I Bassifondi dell'Anima

A una decina di chilometri da Chiang Mai, la seconda città della Thailandia, nel nord, è stato appena aperto il primo monastero benedettino del paese. Ci vivono cinque monaci, tutti vietnamiti. Leggo la notizia sul sito AsiaNews. L’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere precisa che è “un primo, concreto gesto di ‘nuova evangelizzazione’, nel senso che è messa al primo posto non tanto un’opera educativa o di sostegno sociale, quanto ciò che rappresenta il fondamento anche della religione buddista, ossia la vita monastica e contemplativa”.
E’ l’ennesimo caso di sincronicità: eventi connessi senza un rapporto di causa-effetto: “coincidenze significative” le definiva Jung. Sto lavorando a un racconto su un “monaco della foresta” birmano. Che a sua volta segue l’incontro con un altro monaco thailandese. Sembra proprio che la storia continui a Chiang Mai.
Cerco subito di contattare il monastero. E’ meno facile di quel che pensi, ma alla fine ci riesco e pochi giorni dopo sono là. Si trova in una zona nota come Villa Farang, dove i farang, gli stranieri, che hanno sposato una thai costruiscono le loro villette. E’ sul terreno di una vecchia piantagione di manghi, banani, fichi, che ancora fanno da sfondo, danno ombra e frutti. Della piantagione è rimasto anche un piccolo stagno popolato da pesci gatto, due serre che ospitano il pollaio e un capannone che serviva da alloggio e cucina per i contadini ed è utilizzato come cucina e mensa. «Così gli odori di cibo restano qua» spiega padre Nicolà, l’unico dei quattro monaci che parla un po’ d’inglese.
Il monastero vero e proprio è un edificio bianco appena costruito. Ci sono dieci celle per i monaci, otto stanze di foresteria, locali di servizio, una sala riunione e una cappella. Alloggio vicino alla cappella, in una stanza luminosa, confortevole, con un bagno privato con water e doccia. Dalla finestra vedo il filare di altissimi bambù che circonda il convento come una cortina verde.
I monaci sono gentili, sorridenti. Secondo la Regola di San Benedetto, “Ora et Labora”, alternano momenti di preghiera e lavoro dedicandosi alla cura delle piante, alle faccende quotidiane, al pollaio.
Insomma, quel monastero è un bel posto, sereno.
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E allora perché non sto bene? Perché me ne vado dopo pochi giorni?
Non è per gli orari. La sveglia è alle quattro per la prima preghiera, ma è l’ora più fresca e poco più tardi posso dedicarmi a qualche esercizio fisico.
Non è per il cibo. Al contrario dei monaci buddhisti che si limitano al pasto di mezzogiorno, qui la giornata prevede prima colazione, pranzo e cena. Ed è tutto buono – spaghetti a parte, lo devo confessare. Probabilmente perché si prendono cura di me, vanno ogni giorno al mercato per acquistare qualcosa di speciale.
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Non è per i lunghi momenti di preghiere che scandiscono la giornata secondo la canonica liturgia delle ore. Né perché sono recitate in vietnamita. Anzi: accompagnato dalle tonalità altalenanti di quelle preghiere riesco a concentrarmi in meditazione come non mi accade spesso.
Non è per i tempi vuoti tra pasti e preghiera trascorsi in solitudine. Passeggio nei dintorni, fotografo i bambù, parlo con un geko, leggo, scrivo.
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Il fatto è che mi manca qualcosa che alimenti la mia irrequietezza. Forse mi manca proprio il disagio avvertito tra le montagne dello Shan o al confine con il Laos nei ritiri dei “monaci della foresta”. Quelle situazioni che mi danno un senso di totale estraniazione. Forse il mio è un disagio esistenziale. Tanto più quando scopro che, secondo la Regola di San Benedetto, i monaci peggiori sono quelli “detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola”.
Non comprendo il nesso tra il girovagare e il vizio. San Benedetto ha per i monaci girovaghi lo stesso disprezzo che i samurai nutrivano per i ronin, i samurai decaduti, senza più padrone. In un modo o nell’altro tutto si riconduce sempre alla contrapposizione tra principio d’autorità ed etica individuale.
Personalmente sono sempre stato affascinato dai guerrieri erranti. Come dalla loro incarnazione monastica, gli Unsui della tradizione buddhista, che passavano da un tempio all’altro cercando un Maestro. Il loro nome significa “nuvole e acqua”, rifacendosi a un poema cinese che recita: “Vagare come nuvole e scorrere come l'acqua". Senza contare che uno dei più grandi monaci erranti è proprio un mistico cristiano, il trappista Thomas Merton. Scrive in una delle Preghiere:
“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo…”.
Forse, però, la causa del mio disagio è nel ripetersi di situazioni che rischiano di farmi perdere la strada, un po’ come in questa storia.
Forse, alla fine, sto facendo troppi giri nei bassifondi dell’anima. E’ tempo di tornare in quelli veri.
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Le mappe dei sogni

