I teatri delle storie

«E’ vero che Thomas Merton alloggiava all’Oriental pochi giorni prima di morire?».
«Se restava qui non sarebbe morto. All’Oriental non muore nessuno».
E’ un brevissimo dialogo che, almeno per me, ha parecchi significati. Richiama a personaggi come quel monaco trappista cultore di religioni orientali o l’anziana Signora che ha trascorso tutta la vita in quel mitico hotel di Bangkok e preferisce ricordare altri incontri con scrittori e agenti segreti. Innesca una sequenza di storie perdute e ritrovate scorrendo diari di viaggio, articoli pubblicati e no, abbozzi di racconti.
Tutto questo, pensate, per parlare di un libro: “Soggiorni con Stile nel Sud Est Asiatico”.
In un primo momento, lo ammetto, m’era sembrato eccessivo. In fondo si tratta di un libro che presenta alberghi, per quanto affascinanti e “intelligenti”. D’altra parte quel libro era il frutto di parecchio lavoro e molti viaggi. Con Andrea Pistolesi, autore delle foto, avevamo pensato che valeva la pena presentarlo al meglio. Così, poco a poco, mentre cercavo un’idea per farlo, mi sono reso conto che quel libro non è semplicemente una rassegna di alberghi. E’ un concentrato di storie che in quegli alberghi si sono svolte e continuano a replicarsi con diversi personaggi.
Mi viene in mente quanto scritto da Matsuo Basho: “Decisi quindi di annotare in puro ordine sparso alcune impressioni, simili a balordaggini di un ubriaco o deliri di un addormentato, sui luoghi indimenticabili che visitavo: non datemi quindi seriamente ascolto…”.
Soggiorni

A questo punto non resta che riprodurre l’introduzione al libro.

«C’è la cultura del lusso e il lusso della cultura» disse un saggio. Che non era un eremita o un filosofo, bensì il direttore (un po’ eremita e filosofo) di un hotel alle falde dell’Himalaya (quindi non presente in questo libro). Il suo aforisma è utile a comprendere lo spirito di questo libro: “il lusso della cultura”. Gli alberghi presentati sono di lusso, a volte estremo. Dove lusso non significa solo eccellenza, esclusività, ma anche un ambiente che ci metta in condizione di apprezzare il tempo che stiamo trascorrendo, lo spazio naturale e culturale in cui ci troviamo. Sono luoghi che si caratterizzano per storia, arte, design, perché indicano una tendenza. A differenza dei “non-luoghi”, spazi privi d’identità, questi sono carichi di significato, punti cospicui del paesaggio asiatico, modelli di quello stile architettonico e di vita che sta ridefinendo l’Oriente e da qui si diffonde in Occidente. Luoghi intelligenti.

Date tali premesse, questo libro non è, né vuole essere, una guida. Tantomeno ha la presunzione della completezza (col tempo, chissà, dato che questo è un work in progress). Condizione essenziale per essere presentati, infatti, è che gli alberghi devono essere compresi, quindi visitati, vissuti. L’idea, quindi, è anch’essa di lusso, nella sua semplicità: offrire uno strumento utile ai viaggiatori sofisticati. Nell’accezione inglese del termine: colti, raffinati, per i quali l’albergo non è solo un posto dove stare (o dire d’essere stati), ma una parte del viaggio. Viaggiatori intelligenti.


“Soggiorni con Stile in Sud Est Asiatico” può essere scaricato in versione elettronica da diverse piattaforme (al costo di 4 euro circa) oppure ordinato in versione stampa (32 euro). Disponibile anche in inglese. Tutti i riferimenti qui
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Tra Europa e Asia

