Aspettando Merton

“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Per la verità, non conosco neppure me stesso”…
E’ l’incipit di una preghiera di
Thomas Merton, monaco trappista, mistico, tra i primi a cercare una forma di comunione con il buddhismo. Morì durante un viaggio in Asia, a Bangkok, in occasione di un convegno inter-religioso sul monachesimo.
Andando sulle vie dell’Asia, spesso, si ricerca un nuovo Merton, qualcuno che ne incarni lo spirito.
Al simposio
Simposio Buddista-Cristiano che si è svolto nel centro di meditazione del Wat Phrathat Sri Chomthong Voravihar, un monastero di un villaggio vicino a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, Merton non c’era.
C’era una folla di personaggi che ragionava e discuteva su “Dharma, compassione e Agape nel mondo contemporaneo (ossia sulla legge buddhista nel suo senso più ampio, sui diversi modi di interpretare e vivere la compassione e sullo spirito cristiano di comunione fraterna).
C’era una monaca cinese della scuola buddhista cha’n – la versione originaria e pura del giapponese Zen, come ha fatto notare con rigorosa dolcezza - che sottolineava la sottile differenza tra la compassine cristiana quale forma d’amore e quella buddhista come empatia.
Un vecchio buddhista thai che raccontava la vita di Gesù come una favola del villaggio, chiedendosi quanto dovesse aver sofferto per le maldicenze sul conto di sua madre (inevitabili dato il misetro della Sua nascita)
Un monaco Zen giapponese che illustrava i principi del governo etico prendendo a modello la dinastia Tokugawa, gli shogun che governarono il Giappone dal Seicento all’Ottocento, ipotizzando la possibilità della dittatura illuminata.
Un professore di economia italiano che dichiarava la felicità quale essenziale elemento da inserire nei programmi di sviluppo economico.
Un monaco cinese che analizzava la crisi finanziaria dal punto di vista del
Sutra del Loto, come fosse l’ennesima, implicita, dimostrazione della sofferenza insita nella vita
Una monaca cattolica compresa in uno stato di profonda
meditazione vipassana.
C’erano uomini e donne del
movimento cristiano dei Focolari, tra gli organizzatori del convegno, che ripetevano, come mantra: “lo scopo finale è che tutti siano uno”, “l’uniformità non è unicità”, “dare all’altro la possibilità di essere altro”
C’era un frate che commentava: “In Asia siamo lontani dall’idea di Dio, ma è forte l’idea della Morale”.
Alla fine, forse, c’era anche Merton. Almeno secondo le infinite, possibili interpretazioni del Sutra del Loto, secondo un’estensione mistica del
Principio di Indeterminazione. Forse c’era, insomma, ma passava dall’uno all’altro dei personaggi. Cercando ancora la Via.

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Buone e cattive. Non solo ragazze

Sul sito-blog Bangkok Diaries è stato pubblicato un lungo post - che ha innescato un interessante dibattito - sul comportamento sessuale delle donne thai. E’ un vero e proprio micro-saggio di antropologia della surmodernità, come fenomeno connesso allo sviluppo delle società complesse e alla sempre più diffusa globalizzazione.
In quanto tale va ben oltre le generalizzazioni e gli stereotipi ormai sovrabbondanti e retorici sul sesso in Thailandia, che nell’immaginario erotico occidentale appare popolata da poche “brave” ragazze e una miriade di “cattive” . Queste ultime ineluttabilmente corrotte dalla presenza dei farang, gli stranieri. In questo caso, invece, il fenomeno è analizzato oltre il manicheismo, nella sua complessità, nelle similitudini, nei contrasti e nelle interconnessioni tra cultura orientale (e buddhista) e quella occidentale. Senza giudizi morali e sociali.
Unica, vera pecca del post: è anonimo. Confermando, anche in questo caso, il tabù per cui di questo argomento non è lecito scrivere (parlarne è inevitabile, data la malsana curiosità di qualunque maschio occidentale cui si nomini la Thailandia).
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Il grafico del post: esempio di supermoderna complessità.
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Dio mio, come sono caduto in basso