«E poi ci sono le mappe dei sogni…» inizia a raccontare il Cartografo mentre costeggiamo una lunghissima, candida spiaggia di un’isola al largo della costa cambogiana.
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Il Cartografo trascorre molto tempo in un bungalow sospeso sull’acqua su pali rossi. E’ il suo ritiro. Era la sua base per disegnare le carte delle isole. Prima ancora aveva fatto lo stesso lavoro tra Tibet e Nepal.
Le mappe dei sogni. Non rappresentano luoghi fantastici, immaginari. Non sono il disegno di luoghi, come quella spiaggia, in cui si materializza l’immagine matrice dell’isola dei sogni. Non sono paragonabili alle mappe mentali degli aborigeni australiani, che ripercorrono le vie create dall’incessante cammino dei mitici progenitori nel Tjukurrpa, il Tempo del Sogno.
Secondo quel cartografo e altri sognatori come lui, sono un po’ di tutto questo. Sono mappe di luoghi reali, esistenti. Ma sono dei sogni perché rappresentano luoghi sognati, che si credevano inesistenti, leggendari, che sono state tracciate seguendo e verificando un mito, un racconto. Com’è accaduto a lui. «Mi dicevano che in un sentiero himalayano c’era una porta che si apriva in una valle…Quella porta c’era e si apriva in una valle». E’ così che ha disegnato la carta della Naar Phu, la valle perduta dove si entra attraverso una porta, popolata dai discendenti dei guerrieri Khampa.
Girando tra le isole e raccontandoci storie sull’Asia, reali e sognate, le mappe si materializzavano nei racconti. «Il cartografo serve a questo. A disegnare quello che c’è sotto, quello che i satelliti non riescono a vedere». La sua era una versione topografica dell’illusione tantrica di Maya, qualcosa che sta tra l’illusione e la disillusione, la percezione del mondo come un’illusione, come un sogno. E in questo sogno narrato le mappe si popolavano di spiriti. “Gli antichi cartografi scrivevano sulle regioni inesplorate: ‘Qui stanno i leoni’. Sui villaggi di pescatori e zappaterra, che sono gente così diversa da noi, possiamo scrivere una sola riga, ma indubitabile: ‘Qui stanno gli spiriti’” ha scritto William Butler Yeats in una delle sue Fiabe Irlandesi.
Dopo quel viaggio ho continuato a pensarci, come se stessi sognando una mappa composta da luoghi, ricordi, viaggi, libri, incontri. Ero “trafitto da meridiani e paralleli” come tanto tempo fa mi disse Alberto Ongaro, citando a sua volta Hugo Pratt.
Inevitabilmente m’è tornato in mente l’aforisma di Alfred Korzybski, il padre della semantica generale: “La mappa non è il territorio”. In realtà m’è rimasto impresso soprattutto perché è una battuta di Robert De Niro nel film Ronin. Il significato è evidente, ma quel giro in barca mi ha portato a pensare che la mappa può essere il territorio, soprattutto se si tratta di una mappa del sogno. E’ quasi ciò che affermava Gregory Bateson, avventuriero del pensiero: “Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L'emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni”. Non a caso Bateson è il teorico dell’ecologia delle idee, un metodo olistico, volto ad individuare le connessioni esistenti tra fenomeni come la struttura delle foglie, la grammatica di una frase, la simmetria bilaterale di un animale, la corsa agli armamenti.
Mentre mi perdevo tra queste connessioni, ho ritrovato una citazione che avevo annotato in altri tempi: “Esigua è la differenza tra la recitazione comune del rosario di primo mattino e la costruzione di una rosa dei venti sulla carta geografica. In entrambi i casi si tratta di una forma di meditazione”. Si adattava perfettamente al mio stato d’animo e credo possa valere anche per il Cartografo. E’ tratta da Il Sogno di disegnare il Mondo, un libro di James Cowan, nomadico autore australiano, che racconta la vita di Fra Mauro, monaco e cartografo del XV secolo che ha dedicato la vita a disegnare il mondo allora noto, basandosi a sua volta sui racconti di viaggiatori, marinai e mercanti.
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Nel frattempo, alle mappe dei sogni e agli antichi planisferi si erano sovrapposte quelle delle possibili rotte dell’aereo fantasma del volo MH370, Che a loro volta, almeno inizialmente, intersecavano quelle del Mar della Cina del Sud, possibile teatro di un’altra guerra mondiale o di guerre locali ad alta intensità.
Anche di questi scenari e intrighi avevo chiacchierato con il Cartografo. «I cartografi sono un po’ come le spie» aveva detto. Si riferiva ai tempi del Grande Gioco (il Torneo delle Ombre lo chiamavano i russi), quando molti degli uomini che tracciavano le carte dell’Asia erano agenti di qualche potenza imperiale. Ma forse non pensava solo a quei tempi: le grandi agenzie d’intelligence come lo U.S. Special Operations Command (USSCOM) stanno riscoprendo la necessità di integrare i dati geospaziali con rilievi sul terreno per pianificare meglio le azioni nelle Zone Oscure del Pianeta. E’ la riscoperta dell’humint, l’intelligence umana. L’intelligence, nel senso di “capacità di apprendere o comprendere cose o riuscire ad affrontare nuove e difficili situazioni”, è qualcosa che non può essere affidato a una macchina, né ai dilettanti. Il che vale per la cartografia, lo spionaggio e ogni altra attività. Ma questa è un’altra storia.
Oppure no? La cartografia, la geografia, in questo caso, divengono una metafora dei cambiamenti e degli adattamenti che l’uomo dovrebbe affrontare, rovesciando la prospettiva di Marshall McLuhan: il medium NON è il messaggio. Lo dimostra Robert D. Kaplan, capo analista di Sratfor, “prolifico viaggiatore e stratega”. “Il mondo non è piatto, la geografia (come la storia, aggiungo) non è morta”… “Il territorio e i legami di sangue che vi scorrono sono al centro di ciò che ci rende umani” ha scritto nel recente articolo Geopolitics and the New World Order. E’ in quest’ottica, ad esempio che si può comprendere e, soprattutto, si può giocare la partita nel Mar della Cina del Sud (oggetto dell’ultimo libro di Kaplan, Asia's Cauldron: The South China Sea and the End of a Stable Pacific), divenuta il vero fulcro del confronto tra civiltà orientale e occidentale.