Giorno dopo giorno, diviso tra Asia ed Europa per motivi che sfuggono alla mia volontà ma non alla mia scelta, annoto, scrivo, progetto. Cerco di cogliere segnali di connessione tra i due mondi non fosse altro che per dare senso al mio stare in bilico.
A volte le storie trovano una loro via, altre no. In ogni caso spesso le dimentico. E invece loro continuano a vivere, più o meno latenti nell’archivio di files. A volte riappaiono cercando altro, per serendipità.
E’ accaduto con un articolo sull’Asia-Europe Meeting, svolto a Milano l’ottobre scorso. Avevo seguito il Meeting e scritto l’articolo per dare un senso anche professionale alla permanenza italiana e perché mi sembrava interessante osservare uno spettacolo che normalmente seguo in Asia su un altro scenario. Ma poi, forse proprio perché estraniato dal mio contesto abituale, quell’articolo mi era apparso troppo astratto, un po’ oscuro.
Rileggendolo a Bangkok, però, ho scoperto che le sue ombre qui assumevano un contorno più definito. Tanto più alla luce di ciò che sta accadendo su scala globale. Uno spettacolo di luci e ombre, quindi, che voglio mettere in scena su Bassifondi.
OPENING CEREMONY
“Overshadow”, oscurare, mettere in ombra. E’ stato il mantra più ripetuto e la formula di comprensione dell’Asem. In un certo senso è sembrato di assistere a una rappresentazione di quello che in sud-est asiatico è noto come “il teatro delle ombre”, lo “Sbaek Thom” cambogiano: ogni ombra può raccontare qualsiasi storia e gli stessi marionettisti s’interrogano sul significato delle ombre che animano.
La decima edizione dell’Asem, forum biennale istituito nel 1996 per rafforzare la cooperazione e il dialogo euro-asiatico, si è svolta a Milano, l’ottobre scorso. Erano presenti Capi di Stato, ministri, funzionari di 53 paesi: 29 dell'Unione Europea più Norvegia e Svizzera, e 22 asiatici. Messi assieme, i paesi dell’Asem assommano il 62.5 per cento della popolazione mondiale, il 57 per cento del PIL e il 60 del commercio globale. “Collaborazione responsabile per una crescita e una sicurezza sostenibili”, il tema di questa “piattaforma di dialogo informale”: tanto vasto da prestarsi a ogni discussione e interpretazione su questioni economiche, politiche, culturali, climatiche, energetiche.
Tanti personaggi e dialoghi, di cui si avevano visioni fuggevoli e vaghe informazioni, hanno creato l’effetto ombra. In Cambogia, in occasione del Summit Asean 2012, a Bangkok, dove vivo, in altri meeting internazionali, ho verificato quanto sia difficile decodificare le trame del potere. Ma è stato proprio a Milano, nel mio paese d’origine, che ciò mi è apparso ancor più oscuro. Probabilmente perché qui era più complesso stabilire un confine tra Oriente e Occidente: “Qual è l’Asia? Dove finisce l’Europa? Dove si uniscono o collidono ?” non erano domande retoriche: all’Asem la Russia rientrava tra i paesi asiatici mentre il presidente della Mongolia ha definito il suo remoto paese – che nel 2016 ospiterà l’Asem - come “ponte tra Europa e Asia”.
In un certo senso è sembrata prevalere la strategia geopolitica del presidente russo Vladimir Putin: l’Eurasia. Compresa tra Europa Occidentale e Orientale (ovvero l’Asia Centrale) e limitata a est dalla Mongolia, è il teatro in cui la Russia può svolgere un ruolo proattivo nella nuova partita del Grande Gioco (a definirlo così, nel 1898, fu Lord Curzon, vicerè dell’India, riferendosi al conflitto occulto tra Gran Bretagna e Russia per il controllo dell’Asia). La Cina reagisce alle mosse russe col progetto di una Nuova Via della Seta che connetta via terra il Regno di Mezzo alla Germania attraverso Kazakhistan, Bielorussia e Polonia per poi riconnettersi alla Via della Seta Marittima via Italia o Spagna.
Come si è verificato all’Asem, tutto ciò non contribuisce ad avvicinare Europa e Asia. “Parliamo di interdipendenza globale, ed è qualcosa di reale. Tuttavia, a prescindere dalle dinamiche economiche, mentre ogni regione è intellettualmente consapevole di ciò che sta accadendo all’altro capo dell'Eurasia, ognuna vede l’altra come lontana e, infine scollegato dalle sue preoccupazioni” ha scritto George Friedman, della società di intelligence Stratfor .
Il Grande Gioco contemporaneo, quindi, andrebbe meglio denominato con la sua altra definizione: “Il Torneo delle Ombre”. All’Asem l’ombra maggiore è stata proiettata dalla crisi ucraina, che ha offuscato ogni altra questione. Vladimir Putin e il presidente ucraino Petro Poroshenko si sono incontrati per discutere una possibile soluzione. Invano. Per giustificare “Tanto rumore per nulla”, José Manuel Barroso, presidente (sino a novembre 2014) della Commissione europea, l'organo esecutivo dell'UE, ha precisato che «era giusto discutere di Ucraina qui», come se tale discussione avesse dato rilievo al meeting. La reale giustificazione è che la crisi ucraina può aumentare i rischi di volatilità dei mercati finanziari che potrebbe colpire Asia ed Europa. «La stabilità e la pace sono fondamentali per l’economia» ha dichiarato il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy (sino a dicembre 2014).
Nel Torneo delle Ombre la scena più in luce era l’economia. A dispetto dei seguaci della Teoria del Complotto, centinaia d’imprenditori asiatici ed europei presenti all’Asia-Europe Business Forum (AEBF), manifestazione parallela all’Asem, si sono trovati concordi nella liberalizzazione delle economie. «L’Europa ha bisogno dell’Asia. Una forte economia asiatica è un motore della crescita mondiale. Allo stesso tempo l’Asia ha bisogno dell’Europa, delle sue tecnologie e dei suoi mercati» ha dichiarato Van Rompuy. «Dal punto di vista economico, l’Asia è diventata il più importante partner commerciale dell’Unione Europea, che rimane la più grande economia mondiale. La futura crescita dell’Asia, quindi, dipende dall’accesso ai mercati europei». Da parte asiatica, ha fatto notare Benjamin Philip Romualdez, presidente della Chamber of Mines delle Filippine «La nostra crescita è la vostra opportunità». In effetti, in questa seconda fase della globalizzazione (in cui sono i consumi, più che la produzione, a spostarsi verso Est), per l’Europa è decisivo riuscire a competere con successo.
In realtà, più che l’Asia in generale, l’Europa deve attrarre i China’s Superconsumers. Complice l’enorme surplus economico accumulato, le strategie della Cina cambiano: rinuncia ai profitti di breve periodo e investe enormi capitali senza badare a spese. Lo ha dimostrato l’attivismo del premier Li Keqiang all’Asem e nelle altre tappe del suo tour europeo. La Cina, infatti, sta approfittando di quella che Li definisce una “recessione economica globale” per acquisire basi d’affari nel Vecchio Continente, dove i prezzi delle aziende sono scesi e più di un governo ha chiesto aiuto a Pechino. Il premier cinese, inoltre, ha dato l’ennesima prova di “potere morbido” negli incontri col premier vietnamita Nguyen Tan Dung, ripristinando le relazioni bilaterali e rafforzando gli scambi commerciali. Offerte di collaborazione anche alla Thailandia: approfittando dello stop europeo ai negoziati commerciali in seguito al colpo di stato del maggio scorso, Li si è offerto di cooperare con la Thailandia nello sviluppo della rete stradale e delle infrastrutture.
Gli accordi bilaterali, insomma, sono stati una delle caratteristiche più evidenti dell’Asem. Il che, al tempo stesso, ne rappresenta il lato oscuro. Non tanto per la riservatezza con cui si svolgono, ma soprattutto perché mettono in ombra l’Asean. L’Associazione dei paesi del sud est asiatico, infatti, non riesce a proporsi come interlocutore unico. Nel 2009 la Commissione Europea decise di reindirizzare il proprio obiettivo dando maggiore enfasi ad accordi bilaterali coi singoli membri dell’Associazione, e all’Asem l’Unione Europea è rimasta scettica. Complice l’Aseam Business Outlook Survey 2015: ha evidenziato la diffusa preoccupazione che la tanto attesa Comunità economica dell’Asean (AEC), non sarebbe stata lanciato entro la scadenza di fine 2015. Le scadenze di troppi impegni non sono state rispettate e alcune delle iniziative più importanti non sono decollate. Secondo alcuni osservatori ciò è dovuto anche agli scarsi mezzi dell’Asean quale organismo sovranazionale. Per altri, specie tedeschi (che forse temono una replica asiatica delle distonie europee), uno dei maggiori ostacoli alla comunità economica dell’Asean è la presenza del CLMV, ossia Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam, paesi che hanno bisogno di più tempo per adattarsi a questa nuova dimensione economica.
In compenso, proprio l’Unione Europea ha premuto l’acceleratore sul Free Trade Agreement (FTA) tra Asean ed Eu, una mossa per contrastare altri due iperaccordi: l’americano Trans-Pacific Partnership (TPP) e il cinese Comprehensive Economic Cooperation for East Asia. Nell’Asean il maggior sostenitore del FTA con l’Europa è la Malaysia, cui spetta la presidenza dell’Asean nel 2015. «La Malaysia sosterrà il processo dell’FTA che ha subito un intoppo qualche anno fa. Speriamo in un FTA tra Asean ed Eu che rafforzi l’integrazione regionale»ha dichiarato il Primo Ministro Datuk Seri Najib Razak.
Nell’attesa che si realizzino questi macroaccordi, l’Asem ha visto stabilirsi relazioni che possono apparire marginali in uno scenario globale, ma sono fondamentali per l’integrazione regionale. Ad esempio quello tra Cambogia e Thailandia. I due premier Hun Sen e Prayut Chan-o-cha hanno avuto il loro primo incontro bilaterale dimostrando “la giusta chimica” nel far progredire una “amichevole collaborazione”. A quanto dicono fonti ben informate i due premier hanno discusso dello sviluppo di Zone Economiche Speciali (SEZ), strade, facilitazioni doganali e di frontiera. Ed era un segreto di Pulcinella la volontà comune di stabilire un’area di sviluppo comune (JDA) nel Golfo di Thailandia.
Spesso le ombre ingannano. Ciò che appare overshadowed può eclissare la minaccia del Super Chaos globale.
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Il lato oscuro della globalizzazione