“Putrefazione selvaggia, bagni di sudore, uomini alla deriva… Bangkok è tutto questo più sbuffi di basilico rancido e marijuana fredda che sembra espellere da narici invisibili…Ci si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna. A pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta”.
Dio mio come sono caduto in basso.
Almeno così pare, leggendo Bangkok, il romanzo-reportage di John Osborne, canonizzato come uno dei maggiori travel-writer contemporanei, novello Greene o Malraux. Ma se osservo il Chao Phraya, il fiume che scorre sotto le mie finestre, non lo vedo “scorrere limaccioso e violento”. Salvo che la violenza non sia quella delle onde dei battelli turistici.
Dio che drammatizzazione.
Bangkok può anche essere quella descritta da Osborne, in bello stile e con parecchie confusioni, ma lo è solo per i più pervicaci cacciatori di colore locale, né si può definire con quegli aggettivi, quegli stereotipi, quegli effluvi citati in queste prime righe e tratti dalle sue prime pagine.
Io posso anche essere caduto ma non ho gettato la spugna né sono alla deriva. Casomai nuoto controcorrente.
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Quando le anime si sollevano

Nel giugno 2003 ho realizzato un reportage ad Haiti, alla vigilia delle celebrazioni per i duecento anni della “prima repubblica nera al mondo”. Ne pubblico qui alcuni stralci. Da allora non ci sono più tornato e non so quanto il paese possa essere cambiato, ma il terremoto che ha devastato il paese induce a una riflessione: ancora una volta scopriamo gli orrori solo quando divengono un’Apocalisse. In compenso il 15 gennaio, alla televisione italiana ho ascoltato un vecchio cantante divenuto opinionista totale parlare commosso del terremoto. Se ho ben capito ricordava quando visitò quel paese, sulle orme di Marlon Brando, chiedendosi che fine avessero fatto i suoi amici. Fortunatamente per loro dovrebbero stare tutti bene. A Tahiti.

«Se uno non muore, può solo credere nei miracoli» sussurra un vecchio dal sorriso sdentato che incontro nella missione salesiana di Cité Soleil, l’agghiacciante bidonville di Port-au-Prince, che galleggia su una palude di rifiuti, attraversata da fogne a cielo aperto in cui scorrono rigagnoli le cui esalazioni si mescolano alla polvere della strada, rendendo l’aria gialla e densa, bollita dal calore.
Ammesso di non morire di fame, Aids, o una qualunque delle malattie endemiche che stanno decimando la popolazione di Haiti, ci vuole davvero un miracolo per sopravvivere nel paese più povero dell’emisfero occidentale, dove due terzi dei sette milioni d’abitanti hanno un reddito inferiore ai 25 dollari il mese (contro i 67 della confinante Repubblica Dominicana). Un paese dominato da bande armate battezzate “Chimere” come il mostro mitologico, che hanno annunciato la volontà di «tagliare le teste e bruciare le case dei bianchi». Un paese dove migliaia di bambini sono venduti come restavek (parola creola che deriva dal francese rester avec, restare con), piccoli schiavi che restano con chi li ha comprati, specie nella vicina Repubblica Dominicana.
Le maledizioni di Haiti sono queste. E superano in orrore ogni possibile fantasia evocata dal vudù, col suo immaginario di stregoni, zombi, possessioni e feticci trafitti da spilloni.

«Haiti ti induce a guardare in te. Per questo non vedo l’ora di andarmene» dice un funzionario della cooperazione. Riflessione che mi ricorda una citazione di Nietzsche: “Se fissi a lungo lo sguardo nell’abisso, anche l’abisso affonda lo sguardo in te”.
«Haiti ha istituzionalizzato la criminalità, viviamo una situazione colombiana, ma molto più sfasciata» dice Mauro Miedico, giovane, entusiasta avvocato italiano della Missione Civile Internazionale ad Haiti organizzata dall’ONU e dall’OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani.

«La magia nera è azdé, condannata» assicura padre Bruno Gilli, missionario comboniano, etnologo e antropologo, uno dei massimi esperti in materia. Purtroppo, però, è divenuta il mezzo principale della lotta politica.