«La terra è una mappa. Non c'è geografia senza significato e senza storia». Così mi ha detto un vecchio aborigeno Warlpiri incrociato nel Grande Centro Rosso australiano.


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C’era una volta un M16

La guerra del Vietnam è finita. Anche se i reduci sono vivi. Anche se vive nella curiosità morbosa dei turisti. E’ più che finita: è storia. Ne ho la prova: un M16, il fucile d’assalto americano che ha fatto il suo debutto proprio in Vietnam, nel 1967.
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Non è più un’arma. E’ un reperto, quasi un fossile.
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E’ incrostato di conchiglie, concrezioni marine. E’ stato ripescato sul fondo del fiume dei profumi, a Hue, antica città che fu che fu centro commerciale, capitale dell’impero vietnamita e, molti secoli dopo, teatro dell’offensiva del Tet, una delle più feroci battaglie della guerra “americana”, come la chiamano qui.
Quel fucile è un reperto come le anfore per la preparazione del nuoc mam, la salsa di pesce, le ciotole per cucinare il riso, le ancore di pietra o i pesi per le reti. Migliaia d’oggetti della collezione di Ho Tan Phan, vecchio, sorridente signore che si definisce un erudito e da quasi quarant’anni raccoglie ciò che gli portano i pescatori, gli uomini dei sampan. A prima vista la sua casa e il suo giardino appaiono come la tana di un accumulatore compulsivo. Poi ci si rende conto che è una specie di magazzino storico. Tra ceste piene di pezzi di porcellana cinese e cumuli di vasi, piccole anfore, oggetti d’uso comune, si scoprono pezzi di grande bellezza e valore, come alcune ciotole di ceramica celadon.
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Di ogni cosa ti chiedi a chi appartenesse, a quali vicende umane sia legato, come sia finito in fondo al fiume. Tanto più tenendo tra le mani quel fucile.
E’ la poesia del mistero. Fa ricordare i versi di Baudelaire:
“Come lunghi echi che da lontano si confondono
in una tenebrosa e profonda unità”.

