e Nelle terre Estreme. L’altro è Pat Tillman, carismatico atleta della NFL americana che nel 2002 decise di inseguire la gloria non sul campo da football ma su quelli di battaglia dell’Afghanistan. Dove fu ucciso da “fuoco amico” nell’aprile del 2004. La storia di Tillman è raccontata nell’ultimo libro di Krakauer: Where Men Win Glory: The Odyssey of Pat Tillman. Ancora una volta, senza enfasi o retorica, Krakauer dimostra come l’uomo possa conciliare etica ed epica, manifestare un’individualità da avventuriero e una mente critica anche in una dimensione che sfugge al suo controllo. E ancora una volta appare la dimensione tragica dell’Eroe, vittima dello stesso sistema che ha voluto servire. Come accadeva ai Ronin, i samurai senza padrone che si riconoscevano solo nel proprio onore.

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Peripli Segreti

Il periplo è la circumnavigazione di un’isola, un continente, una penisola. Era una tattica d’attacco che consisteva nell'aggirare la nave nemica per speronarla sulla fiancata. Il periplo è una navigazione mentale attraverso le storie che salpano e approdano nei porti. “Peripli segreti” è una mostra dedicata a Hugo Pratt nel museo di Cherbourg, in Normandia. Come nelle storie di Corto Maltese, girovagando in quel porto se ne scoprono altre. Alla ricerca delle immagini da Café de la Marine descritte da Simenon nel romanzo “La Marie del Porto”, appaiono le scene ultramoderne della Cité de la Mer, centro culturale dedicato all’uomo e il mare. Vedette dell’esposizione è il Redoutable, il primo sottomarino nucleare lanciamissili francese.
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Dal bacino dov’è esposto, a sua volta, si osserva l’arsenale da dove lo scorso gennaio è sceso in acqua il Terrible, sottomarino di ultima generazione, punta della forza strategica francese. Alla Cité de la Mer c’è anche una sala dedicata alla società di ricerche e ingegneria subacquea Comex e al suo fondatore Henry Delauze, uomo che sembra un personaggio di Pratt e che negli ultimi anni si dedica alla ricerca di relitti. Storie e uomini che restano nei pensieri nel periplo dell’estrema costa normanna, in uno scenario di scogliere, fari, brume e maree, dove dalle ombre tra le rocce potrebbe palesarsi una delle Morgane del Maestro di Malamocco. E’ con questi pensieri che mi avvio all’appuntamento con un altro cacciatore di tesori, in partenza per un altro periplo segreto.
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Uno scrittore come un marinaio
Segue il tempo dell’ancora.
Quando il marinaio cala l’ancora
È la fine del viaggio
Ma per lo scrittore
È l’inizio di un’avventura.

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Viktor, vittoria

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Un tribunale thailandese ha respinto la richiesta USA per l’estradizione di Viktor Bout, noto come “il mercante di morte”, uno dei più importanti trafficanti d’armi del mondo.
Bout era stato arrestato al Sofitel Silom Hotel di Bangkok il 6 marzo 2008 in un’operazione congiunta della CSD, la Crime Suppression Division thailandese, e della DEA, la Drug Enforcement Administration americana, in base a un mandato di cattura emesso dalle Nazioni Unite. Secondo le autorità, in questo modo era stato sventata la vendita di un importante stock di armi, compresi missili antiaerei, al gruppo terroristico del Farc, le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Il che spiegava il coinvolgimento della DEA.
Il giudice, però, ha stabilito che le accuse non sono sufficienti per l’estradizione poiché la Thailandia non riconosce il Farc come un gruppo terroristico. All’annuncio del verdetto, Bout, che si è sempre dichiarato un businessman, ha alzato la mano sinistra con le dita a V: Vittoria e Vendetta nei confronti di chi lo voleva “incastrare”.
Nato in Tajikistan nel 1967, ex agente del KGB, Bout si mette in affari nel 1992. Grazie ai suoi contatti con le alte sfere del esercito russo riesce ad accedere agli arsenali dell’ex Unione Sovietica e di altri paesi dell’est europeo. In breve tempo organizza una complicata rete internazionale per la vendita illegale di armi. Nei primi tre anni di attività fornisce armi a diverse milizie afghane, compresi i talebani, per un valore di 50 milioni di dollari. Quindi si orienta sul classico mercato africano ottenendo ottimi risultati. Nel 2003, infine, la guerra in Irak gli offre nuove e maggiori opportunità. Il suo catalogo è completo: dall’AK 47 di fabbricazione sovietica o cinese, a sistemi missilistici terra-aria ed elicotteri da combattimento russi MI-24. Parallelamente costruisce un impero economico legale nel settore dell’aviazione civile arrivando ad avere una flotta di 60 aerei per il trasporto di persone e merci registrati sotto una dozzina di compagnie internazionali. Bout, insomma, diviene uno dei personaggi chiave nella geopolitica del crimine, tanto che gli viene dedicato un libro: “Il Mercante di morte: soldi, armi, aerei e l’uomo che rende possibile la guerra”. Dal libro, a quanto pare, è stato tratto il film “Lord of War” (il sito è un vero e proprio wargame) interpretato da Nicholas Cage. Si dice l’Antonov AN-12, l’aereo utilizzato in una delle scene principali, sia stato affittato proprio da una compagnia di Bout.
Come sempre accade quando la realtà diventa fiction, perde la sua natura originaria, entra in una dimensione mitologica. Ma poi, quando si manifesta nuovamente come realtà, allora si sposta in una zona d’ombra, diviene inquietante, creatrice di dubbi. Perché Bout è così importante per gli USA? Perché i russi dicono di attendere il suo ritorno in madrepatria come fosse un perseguitato? Qual è il vero motivo per cui la Thailandia, storica alleata degli Usa, ha rifiutato l’estradizione? Perché, in un mondo di dietrologie, tutta questa storia non è stata oggetto di analisi?