Tutto ciò è conseguenza di un paradossale percorso storico che ha trasformato la prima repubblica nera del mondo in “una caricatura del potere nero”. L’indipendenza di Haiti venne dichiarata il 31 dicembre 1803 dal generale Dessalines, figlio di schiavi. Che nell’ottobre dell’anno seguente si autoproclamò imperatore. Da allora questa storia si è sempre ripetuta, sino all’apoteosi del 1963, quando Francois “Papa Doc” Duvalier si fa nominare “presidente a vita”, si dichiara incarnazione del Baron Samedi, spirito tutelare degli Inferi e dei morti, instaura una tirannide di terrore magico e incorpora tra i ranghi dei Tontons Macoute, la sua polizia segreta, molti stregoni vudù. Alla sua morte, nel 1971, il potere passa al figlio, Jean Claude “Baby Doc” Duvalier, deposto nel febbraio dell’86. Negli anni seguenti si susseguono golpe, massacri, dittature. Concluse con l’intervento nordamericano del ‘94 a sostegno del presidente Jean-Bertrand Aristide, prete dei quartieri poveri. Nel febbraio del 2001, Aristide si è autoproclamato presidente, è titolare di conti per un totale di oltre 800 milioni di dollari e vanta capacità magiche. «Assicura di poter sfuggire agli attentati trasformandosi in coniglio» dice un haitiano.

In un magnifico libro dello storico Madison Smarrt Bell la rivoluzione del 1803 è definita Quando le anime si sollevano. Il fatto è che, da allora, non hanno più trovato pace.
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Il tempo dell'ancora

Uno scrittore, come un marinaio
Segue il tempo dell’ancora.
Quando il marinaio cala l’ancora
È la fine del viaggio
Ma per lo scrittore
È l’inizio di un’avventura.

Fine anno, ma il tempo dell’ancora non sembra ancora arrivato.
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Piani Alti

Un espatriato occidentale a Bangkok si è ucciso buttandosi dal 38° piano del Q House building in Sathorn Road. La polizia ha trovato una scala che dev’essergli servita per scavalcare il parapetto e qualche mozzicone di sigaretta vicino. Dal balcone al 31° piano del Baan Chao Phaya fumo una sigaretta, guardo il fiume e le luci della città. Mi godo lo spettacolo e il momento. Piani diversi. P1040150
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Buddha salvi il Re

La notte del cinque dicembre il cielo di Bangkok si è acceso dei rossi e dei gialli dei fuochi d’artificio che chiudevano le manifestazioni per l’ottantaduesimo compleanno di Sua Maestà Bhumibol Adulyadej, nono monarca della dinastia Chakri di Thailandia, il sovrano più a lungo regnante del pianeta.
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Durante tutta la giornata la città è fiorita del rosa di magliette, camicie, e anche di hijab, i veli delle donne di fede islamica: secondo gli astrologi reali il rosa è di buon auspicio per il re.
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Nei quartieri storici di Bangkok decine di migliaia di persone si sono radunate per celebrare ill Kwam Suk Kong Khon Thai Tai Saeng Phra Baramee, la “Felicità sotto la Benevolenza di Sua Maestà il Re”.
E ancora una volta da parte di molti osservatori stranieri (e qualcuno thai) è stata sottolineata “l’anomalia” della monarchia Thailandese in cui la figura costituzionale si fonde con quella del Dhammaraja, un re che amministra ciò che è proprietà del dio. Il giornalista Thanong Khanthong ha scritto che Sua Maestà “conduce il suo popolo sulla via di Suvarnabhumi, la Terra d’Oro che accoglierà il Buddha futuro”. Una sacralità di ruolo che giustifica una legge di “lesa Maestà” tra le più severe al mondo, sia per le pene, sia per l’ampiezza della sua possibile interpretazione e applicazione.
Secondo la filosofia occidentale tutto ciò è una violazione del concetto stesso di libertà. Secondo la prospettiva di molti thai, è una dimostrazione di libertà. Libertà di avere un monarca che è parte essenziale della loro cultura, che con tutti i suoi rituali rappresenta la loro Sovranità. Insomma: la libertà di crederci. Quello che si può dire è che i thai, a differenza di altri, non cercano di esportare alcun modello, né si permettono di giudicare gli altri.
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E la pillola va giù

Il sequestro di metamfetamine in quindici paesi del Sud-est asiatico è passato dai 25 milioni di pillole del 2007 ai 31 dello scorso anno. E’ uno dei dati del rapporto presentato a Bangkok dall’United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) sulla situazione riguardante gli stimolanti tipo amfetamine e altre droghe in Asia orientale e Sud-est asiatico.
Non è una buona notizia: significa che la disponibilità di metamfetamine in quest’area, dove vive il 28% della popolazione planetaria, sta crescendo in modo proporzionale al suo tasso di sviluppo, uno dei più alti al mondo. Grazie alle nuove infrastrutture i trafficanti possono espandere più facilmente il mercato, e la criminalità organizzata intende stabilire in questa zona la propria base operativa.
Altra notizia inquietante è la crescente diffusione delle metamfetamine in cristalli, molto più potente. Poiché assunta anche per iniezione, può provocare un ulteriore incremento anche dell’Aids.
Non ci si limita ad avvelenare i consumatori attuali. Gli impianti di raffinazione sempre più grandi sparsi nell’area stanno provocando danni ambientali che potranno avere conseguenze sulle generazioni future. La Next Asia rischia di essere popolata da zombi.