Il Triangolo d’Oro: territorio formato da una grande ansa del Mekong che segna il confine tra Laos, Birmania e Thailandia. Il papavero da oppio cresce bene nel suolo alcalino formato dalle estrusioni di questo tratto di fiume ed è ciò a giustificarne il nome.
Oggi il Triangolo d’Oro è un toponimo turistico che attrae viaggiatori in cerca di evocazioni avventurose. Un’immagine rassicurante, quasi una strategia di marketing, specie nella parte thailandese. In Laos e Birmania, però, di anno in anno aumentano gli ettari destinati alla coltivazione dell’oppio. Secondo il Southeast Asia Opium Survey realizzato dallo United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc) e presentato l’8 dicembre, sono passati dai 61.200 del 2013 a 63.800 del 2014, l’ottavo anno consecutivo d’incremento, il triplo dal 2006.
Il triangolo si è evoluto, trasformandosi in un grafo, una figura di punti interconnessi, estesa su tutta la cosiddetta “Greater Mekong Subregion”, che comprende la provincia cinese dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam e che, a sua volta, s’incastra nel sistema del mercato globale.
Il Triangolo d’Oro importa i prodotti chimici necessari alla trasformazione dell’oppio in eroina che verrà poi esportata in Cina, in Sud-est asiatico e quindi nel resto del mondo. Un interscambio che di giorno in giorno è implementato dall’evoluzione delle infrastrutture, dalla riduzione delle barriere commerciali e dei controlli di frontiera.
Il Triangolo d’Oro simbolizza il lato oscuro della globalizzazione, come l’ha definito Giovanni Broussard, funzionario italiano del programma Unodc Borders control and transnational organized crime, un business da 90 miliardi di dollari.
L’enormità della cifra (riferita a tutto il “Transational Organized Crime”) suggella l’ultima, macroscopica connessione: quella tra il potere dei traffici e l’impotenza delle popolazioni coinvolte (specie nella coltivazione d’oppio) che non hanno alternative economiche e si trovano al centro di contese etniche o territoriali.