Il trailer di Lord of the War con Nicholas Cage nella parte di Yuri Orlov,
personaggio ispirato a Viktor Bout. «Il film è pura fiction, nulla a che vedere con me
o il mio business» ha detto Bout. «Cage mi piaceva. Adesso non più».

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Uomini e robot

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«I robot non muoiono, non hanno sindacato» dice un ex subacqueo che operava sulle piattaforme petrolifere. Il greggio offshore è sempre più profondo e costoso. Quelli come lui, i palombari che s’immergevano nelle acque del Mare del Nord, sono stati rimpiazzati dai ROV, i remotely operated vehicle, sempre più autonomi ed efficienti.
E’ finita l’ennesima grande avventura. Mentre gli avventurieri degli alti fondali si sono messi a caccia di tesori sommersi. Ma anche i relitti sono troppo profondi e loro sono ormai troppo vecchi. Non gli resta altro che frugare negli archivi in cerca di navi scomparse. E poi sperare che qualcuno gli creda e sia disposto a finanziare la ricerca. A scendere, sott’acqua, anche in questo caso, sarà un robot. I vecchi palombari guarderanno i fondali da un monitor.
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Zombi

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Una delle immagini più diffuse nell’orgia delle celebrazioni in memoria di Michael Jackson è quella dei detenuti del CPDRC, il Cebu Provincial Detention and Rehabilitation Center, la prigione dell’isola di Cebu, nelle Filippine. Ballano al suono delle sue canzoni. Appare come un commosso omaggio al re del pop. In realtà è un fenomenale spot per lo show messo in scena l’ultimo sabato di ogni mese nel cortile del carcere.
«Pensavo a un sistema per mantenere la disciplina. Abbiamo iniziato con la marcia, poi con la marcia e la ginnastica a suono di musica. Quindi abbiamo cominciato a ballare. I detenuti mi chiedevano perché. E io rispondevo: Che cosa volete? Stare tutto il giorno senza far niente?» spiega Bayron Garcia, il direttore del carcere.
«Ci sono stupratori, rapinatori, assassini. Gente dalla testa dura, ma adesso sono più bravi. Ballano e non pensano» dice Lim, agente di custodia.
Il pezzo forte dello show è proprio il remake del videoclip “Thriller” di Michael Jackson. Un centinaio di detenuti-ballerini si muovono all’unisono, con inquietanti gesti da marionetta, portando in spalla tre bare bianche: sembrano davvero zombi. All’improvviso da una bara salta fuori un bakla, un transessuale, in prigione per spaccio di shabu, la metanfetamina che sta facendo impazzire l’Asia. Balla inguainato in un top bianco, la faccia dipinta di bianco e gli occhi bistrati con colori che si sciolgono sotto il sole formando enormi lacrime. E’ un doloroso incubo danzante.