L’eco si riverbera nella mente: la storia non finisce mai.
Una scena di Full Metal Jacket. La battaglia di Hue.
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L'essenza del dramma

«Il conflitto è l’essenza del dramma» dice Ekachai Uekrongtham, scrittore e regista thailandese. Ekachai ha ideato e dirige uno spettacolo in scena in questi giorni a Bangkok. S’intitola Muay Thai Live ed è una sequenza di scene, che narrano la storia della Muay Thai, l’arte marziale thai. E’ uno spettacolo in cui la violenza della Muay Thai si trasforma nelle acrobazie di affascinanti quadri animati, perde brutalità nei giochi di luci e suoni. Quello spettacolo è un po’ la metafora di ciò che sta accadendo in Thailandia. Del resto, come dice Ekachai: «la Muay Thai è un po’ l’essenza della thailandesità».
Violenza e brutalità esplodono a tratti nelle strade. Ma nella maggior parte dei casi si trasformano nello spettacolo delle manifestazioni. Il dramma, inteso come rappresentazione, assume tutte le sue forme canoniche: commedia, farsa, tragedia. E l’essenza del dramma, che sia teatrale o reale, resta il conflitto. Così come l’origine del conflitto è la volontà di controllo. Un termine che in Thailandia si sente ripetere sempre più spesso. Anch’esso è uno dei codici di una cultura basata sul rapporto “pee-nong” (superiore-inferiore), che a sua volta deriva dell’interazione tra il Dharma, l’ordine etico e sociale, e il kharma l’azione che determina il destino individuale. Ormai, però, il controllo sembra sfuggire alle regole codificate e gli attori sulla scena cercano di crearne uno nuovo o ripristinare l’antico. E così, mentre Muay Thai Live sta per terminare le repliche, l’altro spettacolo sembra destinato ad andare avanti ancora per molto.



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Un bel morir

Il 22 settembre scorso (un giorno dopo il mio compleanno) è morto lo scrittore colombiano Alvaro Mutis. L’ho scoperto, con dolore, solo pochi giorni fa. Dolore accentuato dalla consapevolezza della mia disattenzione, non giustificata dallo scarso rilievo dato alla notizia.

Anche nella morte Mutis diviene così uno di quei personaggi la cui storia e le cui storie si sono intrecciate alla mia vita in modo casuale, inconsapevole, spesso voluto o provocato: Ilona che arriva con la pioggia o la filosofia politica, il marinaio o il politicamente scorretto. Molti, forse troppi, i ricordi personali legati a Mutis e ai suoi protagonisti. Quante volte ho citato sue frasi facendole mie, ho ricercato o ricreato le scene delle sue avventure, ho interpretato i suoi avventurieri (specie con le donne), ne ho parlato con gli amici con cui ho condiviso il cammino.
Ora vorrei solo ricordarlo: come un Maestro, un compagno di viaggio e d’avventura. Lo faccio nel modo più semplice, assecondando una pigrizia che i suoi personaggi giustificherebbero, riprendendo una brevissima storia (poche righe, le mie) scritta molti anni fa di ritorno da un viaggio in Amazzonia, in un momento d’incertezza della mia vita. Come se ce ne fossero di certi.

Il viaggio e la riflessione in viaggio amplificano angosce, incubi, solitudine. L’ambiente dell’avventura, la natura selvaggia possono provocare attacchi di panico. E’ la sindrome Cuore di Tenebra. Il romanzo di Conrad – tutta la sua opera - la rappresenta in modo totale, come compagna esistenziale di chi segue la via dell’avventura. Ma la definizione perfetta, forse, la troviamo nella “Summa di Maqroll il Gabbiere”, antologia poetica di Alvaro Mutis, lo scrittore colombiano che ha ridato valore letterario al puro romanzo d’avventura: “Nel mezzo della selva, nella più oscura notte dei grandi alberi, circondato dall’umido silenzio sparso dalle foglie enormi del banano silvestre, il Gabbiere conobbe ma paura delle proprie miserie più segrete, il terrore di un grande vuoto in agguato dietro i suoi anni pieni di storie e paesaggi. Tutta la notte rimase il Gabbiere in una veglia dolorosa, aspettando, temendo la frana del suo essere, il suo naufragio tra le acque vorticose della demenza. Da queste ore amare d’insonnia rimase al Gabbiere una ferita segreta da cui sgorgava a volte la linfa tenue di una paura segreta e innominabile. Il frastuono dei cacatua, che attraversavano in stormo la distesa rosata dell’alba, lo restituì al mondo dei suoi simili e tornò a porre nelle sue mani i soliti attrezzi dell’uomo. Né l’amore, né la disgrazia, né la speranza, né l’ira ritornarono a essere gli stessi dopo la sua veglia terrificante nella solitudine bagnata e notturna della selva”.
La mia copia sgualcita e sporca di quel libro si apre quasi sempre alla pagina di questo brano, intitolato “Solitudine”. Lo trovo consolatorio, come se condividere i demoni, i terrori di un personaggio letterario potesse in qualche modo aiutarmi a combattere i miei. Ma io non riesco a descriverli. Nei miei taccuini di viaggio appaiono solo in appunti confusi. Ma a ricordarmi dove e quando ho vissuto le mie ore d’angoscia, trovo sempre scritto un richiamo a quella pagina di Mutis.