Per scaricare il rapporto completo clicca qui.

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The Next Kong

La prossima Hong Kong, quella dei tempi d’oro, zona franca per ogni traffico, dovrebbe rivivere a Koh Kong, in Cambogia, un villaggio sul golfo del Siam, poco oltre il confine thai. E’ una promessa dell’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato nel 2006, condannato per corruzione, fuggitivo tra Dubai, Nicaragua, Sud Africa e Cambogia. Dove è stato nominato consigliere economico dal suo “eterno e fraterno amico” Hun Sen, ex khmer rosso, da oltre vent’anni primo ministro cambogiano. Thaksin, dicono, frequentava Koh Kong quando era ancora in gloria e aveva intrecciato rapporti d’affari con il boss locale Ly Yongphat, senatore dal partito al governo in Cambogia, nonché sospettato di essere uno degli Asian Godfathers che occultamente controllano l’Oriente. Per ora l’unico indizio di quelle connessioni e del futuro di Koh Kong è il resort-casinò stile sino-impero-tropicale costruito da Ly Yongphat cento metri prima del confine con la Thailandia.
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L’ingresso del Koh Kong Resort & Casino, dominato
dalla statua del generale Kuan, dio cinese della guerra e degli affari.


Ma oltre quella specie di castello coronato da decine di statue di divinità greche si apre il nulla. La promessa zona economica speciale di Koh Kong è una landa deserta circondata da un muro già in rovina. Il villaggio di Koh Kong, sulla riva del fiume Kaoh Pao (sovrastato da un chilometrico ponte finanziato dall’onnipresente Ly), è poco più di un agglomerato di baracche sull’acqua – queste sì, versione in scala ridotta della Hong Kong anni ’50. Per ora Koh Kong serve soprattutto a costruire la futura Singapore, con la terra estratta dal fondo del suo fiume che decine di chiatte continuano a trasportare nella città-stato e i cui marinai sono i migliori clienti delle prostitute locali.
Koh Kong diventa così una metafora di quella Next Asia descritta da Stephen Roach, economista e presidente della Morgan Stanley Asia: la promessa, o la minaccia, del Secolo Asiatico che potrebbe essere ancora lontana dall’avverarsi. La Next Asia, infatti, è qualcosa che molti analisti sembrano dare per scontato osservando solo le mille luci di Shanghai, Hong Kong, Kuala Lumpur o Singapore. Senza vedere ciò che c’è oltre, le zone oscure che coprono il continente a macchia di leopardo.
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Same Same

In Thailandia c’è un’espressione diffusa per indicare le somiglianze con piccole differenze (o viceversa): “same same but different”. Si può applicare a molte delle caratteristiche thai e italiane. Oggi ne ho scoperta una nuova: la corruzione. Dalla Thailandia ci separano solo 21 posti (su 180) nell’annuale classifica - la Corruption Perceptions Index - stilata da Transparency International. L’Italia è al 63° e la Thailandia all’84° posto. Entrambe scese in classifica dallo scorso anno: rispettivamente dal 55° e dall’80°.
Se continua così prima o poi saremo solo same same, senza different (per adesso, come si nota nella carta, ci separa una sottile sfumatura di blu).