Per vedere tutte le immagini del reportage fotografico di Andrea Pistolesi clicca
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Niente e così sia

Tremila persone del gruppo etnico Karen si sono rifugiate in Thailandia per sfuggire a una nuova persecuzione del governo birmano. Il rapporto dello United Nations Inter-Agency Project on Human Trafficking (UNIAP) denuncia che 2.5 milioni di persone sono vittime dei trafficanti di esseri umani. Un rapporto della Fao rileva che un miliardo di persone soffrono la fame, 100 milioni in più rispetto allo scorso anno.
Che cosa accomuna tutte queste persone? Il Niente. Sono tutti “protagonisti-particella ignoti e invisibili” della TON, la Theory of Nothing, la Teoria del Niente. Elaborata e documentata dall’antropologo Alberto Salza nel saggio Niente, è un’analisi della povertà estrema, un viaggio all’inferno. In un momento di scontro tra moralismi e correttezze d’opposto segno, Salza ti sputa in faccia la realtà. Ti fa odiare la miseria e, qualche volta, anche i poveri che ci disturbano con la loro esistenza. “Tutti allungavano le mani verso di me, almeno quelli che ce le avevano” scrive. Poco a poco capisci che quel Niente potrebbe risucchiarti come un buco nero.

Niente, per la donna Karen
e il suo bambino

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La giallezza morale

Sono andato a vedere se Kaing Guek Eav, alias Duch, mostra segni di giallezza morale.
Per William T. Vollmann, autore di uno sterminato saggio sulla violenza,
Come un’onda che sale e che scende, la giallezza morale è “la manifestazione esteriore del male o della violenza”. Segno inattingibile. Anche perché cangiante.
Duch era il responsabile del Tuol Sleng, il centro di tortura dei khmer rossi. Dove sono state “distrutte” (komtech, questo il termine khmer che rende l’idea della loro sorte) circa 20.000 persone. In questi giorni Duch compare di fronte alla Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (ECCC), tribunale internazionale istituito per processare i pochissimi leader dei khmer rossi ancora vivi. Solo alcuni di loro. Il processo si svolge in una cattedrale nel deserto, un nuovissimo, enorme palazzo di giustizia alle porte di Phnom Penh. La sala delle udienze è un teatro. Da un lato i posti per il pubblico, dall’altro un palcoscenico con la corte. Separati da una gigantesca vetrata antiproiettile che dà l’impressione di trovarsi di fronte a un acquario.
Duch è in camicia bianca a maniche lunghe, pantaloni neri, scarpe nere. E’ piccolo, leggermente ingobbito, una spalla, la sinistra, più bassa dell’altra. Forse soffre d’artrite. I capelli sono brizzolati, la testa grossa. Mi rendo conto che cerco di fare un’analisi lombrosiana. Ma non ha senso. Tanto più che non lo vedo in faccia. È seduto di fronte alla giuria. Le spalle al pubblico. Per vederlo bisogna guardare gli schermi Panasonic ai lati dell’acquario che trasmettono i primi piani dei protagonisti. Lui guarda sempre in alto a sinistra, in un angolo cieco sopra i banchi dell’accusa. Lo ascolto in cuffia. La voce è gracchiante, stridula, quasi da vecchia. Provo a immaginarla mentre pronuncia la frase che per i khmer rossi equivaleva a una condanna a morte. «Se sei vicino non sei di alcuna utilità. Se sei lontano non si sente la tua mancanza».
Non riesco a capire quanto sono condizionato dall’ambiente. In Cambogia non parlano dei khmer rossi. Ma tutti credono negli Spiriti dei morti che non hanno pace. Compresi quelli dei teschi che sono conservati nelle teche di vetro a memoria dei massacri. Per calarmi nell’atmosfera il giorno prima sono tornato a visitare il Tuol Sleng. Ormai è divenuto l’archetipo del sepolcro imbiancato, letteralmente. Per come sono state sistemate le celle, con gli strumenti di tortura disposti sulle brande in una composizione geometrica, di design.
Forse Duch trasmette energia negativa. Ma la giallezza morale non la percepisco. Appare uno come tanti. Ha un’aria precisa, da professore, qual era prima e dopo il suo periodo da aguzzino. Le penne nel taschino, i faldoni ordinatamente disposti sul tavolo, gli occhiali che si aggiusta mentre li sfoglia.
“Il diavolo che nella nostra mente collettiva è personificato nei khmer rossi non si trovava alla fine di un malarico fiume nel profondo di una giungla primordiale…I dettagli non ci avvicinano a loro. Avvicinano loro a noi” scrive il reporter
Nic Dunlop, un uomo talmente ossessionato da Duch che per anni ha girato la Cambogia con la sua foto. E’ così che lo ha trovato.
Alla fine dell’udienza Duch si alza e si guarda intorno. Ho l’impressione che per la prima volta guardi in faccia qualcuno. Me. Inevitabilmente mi viene in mente l’aforisma di Nietzsche: “Quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”. Mi rassicuro con proverbio cinese: “Quando l’apparizione di un demone non ti sgomenta più, il demone se ne andrà”.