Southeast Asia Opium Survey 2014. Il rapporto completo
Border Control in the Greater Mekong Sub-region. Il rapporto completo
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L'arroganza dell'ignoranza

Taiji Quan: è la lotta a mani nude (Quan) del Supremo Assoluto (Taiji). E’ più nota come Tai Chi, metabolizzata come forma di ginnastica dolce e tecnica di respirazione. Molti la praticano o hanno provato a farlo. Pochissimi, invece, conoscono il “Thai Chi”. Anzi, uno solo. L’autore, ignoto, di un articoletto apparso su un giornale on line. Dal testo si può dedurre che abbia sincretizzato, per una misteriosa associazione di suoni e sentiti dire, il Tai Chi e la Muay Thai, ossia la boxe (Muay) thailandese. Non è un’imprecisione. E’ una dimostrazione d’ignoranza. Che paradossalmente diviene arroganza culturale nella condanna di una disciplina, la Muay Thai, praticata anche dai bambini (come accade da oltre un millennio). Certo: oggi è anche snaturata e in molti casi i bambini combattono per denaro. Ma non sono “istigati” dai genitori, come si legge nell’articoletto. Basterebbe conoscere il rispetto riservato ai bambini in Thailandia. E bisognerebbe conoscere i complessi codici che regolano i rapporti familiari. Così come bisognerebbe aver assistito agli allenamenti dei bambini nei villaggi: vissuti come un gioco e, al tempo stesso, rito d’iniziazione. Bisognerebbe saper valutare oltre lo schermo banale del politicamente corretto. Bisognerebbe sapere…Ma è inutile tentare di spiegare in casi disperati come questo.
Questo caso, però, è utile come paradigma del nuovo giornalismo: diffuso, partecipativo, onnicomprensivo e onnisciente, dove tutti sanno tutto e creano un mondo a loro immagine e somiglianza…
…Un mondo in cui il nulla è considerato qualcosa, il vuoto pienezza. (Confucio).





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Archetipi

C’è voluto qualche giorno ma alla fine l’ho capito: le moto sono come le navi da guerra.
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L’illuminazione l’ho avuta alla Ducati 2015 World Première, anteprima mondiale dei nuovi modelli del marchio divenuto un’icona globale. La riflessione su che cosa mi ricordassero le navi da guerra e i sistemi d’arma navale avanzati m’era venuta all’Euronaval, la più grande expo sulla difesa navale. Continuavo a chiedermelo osservando le presentazioni di sistemi d'arma o del network di sorveglianza marina Marsur.

Guardavo scorrere immagini che sembravano un videogame o un video di MTV cercando di definire meglio lo stile dello show. Ero immerso in una dimensione di realtà aumentata in cui le mie percezioni si amplificavano per il fatto stesso di condividere lo spazio con strumenti concepiti a allo scopo di espandere le capacità sensoriali.
Poi, del tutto casualmente e curiosità personale, ho assistito alla première Ducati. Ed ho ritrovato, nei video di presentazione come nelle specifiche tecniche delle moto, le stesse emozioni – nel senso di reazioni del sistema nervoso – provate all’Euronaval.

Similarità che si potrebbero estendere alla semantica (ad esempio nell’uso del termine “configurazione”) o ai materiali (la fibra di carbonio innanzitutto e soprattutto per il suo aspetto).
Ma il paragone più intenso e ambiguo al tempo stesso è quello che mi porta a considerare moto e armi come espressioni delle pulsioni primarie della nostra specie, materializzazioni dei miti, archetipi culturali. James Hillman, visionario filosofo e psicologo scomparso pochi anni fa, le definirebbe “costanti della dimensione umana”. Troppo umana.