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L'Ombra del Guerriero

Sak Yant è il tatuaggio magico thailandese e khmer. Sak significa tatuaggio, Yant deriva da Yantra, termine sanscrito che indica i simboli utilizzati come supporto nella concentrazione o per favorire la meditazione. Lo Sak Yant è composto da segni e disegni che rappresentano preghiere buddhiste, formule magiche, divinità e demoni tutelari. Da centinaia d’anni i guerrieri del sud-est asiatico affidano il proprio corpo alla protezione degli Sak Yat che lo ricoprono. Un tempo li chiamavano Taharn Phee, soldati fantasma, come se i tatuaggi li rendessero invisibili ai colpi dei nemici.
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Un Pad Ti, Sak Yant che offre protezione da tutte le direzioni.
Ancor oggi i soldati thai e khmer si affidano alla magia del Sak Yant. Come fanno i Nak Muay, i combattenti della tradizionale e violenta Muay Thai, l'arte marziale thai. E come fanno le ragazze dei bordelli, che prediligono il disegno Jingiok, della lucertola, simbolo di attrazione per gli altri e "compassione" (nel senso di comprensione, partecipazione, assenza di giudizio) da parte degli altri.
Il tatuaggio che forse esprime meglio l'antico spirito del Sak Yant è disegnato con l'olio. «Non si vede che c'è, ma tu lo sai e gli Spiriti lo vedono» dice un vecchio monaco del Wat Bang Phra, un tempio famoso per i suoi riti magici e i suoi Ajarn, i maestri, tatuatori. Il Sak Yant invisibile è un simbolo potente del concetto di doppio, di ombra, di quello che per i giapponesi è il kagemusha. Induce a meditare sul senso dell'identità. E' anche uno spunto di riflessione per un mondo in cui il tatuaggio è divenuto una moda e un modo di apparire anziché essere. Senza sofferenza. Al contrario del Sak Yant.
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Un monaco pratica il Sak Yant nel Wat Bang Phra, divenuto famoso per gli incantesimi del vecchio abate Luang Pho Pern.
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Roulette Cambogiana

«Vai in Cambogia?». Per il funzionario del ministero degli Esteri Thailandese è scontato che in questo momento la meta di un giornalista residente a Bangkok sia la Cambogia. Il che non rassicura circa l’evolversi dell’ennesima crisi tra i due paesi.
E’ iniziata a fine ottobre, durante il Summit dell’
Asean, l’organizzazione dei paesi del sud-est asiatico, quando il primo ministro cambogiano Hun Sen disse che aveva intenzione di dare asilo all’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra e nominarlo suo consigliere economico.
Thaksin, deposto da un colpo di stato nel 2006, da allora vive in esilio spostandosi tra Sud America, Dubai, Sud Africa (dove sembra si dedichi al commercio dei diamanti) e Cambogia. Nel frattempo un tribunale thai lo ha condannato a due anni per abuso di potere e corruzione. Secondo il suo “fraterno amico” Hun Sen, è vittima di una persecuzione paragonabile a quella subita dalla leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi, che ha trascorso gli ultimi vent’anni agli arresti.
Nonostante le proteste del governo thai, che ha giudicato la dichiarazione di Hun Sen come un’interferenza nei suoi affari interni, il premier cambogiano ha mantenuto il suo impegno e la settimana scorsa, con decreto firmato dal re di Cambogia Norodom Sihamoni, ha nominato Thaksin consigliere economico. Pochi giorni dopo il “fuggitivo”, come lo definiscono in Thailandia, è arrivato a Phnom Penh accolto con tutti gli onori. «Può aiutare la Cambogia a diventare ricca come la Thailandia» ha dichiarato Hun Sen. Speranza che Thaksin ha cominciato ad alimentare lo scorso anno, quando ha presentato un piano per trasformare in una “seconda Hong Kong” la provincia marittima cambogiana di Koh Kong.
Puramente formale, quindi, l’immediata richiesta di arresti ed estradizione di Thaksin rivolta al governo cambogiano da parte del procuratore generale thailandese.
Nel frattempo i due paesi hanno richiamato i rispettivi ambasciatori e la Thailandia ha cancellato il memorandum d’intesa con la Cambogia circa le zone di “sovrapposizione” ai loro confini. Come se tutto ciò non bastasse Thaksin ha rilasciato un’
intervista al Times in cui, sia pure in modo vago, sembra auspicare una riforma della monarchia thai, istituzione considerata sacra, tanto più in un momento estremamente delicato per le condizioni di salute del venerato monarca, Bhumibol Adulyadej.
Insomma, nonostante le sue dichiarazioni, secondo cui non avrebbe mai agito contro gli interessi, del suo paese, Thaksin si è trasformato nel detonatore di una crisi che potrebbe sfociare anche in un conflitto. In cui la Thailandia ha tutto da perdere.
Secondo alcuni osservatori, qualora la crisi dovesse peggiorare, un piccolo, povero paese come la Cambogia, che tutti ancora ricordano per gli orrori subiti durante il periodo dei kmer rossi (di cui Hun Sen fu tra i primi protagonisti), susciterebbe molta più simpatia della Thailandia. Senza contare che Thaksin potrebbe davvero apparire come un perseguitato.
Hun Sen, invece, non ha nulla da perdere. Anzi, la crisi sta già canalizzando il nazionalismo khmer nella direzione che vuole lui: contro i thailandesi. In questo modo riesce a distrarlo dalla crescente insofferenza verso vietnamiti, che hanno invaso il paese nel 1979, hanno prescelto Hun Sen come primo ministro nel 1985 e in modo più o meno occulto continuano a controllare il governo.
In questa prospettiva, c’è da chiedersi se gli Stati Uniti sosterranno la causa cambogiana in appoggio i vietnamiti (che si stanno dimostrando i migliori alleati nell’area) sacrificando il loro stoico alleato thai, mentre i cinesi si schiereranno con i thai in funzione antivietnamita e antiamericana sacrificando Thaksin che era consideravano un partner affidabile, sangue del loro sangue. E’ l’ennesima mano di un gioco cominciato trent’anni fa. A carte rimescolate.