La normalità dell’orrore nel monologo finale di Apocalypse Now.

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Tropical Malady

«A mangiare la zuppa con una testa di pesce ti passa la fame ma non ti nutri. È una sottile differenza che ci sfugge». A rilevare la differenza è un espatriato che vive in Cambogia da quasi trent’anni. E ci vive, per sua libera scelta, come un cambogiano. Quell’uomo è all’ultimo stadio della Tropical Malady. Non è una malattia tropicale come la malaria o una qualunque tra le patologie che possono colpire in un clima tropicale. È una sindrome psicofisica che si trasmette per contagio con un altrove dove non tutti possono nutrirsi a sufficienza e c’è chi muore di fame, popolato da rifugiati, schiavi e trafficanti d’uomini, vittime e signori della guerra. Dove ogni giorno si prende coscienza delle casualità di nascita, che qui appaiono come processi karmici. Tropical Malady, come nel film del thailandese Apichatpong Weerasethakul, deriva dall’impressione inquietante di trovarsi in bilico fra due mondi. Un corto circuito in cui sia i mostri sia i ricordi divengono reali e gli uni sembrano derivare dagli altri. E’ una malattia che si cronicizza, che ti colpisce con ciclici attacchi, improvvisi e inaspettati. Si manifesta come i postumi della malaria: depressione, malinconia, stanchezza. In quei momenti vorresti scappare, tornare là dove le stagioni si susseguono, dove ci si nutre di cibo e di certezze. Ma forse è meglio imparare a convivere con la malattia, lasciarla metabolizzare in ciò che Gregory Bateson chiamava l’ecologia della mente. Come accade nel film: addentrandosi sempre più profondamente nella giungla, s’impara un’altra lingua per parlare agli Spiriti e si raggiunge un altro livello di consapevolezza

In attesa di guarigione o Illuminazione...
Di trafficanti e rifugiati ne ho già piena la vita…


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Come gin and tonic

«Alberghi famosi e reporter di guerra si mescolano bene: come gin and tonic». E’ iniziato così il discorso di Peter Arnett, uno dei più famosi reporter del secolo scorso, ospite d’onore al party per i cinquant’anni del Caravelle, l’albergo di Saigon dove alloggiavano molti giornalisti durante la guerra del Vietnam, la Guerra Americana, come la chiamano là. Arnett fece il suo primo check in al Caravelle il 26 giugno 1962. Nei 13 anni successivi, come corrispondente della AP, avrebbe trasmesso oltre 3000 pezzi. L’ultimo il 30 aprile 1975, il giorno della fine della guerra. Quel giorno, ricorda Arnett, i camerieri del Caravelle continuarono a svolgere il loro servizio come sempre. Di questi tempi, quando si discute sin troppo di nuovi media, Arnett non ha voluto impartire lezioni. Si è limitato a raccontare qualche episodio dell’epoca. Come quello degli impeccabili camerieri del Caravelle, o quello di George Esper, allora giovane reporter dell’AP ignaro dell’uso del bidet. Secondo lui era stato predisposto per poter sciacquare gli stivali sporchi di fango. Arnett ha parlato anche del fango, quello della Collina 875, nella valle di Dak To, al confine con il Laos, dove nel novembre 1967 fu testimone di una delle più sanguinose battaglie della guerra. Fu allora, racconta, che capì davvero perché si trovava là: «per raccontate le storie di quegli uomini. E’ questo che fanno i reporter». Non è il mezzo che fa il messaggio, non è il bicchiere che conta per un buon gin and tonic.