A proposito di paragoni: ascoltate le colonne sonore dei due video
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L’ultima frontiera

Il Borneo è stato definito “l’ultima frontiera ai confini del mito”. La frontiera di quel mito l’ho attraversate molte volte. E ogni volta era più difficile uscirne, col corpo e con la mente. Una volta ho rischiato di non uscirne proprio. Non tutto intero, almeno. Ma è la mente, soprattutto, a restarne invischiata in una ragnatela di sensazioni, visioni, sogni: dopo due settimane in quell’ambiente non riesci più a venirne fuori.
Ci ripenso perché un vecchio amico mi ha invitato a partecipare a un libro sugli italiani nell’Oceano Pacifico. E ho scelto di scrivere il capitolo su Odoardo Beccari, un naturalista fiorentino che, tra il 1865 al 1878, esplorò le foreste dell’estremo sud-est asiatico. Spesso rimanendo isolato per mesi. Così le descrisse: “Infiniti e variati sono gli aspetti sotto i quali si presenta, come i tesori che nasconde…Il suo mistero, sacro alla scienza, tanto appaga lo spirito del credente, quanto quello del filosofo indagatore”. Si comprende perché i suoi resoconti abbiano ispirato Salgari. Ma Beccari non è personaggio salgariano. E’ più complesso, come si rivela nel suo “Nelle foreste del Borneo”, dalla scrittura piena di passione, considerazioni filosofiche, anche poetiche. Ricorda meglio certi personaggi conradiani, lo stesso Conrad.
Cominciando a documentarmi su Beccari, scopro nuove storie, ne riscopro altre disperse tra i files, tornano in mente letture e ricordi di viaggio. Si compone un intreccio di trame e personaggi in cui appaiono mari, foreste e grandi fiumi, bassifondi e alti fondali, pirati e cacciatori di pirati, gentiluomini di fortuna e sfortunati avventurieri, commercianti, esploratori, vecchie carrette e Land Rover.
Perduto in questa biblioteca di babele, penso che l’unico modo di uscirne sia riprendere un cammino, uno qualsiasi. Magari cominciando proprio da questi Bassifondi. Prima che la memoria dei passi si perda anch’essa, quando i sogni si confondono con gl’incubi e le visioni con i fantasmi.
Il Borneo - è scritto nell'introduzione a “La follia di Almayer” di Conrad - è uno di quegli scenari che sono una “metafora delle azioni che vi accadono”.


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Storia e Fantasy

“La sapienza non è la capacità di rispondere a ogni quesito, ma è lo sforzo di affrontare un quesito fino in fondo…queste domande sono il presupposto della conoscenza sapienziale”. E’ una delle infinite citazioni che si possono ricavare dalla monumentale opera di Elemire Zolla, “Il conoscitore dei segreti”, uno dei più grandi intellettuali del Novecento.
«Come nascono le città? Perché si passa da un villaggio alla città? Questo ti fa capire i meccanismi della storia». Queste le domande che ispirano la ricerca dell’archeologa italiana Patrizia Zolese, “La signora delle città perdute”.
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I due personaggi appartengono a dimensioni filosofiche e spirituali lontane. Ma, come negli universi paralleli, coesistenti e connesse da passaggi nel continuum spazio-temporale. Nel loro caso quella porta si trova nell’Oriente antico.
“Il corso della storia è meno condizionato dagli eventi effettivamente accaduti che dalle rappresentazioni mentali, spesso fantasiose, costruitevi sopra” ha scritto lo storico Felipe Fernandez-Armesto, offrendo con questa citazione un altro punto di passaggio. E’ un modo per spiegare la connessione precedente. Le ricerche della Zolese, infatti, sono perfette per la costruzione di rappresentazioni mentali: templi, monumenti o intere città di civiltà scomparse non sono solo tessere di pietra nel domino della storia. Sono un paesaggio per storie anche fantasiose. E Zolla, immaginifico conoscitore di segreti, mi è sembrato un personaggio che poteva ben introdurre il senso delle ricerche della Zolese, la sua prospettiva sapienziale.
A questo punto potremmo far apparire altri personaggi e altre storie: le vicende nel mar della Cina meridionale sulle rotte degli antichi mercanti Cham, le esplorazioni nell’alta giungla della montagna sacra che domina la costa lao del Mekong, le vicende che hanno ispirato Kipling nella sua road to Mandalay. Sono tutte rappresentazioni mentali costruite sulle ricerche di Patrizia. Tutte in luoghi che, anche (per non dire soprattutto) grazie a lei (responsabile archeologico-culturale per l’Asia della Fondazione Lerici), sono divenuti patrimoni culturali dell’umanità: il sito di Vat Phu, nel sud del Laos, definito “la culla della civiltà khmer”, quello di My Son, sulla costa centrale del Vietnam, uno dei più importanti centri dell’antico regno Champa. Infine, i siti delle città dell’antico regno dei Pyu, nella regione centrale del Myanmar (paese più noto col nome di Birmania).
«Una delle più grandi civiltà del sud-est asiatico» la definisce Patrizia. «Una di quelle popolazioni che cambiano le cose». Ancora una volta la storia e le rappresentazioni che su di essa si costruiscono sembrano combaciare: nel giugno scorso, infatti, le antiche città Pyu, hanno dato al Myanmar il primo ingresso nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco.
Lo dice anche Patrizia: «Alla fine il mio lavoro sta tutto in due parole: logos e archeo». Archeo in greco significa antico. Logos vuol dire ragionamento ma anche racconto.