Articolo pubblicato su
Il Foglio Online del 12 novembre

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Il Nome di Dio

In un racconto di fantascienza di Artur C. Clarke, i Nomi di Dio sono nove miliardi. E quando saranno stati tutti scritti (con parole di non più di nove lettere), l’umanità avrà esaurito il suo compito e ci sarà la fine del mondo. Possiamo stare tranquilli: tra quei nove miliardi di nomi ce n’è uno che non potrebbe essere scritto per definire Dio, a meno che non lo facesse un musulmano: Allah. Tra fantascienza e fantareligione è quanto sostiene il governo Malaysiano che ha vietato la distribuzione di diecimila Bibbie in cui il nome di Allah era usato per indicare il Dio cristiano. Il governo, espressione della maggioranza malay-musulmana che controlla il paese, ha affermato che la parola Allah è islamica e il suo uso nella Bibbia potrebbe offendere i musulmani. La Christian Federation of Malaysia, invece, sostiene che le popolazioni di lingua araba hanno usato quel Nome per riferirsi a Dio prima della fondazione dell’Islam.
"A Dio appartengono i nomi più belli: invocatelo con quelli" è scritto nel Corano (VII, 180). sarebbe davvero bello se a tutti fosse concesso di usare il nome per loro più bello. Anche a rischio della fine del mondo.
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Jim Thompson Mistery Trail

Il giorno di Pasqua del 1967 Jim Thompson s’incamminò lungo un sentiero delle Cameron Highlands, in Malesia. E sparì in quelle foreste di montagna. Misteriosa scomparsa che lo consacrò definitivamente tra le leggende dell’Asia contemporanea.
Affermato architetto americano, durante la seconda guerra mondiale Thompson aveva fatto parte dell’
OSS, l’Office of Strategic Services, il servizio segreto che sarebbe poi divenuto la CIA. La sua ultima missione doveva compiersi in Thailandia, ma la guerra si concluse mentre era in viaggio per Bangkok, dove assunse l’incarico di capo della stazione OSS. Dopo un breve soggiorno in patria, tornò in Thailandia. Secondo alcuni continuando a svolgere la sua attività di agente. Qualunque fosse la sua identità segreta, in pochi anni Thompson diede vita alla moderna industria della seta thai. Nel frattempo si costruì una splendida casa nel centro di Bangkok, arricchita da una collezione d’arte asiatica raccolta nei suoi viaggi nell’area.
All’epoca della sua scomparsa, dopo i lunghi anni dell’Emergency, la guerriglia comunista, le Cameron Highlands erano appena tornate a essere una località di villeggiatura come durante il periodo coloniale. Thompson era stato invitato da amici di Singapore che avevano là una residenza.
Oggi le foreste delle Cameron Highlands stanno sparendo tra coltivazioni di tè e fragole, residence, alberghi per la borghesia malese e thai che viene qui a prendere il fresco. Restano ancora alcuni tratti integri, come quello dove è stato tracciato il
Jim Thompson Mistery Trail, una passeggiata di circa due ore per osservare piante e fiori.
Dopo Jim Thompson è sparito il senso della sparizione, del mistero.

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“Se vuoi vedere la tomba di Jim Thompson vai a Honolulu” mi ha scritto un amico.
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Amori, altopiani e macchine parlanti

Impossibile resistere a un titolo tanto bello: quello del romanzo di Gianni Morelli. Che mantiene il fascino di questa promessa in una trama di viaggi, avventure, ricordi e bassifondi.

Perché Butch Cassidy and the Sundance Kid? Leggete il libro.
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