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Fuga di mezzanotte

«I started at midnight...». E’ iniziata proprio in quella fatidica ora la fuga di David McMillan. Nel 1996 è evaso dalla prigione di Klong Prem, nota come Bangkok Hilton. E’ stato l’unico occidentale a riuscirci. Uno dei pochissimi in assoluto. E così è diventato un esperto in evasioni. Tanto che la BBC ha chiesto il suo commento quando, poche settimane fa, due detenuti sono evasi in modo spettacolare da una prigione greca. Chi vuole saperne di più può leggere Escape, il libro in cui racconta la sua avventura. O ascoltarla dalla sua voce nell’intervista della BBC. Prima di diventare un personaggio romanzesco che sembra recitare il copione di un film, McMillan era un trafficante d’eroina. Le trame sono come la confessione: rimettono i peccati.
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Blade Runner Syndrome

A Bangkok o Manila, come in certi quartieri di Hong Kong, Kuala Lumpur o Tokyo, è facile essere colti dalla Sindrome Blade Runner. Prende nome da quelle scene del film in cui si viene catapultati in una metropoli postmoderna, divisa in un sopra di grattacieli e occulti centri di potere e in un sotto di sterminati bassifondi al neon, disseminati da banchetti di street-food.
Un mondo dominato da una classe di oligarchi e popolato da una massa confusa e sordida. E’ una sindrome pericolosa: deforma la realtà. Per alcuni quelle scene divengono l’immagine matrice di un mondo globalizzato, dominato da multinazionali che agiscono come spettri creatori di zombi. In altri si manifesta come una perversa seduzione per tutto ciò che è ambiguo, sordido, in penombra. In entrambi i casi crea dipendenza culturale. Ovunque si vada, si cercano disperatamente situazioni che dimostrino quel postulato, che inducano quel brivido esistenziale. Si perde il quadro generale in cambio di uno scorcio. Poi si comincia a credere che quello sia il mondo. E qualcuno ci si smarrisce. E’ il sonno della ragione.


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The God and the Gun

«I have two partners: the God and the Gun». Parola di Franco Tito, capitano del barangay, il villaggio, di Diwalwal. Per confermare le sue parole prima alza gli occhi al cielo, poi estrae l’automatica con caricatore da 11 colpi che porta sempre al fianco.
Il territorio del barangay si estende per 729 ettari sul fianco del monte Diwata, nella Compostela Valley, sud dell’isola di Mindanao. E’ in questa montagna che si trova il più grande deposito d’oro delle Filippine. Forse uno dei più grandi al mondo. La zona più ricca, a quanto pare, è concentrata in quei 729 ettari. Ci vivono oltre 40.000 persone. È un agglomerato di capanne, spacci, bordelli, mercati, sparso sui fianchi della montagna, intersecato da strade di pietre e fango, colate tra le immense felci della foresta come fossero un fiume di legno, mattoni, metallo. Come fossero anch’esse i “destino”, i rami delle small scale mines, le piccole miniere. Queste a loro volta s’intrecciano sotto la montagna in cunicoli dove gli uomini strisciano come serpenti, strappando tonnellate di pietra che saranno frantumate per estrarne circa 20 grammi d’oro a tonnellata. Diwalwal è un formicaio. Negli anni ‘80, dopo la scoperta dell’oro, era il posto più pericoloso delle Filippine, uno dei più pericolosi al mondo. Sparavano raffiche di M16 anche per farsi luce. Poi è arrivato Franco Tito ed è riuscito a mettere ordine. Soprattutto perché ha trovato un nemico comune: le multinazionali che vorrebbero trasformare Diwalwal in un’immensa miniera a cielo aperto. Spazzando via la montagna, la foresta e quello che per gli uomini come Franco è diventato un luogo dove rifarsi una vita. Anche rischiandola ogni giorno nel loro “destino”.
La loro è una delle tante storie che in questo momento sembrano non avere un perché. Sono troppo esterne al nostro mondo. Invece possono servirci a riflettere su quanto siano relativi i nostri valori, sulle infinite sfumature tra giusto e ingiusto.
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Le Signore in Rosso