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Un golpe postmoderno

“Come interpreti la strategia dei militari thai nei confronti dei media? Perché è così importante per loro controllare tv e giornalisti?”. Questa domanda mi è stata rivolta qualche giorno fa da una giovane giornalista di una delle più importanti reti televisive globali. Domanda stupefacente, letteralmente. Mi stupisce il candido stupore della giornalista: perché è importante controllare l’informazione in caso di colpo di stato??!!
E’ così da sempre. Senza studiare i classici (che siano Sun Tzu o Machiavelli), basterebbe sfogliare un interessante libretto di Edward N. Luttwak: Coup d'État: A Practical Handbook. E’ stato pubblicato nel 1968, in un’epoca in cui i colpi di stato erano molto più diffusi e il concetto d’informazione più approfondito. L’informazione al tempo dei social media sembra una conferma del principio d’indeterminazione. La velocità rende impossibile determinare contemporaneamente l’approfondimento.
La Thailandia del colpo di stato, Bangkok in particolare, sta diventando un laboratorio dove si verifica questo fenomeno di politica quantistica. Pochi manifestanti molto osservati da un nugolo di fotografi, operatori, reporter. La comunicazione via twitter, più che ai manifestanti serve ai giornalisti per sapere dove trovarli. Ne consegue una distorsione dell’oggetto osservato e quindi della comunicazione. Come dimostra quella stupefacente domanda: l’effetto (il controllo) occulta la causa (la presa di potere). La mancanza d’approfondimento, inoltre, giustifica un’altra distorsione della realtà: quella che si verifica utilizzando foto riprese tra il 2006 e il 2010 semplicemente perché più drammatiche o perché mostrano i carri armati in strada.
Questo è un golpe postmoderno in tutti i sensi. I pochi manifestanti che si materializzano, specie durante il week-end, in vari punti di Bangkok utilizzano modi sempre più creativi, ispirati a messaggi e forme della cultura globale, per dimostrare il proprio dissenso. Come il saluto “rivoluzionario” tratto dal film Hunger Games, la lettura in piccoli gruppi (per non infrangere la legge marziale) di 1984 di George Orwell, i “sandwiches for democracy” (“stiamo solo mangiando un sandwich” hanno detto le universitarie fermate per aver infranto la legge marziale). Senza contare che, subito dopo il golpe, uno degli emblemi dell’opposizione era Ronald McDonald, il pupazzo clown di McDonald, dato che uno di quei fast food era ritrovo dei manifestanti.
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I militari, dal canto loro, hanno adottato una tecnica mista, “overt and covert”, aperta e occulta, che è la rielaborazione del concetto d’alternanza duro-morbido insito in tutta le cultura e le arti marziali asiatiche.
L’apertura, o la morbidezza, si esprime soprattutto nell’operazione “ridiamo la felicità al popolo”, lanciata sul modello dell’idea di felicità interna lorda. Quell’indicatore di benessere è stato adottato diversi anni fa nello stato himalayano del Bhutan ed è divenuto un modello d’economia politica d’ispirazione buddhista nonché un felice esempio di marketing.
Per ridare felicità al popolo la giunta thailandese ha un programma ambizioso: misure economiche (alcune già sostenute dal governo deposto) a sostegno delle classi più povere e egli agricoltori. Rilancio delle grandi opere (alta velocità, prevenzione delle inondazioni). Campagna contro la corruzione e per la trasparenza nelle rendite dei pubblici ufficiali. Miglioramento dei servizi pubblici. Promozione del turismo interno (con tour a basso costo). Inoltre ha sottilmente lanciato una campagna d’orgoglio nazionale contrapponendo i valori asiatici (quegli stessi sostenuti dalla Cina) in contrasto ai valori che gli occidentali con un po’ di arroganza culturale si ostinano a chiamare “universali”.
Considerando la vocazione thai al “sanuk”, il divertimento, la felicità è perseguita anche con concerti, spettacoli, siparietti di ragazze in mini-mimetiche, bancarelle di cibo gratis e addirittura un servizio di barbiere. Sempre in nome del divertimento e pensando anche ai turisti, il coprifuoco è stato annullato nelle destinazioni di vacanza e là dove erano previsti i “full moon party”.
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Wilawan Watcharasakwet/The Wall Street Journal
In questo schema l’infelicità diventa una colpa, appare come una manifestazione antisociale, nichilista, di chi non riconosce all’esercito il merito di aver riportato l’ordine nel paese. Più che al 1984 di Orwell, bisognerebbe riferirsi a Il mondo nuovo di Huxley.
L’aspetto occulto, duro, si manifesta nella repressione di ogni dissenso, anche minimo, nelle limitazioni dei diritti e delle libertà civili, nel controllo sui media e ancor più sull’educazione. Più inquietante ancora è la capacità di convincere gli oppositori arrestati a sottoscrivere una sorta di abiura. Il che è accaduto nonostante i periodi di detenzione in molti casi siano stati molto brevi e, come hanno ammesso gli ex detenuti, più simili a “una specie di vacanza”. Forse è proprio questo il meccanismo di pressione psicologica più potente, almeno per la mente asiatica: il sottinteso. Unito alla consapevolezza che, se il confronto degenera, non c’è più alcuno spazio d’accordo.
A livello di opinione pubblica il vero flop è stato il blocco di Facebook per mezz’ora. Doveva essere un avvertimento. Ma si è ritorto contro i militari: la reazione di milioni di utenti è stata feroce. Non perché sentissero minacciata la libertà di espressione, ma perché non potevano più comunicare con gli amici, postare foto, fissare appuntamenti, organizzare incontri e condividerli.
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Cicero pro domo mea

«Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo» scrisse Marco Tullio Cicerone. “La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”. La citazione è tratta dal De re publica (II, 43). Scritto tra il 55 a.C. e il 51 a.C - ossia duemila e settanta anni fa - è un trattato di filosofia politica sul modello de La Repubblica di Platone, là dove appare un altro formidabile aforisma: «Felice la nazione i cui filosofi sono re e i cui re sono filosofi”.
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Confesso un peccato grave: avevo dimenticato Cicerone, Platone e altri giganti della mia cultura occidentale, italiana. Lo ammetto: ho ripensato a Cicerone leggendo un romanzo che lo ha per protagonista. Non un libro fenomenale, ma mi è apparso come un caso di sincronicità. Le “coincidenze significative”, come sono chiamate le manifestazioni di questo fenomeno, erano tante: nella Roma di Cicerone e nella Bangkok di oggi (dove un Cicerone non c’è e nemmeno un Cesare, ma molti Catilina) si ritrovano le discussioni sulla libertà e sulle sue limitazioni, colpi di stato, patrizi e plebei, indovini e presagi, tribuni del popolo e candidati al consolato.
Ma non sono queste le coincidenze più significative. Sulla Thailandia, alla fine, si sta già dicendo troppo o troppo poco. Quel caso di sincronicità mi ha indotto a una nuova riflessione sui diversi modi di percepire cultura, civiltà, progresso.
Quando torno in Italia, come parlando con italiani in viaggio o residenti all’estero, sento ripetere un lamento: sembra che non ci sia differenza tra Thailandia o altri paesi dell’area ed Europa o, soprattutto, Italia. Anzi, nel confronto il Belpaese esce a pezzi. Tanto più nelle proiezioni future. Dimenticando che la realtà di paesi come la Thailandia la viviamo in maniera privilegiata. Vediamo ma non osserviamo, non analizziamo. Insomma: non sappiamo. Il golpe in Thailandia, l’introduzione della sharia in Brunei, le violazioni dei diritti umani nei paesi dell’aerea ci appaiono fenomeni marginali rispetto alla crisi economica che segnerebbe il tramonto dell’Occidente. Siamo talmente focalizzati su noi stessi da scordarci di che cosa facciamo parte, del nostro sistema sociale, dei nostri valori.
Ci scordiamo Cicerone. Della nostra cultura, della nostra realtà. O peggio, non conosciamo la prima e non riusciamo ad apprezzare la seconda. In questo, sì, siamo globalizzati in un mondo di realtà virtuale dove l’informazione è autoreferenziale, dove la connessione crea incomunicabilità.
E’ una riflessione che vale anche al contrario, per gli altri. Gli asiatici, infatti, specie in Thailandia, giustificano ineguaglianze, colpi di stato, restrizioni e violazioni dei diritti umani affermando che i loro paesi non sono pronti per la democrazia, che per loro non si possono ancora applicare i valori dell’occidente. Al tempo stesso, però, contestano quegli stessi valori in funzione di una pretesa superiorità morale che deriverebbe proprio dal mantenere immutati i propri valori.
Invece è proprio nei beni definiti “immateriali” - quali la governance, l’innovazione, the rule of law, il welfare, la cultura della libertà di pensiero - che l’Europa può riaffermare il suo ruolo, definire un modello culturale. A condizione che ne abbia coscienza e capacità di affermarlo.
Come Cicerone.
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Le illusioni della povertà