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Mentre passeggiavo per una grande strada di Bangkok, a pochi passi dal palazzo del governo, una donna mi ha invitato a sedere sul marciapiede e mi ha massaggiato la schiena. Intanto un’altra signora mi rinfrescava con un ventaglio. Un’altra ancora mi ha portato da bere. Altre cinque o sei donne ridevano della mia faccia beata. “Mai pen rai”, non ti preoccupare “questa è la Thailandia” ha detto una di loro. Quelle donne, tutte vestite di rosso, facevano parte delle sessantamila persone che manifestavano contro il governo e in favore dell’ex premier Thaksin, deposto da un colpo di stato nel 2006 e oggi in esilio non si sa bene dove. Il ventaglio con cui mi sventolavano raffigurava la sua faccia. Quelle donne venivano dalle zone più povere del paese: l’estremo nord e l’Isaan, il nord-est. Una è una cuoca, un’altra ha un baracchino al mercato, una lavora per un’impresa di pulizie. E una, ovviamente, fa massaggi. Erano le tipiche rappresentanti dei “rossi”, come sono chiamati i manifestanti, per il colore delle magliette o dei cappellini che indossano. Nel loro caso il rosso non definisce una posizione di stampo comunista. E’ per contrapporsi ai “gialli”, oggi filogovernativi e in precedenza manifestanti essi stessi quand’era al potere il partito di Thaksin. I gialli rappresentano l’élite del paese, la borghesia di Bangkok, la nobiltà. I rossi sono le classi più povere, i contadini, i piccoli commercianti. I gialli sono favorevoli a una riforma che limiti la democrazia a favore di una dittatura benevolente e “illuminata”. I rossi sostengono una democrazia di stampo populista e molto spesso sono più che disposti a vendere il loro voto. E’ un’alternativa da filosofi della politica. Questa mattina, tra tutte quelle donne, mi sentivo molto populista.
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Sotto la pioggia di Nha Trang

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Una ragazza e una bambina vietnamite si riparano dalla pioggia monsonica sotto un ombrello. Un raggio di luce fa brillare l’acqua che scende e le pozze sulla strada. Sullo sfondo un ciclò, un risciò a pedali. E’ l’immagine che ha reso famoso Long Thanh, un fotografo di Nha Trang, città costiera nel sud del Vietnam. Durante la guerra era una base americana, oggi è una delle tappe nel circuito turistico del sud-est asiatico. Il suo modello è Miami.
La foto è stata scattata nell’aprile 1987, alle 4 del pomeriggio. Un anno prima il sesto congresso del partito dei lavoratori vietnamiti aveva dichiarato il Doi moi, il rinnovamento, la politica di liberalizzazione economica.
Long Thanh continua a lavorare come allora: non usa macchine digitali, fotografa in bianco e nero, sviluppa da solo. L’unica differenza è la pellicola: giapponese invece di quella prodotta nella DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. “In Vietnam è cambiato tutto. Ma io voglio fotografare come una volta” dice.
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The Fixer

Il più famoso, ormai una leggenda nei peggiori bar di Bangkok, Saigon e dintorni, era Jack Shirley. Nel suo curriculum vantava una lunga esperienza come agente della CIA durante la guerra del Vietnam. A quanto raccontano e raccontava lui stesso era stato un killer dell’Agenzia che aveva “zapped”, eliminato, una dozzina di bad boys. Dopo la guerra si era stabilito in Thailandia ed era divenuto uno dei più quotati Fixer, richiesto dai produttori di Hollywood che volevano girare un film in Sud-est asiatico. Il Fixer, infatti, deve avere le stesse qualità del killer. Conoscere bene l’ambiente in cui si muove, avere i contatti giusti, essere rapido ed efficiente. L’unica differenza è che il Fixer non uccide, organizza. E’ una specie di guida che assiste giornalisti, operatori economici, chiunque voglia intraprendere una qualsiasi iniziativa in un paese “volatile”, instabile o problematico. In alcuni casi si confonde o è confuso con lo Stringer, un giornalista freelance che raccoglie notizie e informazioni per le agenzie stampa o per i corrispondenti e gli inviati ufficiali. Ma chi vuole davvero frugare nelle zone d’ombra, non troverà miglior collaboratore, e a volte amico, di un bravo Fixer. Senza contare che è divenuto uno status symbol.
Ho anch’io un Fixer. Anzi, più d’uno.
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La triste sorte di Veronique Delmas