Donne sedute sui talloni, avvolte in sari colorati. Una posizione d’eleganza congenita che molte donne occidentali tentano invano di assumere.
In Bangladesh è una delle cause del prolasso della cervice. Dopo il matrimonio precoce, le numerose gravidanze, il lavoro nei campi.
Siedono così sul ponte della “Rongdhonu”, nave che Greenpeace ha ceduto a Friendship, organizzazione che ha per obiettivo l’assistenza medica nelle zone più povere e isolate di uno dei paesi più poveri e isolati del mondo. Una di queste, la più povera e isolata, è nel Golfo del Bengala, là dove il Gange e il Brahmaputra si congiungono in un immenso delta di paludi e basse terre. Ciclicamente devastato da cicloni e sommerso dai flussi di marea. Un mondo d’acqua dove non si trova acqua potabile.
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Alcune di quelle donne sono fortunate: vengono operate da un team di dottoresse venute dagli Stati Uniti. Altre meno. Come quella che forse ha il cancro – non lo sa con certezza, forse lo scoprirà morendo. Non appare sconvolta. Là dove la più comune malattia può rivelarsi fatale, il cancro è una malattia come le altre. Continuo a osservarla mentre torna a terra a bordo di una nouka, una malconcia barca da pesca, che fa la spola tra la riva e la nave ospedale col suo carico di donne in sari. Poco a poco, con la lontananza, appare quasi una scena dipinta da Gauguin. In posti come questo la prospettiva, la distanza, non sono più un punto di vista, creano un paradosso illusorio.
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La miseria crea la bellezza e la pura bellezza è fatta dalla miseria. Come la donna che trascina una rete camminando nel fiume. Non senti il peso della rete e il fango sul fondo, lo sforzo che giorno dopo giorno provoca il cedimento degli organi pelvici. Vedi solo un colore che si riflette nella corrente.
Sul ponte del Rongdhonu, invece, sei vicino: senti gli stessi odori, lo stesso calore, vedi le donne che attendono la visita, quelle ricondotte in barella sul ponte dopo l’operazione: addormentate, sono deposte su una branda da altre donne perché gli uomini, secondo i precetti dell’Islam, non possono toccarle. La convalescenza avverrà qui, riparate da un tendone, per due o tre giorni. Sotto una branda, la sacca del catetere è accanto a una pentola di dahl, la zuppa di lenticchie.
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E’ l’ennesimo paradosso: sono state operate da un team d’altissimo livello ma poi, in un passaggio spazio-temporale che forse ricorderanno come un sogno, sono ricondotte alla loro condizione umana naturale.
Accade lo stesso, all’inverso, per le dottoresse e le infermiere americane. Passano da una sala operatoria che, pur con molti limiti, risponde agli standard occidentali, a una corsia sul ponte di una nave che ogni giorno di più somiglia a una vecchia carretta. Ma non hanno tempo di percepire il contrasto. Queste donne sono la dimostrazione che l’impatto tra culture può generare energia positiva.
I miraggi scompaiono con la notte. E’ un momento di quiete. Si vedono le stelle, anche perché non ci sono luci a terra a offuscarle. L’aria rinfresca. Sul ponte si ricrea l’atmosfera di un villaggio: le pazienti sono accudite dai parenti, c’è chi mangia e chi si stende sul ponte sopra una stuoia tenendo accanto i bambini più piccoli. I pochi uomini presenti chiacchierano tra loro a bassa voce.
Sul ponte superiore, ai lati della plancia, il comandante e qualche marinaio pregano rivolti a ovest. Il motorista mi porta un tè scuro e zuccheratissimo, ricambio con una sigaretta. Racconta che più a sud, tra le foreste di mangrovie di Sundarbans ci sono i pirati. Poco prima, scendendo la corrente, c’è Bani Shanta, una lingua di fango e capanne, dove vivono un centinaio di prostitute. Pirati e puttane dipendono dal traffico nel delta: cargo che trasportano merci che non valgono l’assicurazione ed equipaggi che hanno valore solo per le puttane.
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«Però è bello qui» conclude il motorista gettando l’ultima delle mie sigarette nel fiume.
E’ bello davvero, ma la quiete della notte dura poco. Due ore più tardi è squarciata da un temporale. Il vento rischia di strappare il telone che copre le brande delle donne operate. Bisogna levarlo, ma la pioggia è torrenziale. Le donne devono essere trasportate all’interno, al coperto e con loro tutte le famiglie che le assistono. Si ammassano in ogni spazio disponibile. Il calore accumulato dalle lamiere durante il giorno ristagna. I ventilatori cercano di disperderlo, poi si fermano: il generatore di bordo non regge lo sforzo.
Non è un ciclone, nemmeno una delle tempeste che scandiscono la stagione dei monsoni. E’ solo un temporale, ma ti fa comprendere l’impatto del clima dove si manifesta con più violenza, dove c’è solo un telone o il tetto di una baracca a proteggerti, mentre il terreno si trasforma in palude. Le grandi calamità naturali fanno decine di migliaia di morti in breve tempo, ma questo clima uccide comunque, lentamente. Ti distrugge giorno dopo giorno, per le malattie o l’impossibilità di restituire un prestito – magari destinato a una coltivazione di gamberetti sparita con una piena.
A bordo del Rongdhonu ritrovo un articolo messo da parte in previsione di questo viaggio e poi dimenticato. S’intitola Poor Choices. Che non significa scelte povere, bensì scelte sbagliate. E’ la recensione-riflessione su alcuni saggi che analizzano le radici della povertà estrema, la condizione di un miliardo di persone che vivono con poco più di un dollaro il giorno. Ma anche l’inadeguatezza del nostro modo di affrontare il problema. “La povertà presenta una sfida sia morale sia intellettuale” leggo. E mentre scrivo mi rendo conto, che la seconda è la più difficile da affrontare. Bisogna superare barriere concettuali e culturali ormai divenute quasi una legge morale. Come il sostegno a certe Ong locali utilizzate per entrare in politica. O l’adesione mistica al sistema del microcredito. Basterebbe ascoltare Shushuma, una donna di sessant’anni che ha chiesto un prestito di 10.000 taka (circa 95 euro) alla Grameen Bank al 18% d’interesse. Li ha dati al figlio, per quella coltivazione di gamberetti.
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