Veronique Delmas è stata venduta. Assieme a decine di compagne, attende che si compia il suo destino su una spiaggia sul Golfo del Bengala. E’ ancora giovane, ma sono trascorsi i tempi di quando era bella, girava il mondo col suo passaporto delle Bahamas e in tanti pagavano per ottenere i suoi favori. Forse è per questo che si trova qui: ha lavorato, girato troppo. Si è consumata. Tra poco la faranno a pezzi e ne venderanno le parti.
Veronique Delmas è una nave, un cargo portacontainer lungo 189 metri, di 30.750 tonnellate di stazza, costruita in Francia nel 1984 e battente bandiera delle Bahamas. E’ stata venduta a uno dei cantieri di demolizioni navali di Chittagong, in Bangladesh. E’ conosciuto anche come il mattatoio delle navi, specie dopo il reportage fotografico realizzato da
Sebastiao Salgado nel 1989.
Oltre la linea segnata dalla bassa marea sono allineate decine di navi di ogni tipo e stazza, posate sui bassi fondali, le ancore in bando. Alcune sono già sezionate, tagliate a compartimenti. Compongono un’immagine spaziale, surreale, postatomica. Sembrano materializzare il crollo della civiltà, la decadenza, la vacuità.
I bassifondi scivolano in una larghissima spiaggia che ormai ha modificato la sua composizione geologica. E’ una nuova materia, una miscela di sabbia fango e nafta, una specie di tappeto elastico in cui improvvisamente si sprofonda.
Là dove il terreno si solidifica sono sparsi i giganteschi pezzi estratti dalle navi. Plance, ancore, turbine, timoni, catene. Addirittura intere sezioni che vengono rovesciate come immensi quarti di bue. Tra i pezzi formicolano uomini ormai indistinguibili dall’ambiente che li circonda. Li smontano, li divorano: è un processo quasi entomologico, che ha per unico suono il sibilo delle fiamme ossidriche e il gracchiare dei corvi. E’ la materializzazione in carne e metallo del concetto di entropia. Ci sono anche ragazzi, alcuni poco più che bambini, al lavoro. Ma qui l’alternativa può essere molto peggiore. Le regole morali si disintegrano e trasformano come le navi.
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L'insostenibile lentezza del treno

Da Phnom Penh a Battambang, Cambogia: 274 chilometri di ferrovia, un percorso di circa 14 ore seguito da uomini, donne, vecchi, bambini per i quali la globalizzazione è un mistero, troppo poveri anche per i bus.
Il treno è una carcassa, un rottame mobile che oscilla come un battello, dove tutto sembra marcire: il legno e il ferro dei vagoni come la carne, i denti dei passeggeri, i rifiuti sul pavimento accumulati nel tempo, ormai sedimenti. E dove tutto ciò diviene una specie di nuovo ordine che riflette l’economia, la società, la natura di un Tropico ancora Triste. Il treno è lo specchio della realtà che scorre oltre le orbite vuote dei finestrini: gli slum di Phnom Penh, le baracche dei villaggi.
Un viaggio del genere non è un modo per entrare in contatto con questa realtà. Scendi e ti gira la testa, sei umido, sporco, eppure hai condiviso solo un giorno della loro esistenza. Per noi c’è sempre un ritorno, un punto d’arrivo diverso. Per loro il viaggio non ha fine: prosegue interminabile nella vita in una capanna in mezzo a una risaia deserta, di fronte a una ferrovia che passa una volta la settimana.
All’apparenza è un’occasione per riflettere su se stessi. Ma i pensieri più profondi, poco a poco, si dissolvono nella ricerca di una posizione più comoda, nella necessità di espletare una funzione fisiologica, di ripararsi dal sole, dal caldo o dall’acqua del diluvio improvviso che inonda il vagone e ti fa comprendere perché tutto imputridisca. Un viaggio del genere dovrebbe indurre a riflessioni sul tempo, sui diversi modi di viverlo e seguirlo. A riconsiderare la nostra fretta e la nostra insofferenza rispetto al monacale atteggiamento degli orientali. Dovrebbe risintonizzarci sui ritmi circadiani perduti. Potrebbe innescare una meditazione sul karma, il destino o il caso, comunque si voglia chiamare la fortuna o la sfortuna di nascere in un luogo o in un altro, nonchè sulla relatività di questo fattore in funzione delle diverse priorità esistenziali.
Un viaggio così, invece, nella sua insostenibile lentezza, è un detonatore di dubbi. Ci mette di fronte all’indeterminatezza delle definizioni che siamo soliti dare al viaggio e al viaggiare, nel confronto con una realtà che non è mistica ma solo straziante.
Alla fine quel viaggio diviene solo un’altra storia da raccontare. L’ennesima storia che comincia con “Che ci faccio qui?”.

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