E adesso. Adesso non sto tornando dall’Amazzonia, sto ripartendo per non so dove, aspetto la pioggia ma forse Ilona non mi aspetta più.


Amen
Che la morte ti accolga
con tutti i tuoi sogni intatti.
Di ritorno da una furiosa adolescenza,
all'inizio delle vacanze che non ti hanno mai concesso,
la morte t’individuerà con un suo primo avviso.
Aprirà i tuoi occhi alle sue vaste acque,
t’inizierà nella sua brezza costante d'altro mondo.
La morte confonderà i tuoi sogni
e in essi riconoscerà i segni
da lei lasciati un tempo,
come un cacciatore che di ritorno
riconosce le sue tracce sull'aperto sentiero.


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Occupy Bangkok

Mi chiedo quale dea, ninfa o donna mortale rappresentino le statue di marmo a seno nudo che affiancano la scala all’entrata laterale della Thaikufah, il palazzo del governo di Bangkok. E’ un edificio costruito agli inizi del secolo scorso da due architetti italiani. Sul prato antistante la facciata in stile gotico veneziano c’è una folla festante.
Seduto su un seggiolino di plastica blu sotto quelle statue, accanto a un soldato con un garofano bianco nella cintura, penso quanto sia assurdo soffermarsi sui dettagli architettonici in un momento del genere. Tanto quanto lo è tutta questa storia.
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«Oggi tutti sono felici» dice un uomo che si qualifica come ufficiale della polizia di Bangkok. Osserva la scena con un sorriso che sembra più ironico che felice.
Pochi minuti prima sono stati rimossi i blocchi di cemento che circondavano il palazzo del governo e il quartier generale della polizia. Un fiume di manifestanti scorre tra due ali di poliziotti. Tutti sorridono, si fanno il segno del wai, giungendo le mani sul viso, fotografano e si fotografano con i telefonini.
«E domani?»
«Domani…“mai pen rai”» risponde con lo stesso sorriso, che accentua il senso di quell’espressione, “mai pen rai”, tra l’ottimista, il fatalista e il rassegnato, che significa non preoccuparti, non pensarci.
«Che cosa spero? La pace» dice un giovane ufficiale della polizia di Bangkok
«Non sarà facile»
«Appunto: è una speranza».

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Solo la sera prima c’era poco da sperare. Una donna indica il cielo di Bangkok e dice che la salvezza può giungere solo da là. Il giovane che traduce i discorsi di quella signora, dice che non c’è da farci caso. «Dobbiamo fare qualcosa noi per creare un nuovo paese. Questo può essere un modo pericoloso, ma non c’è alternativa». Denuncia corruzione, inefficienze. «La mia è una famiglia povera. Sono riuscito a studiare, a trovare un lavoro. Ma non riesco a vedere oltre» dice in un perfetto inglese.
La signora che attende la soluzione dal cielo – e va precisato che il Cielo in Thailandia molto spesso è un’espressione usata per indicare il palazzo reale – e il ragazzo che lavora come programmatore in una società di software sono due volti della protesta iniziata a fine novembre e che ai primi di dicembre si è infiammata in un’escalation sempre più violenta e pericolosa.
Mentre la signora e il giovane cercano di dimostrare in modi diversi che la democrazia è un’opinione, il cielo di Bangkok è solcato dai lacrimogeni e dai proiettili di gomma sparati dalla polizia e dai sanpietrini, le biglie d’acciaio e le molotov dei dimostranti che si fronteggiano sulle due rive di un khlong, un canale, che delimita il palazzo del governo.
Mentre gli scontri continuano cerco un po’ di tranquillità all’interno di un monastero, il Wat Somanas Rajavaravihara. Mentre scrivo sotto un albero bodhi sento colpi che non suonano come quelli dei lacrimogeni.

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Sono arrivato al palazzo del governo in compagnia di un gentile signore che afferma di essere un docente universitario di scienze politiche. Gli chiedo di spiegarmi quali possono essere gli sviluppi di questa crisi. Dice che possiamo chiacchierare mentre passeggiamo nell’area che è stata appena “liberata”. Ma prima vuole fermarsi di fronte alla statua di Rama V, il re venerato dai thailandesi per il ruolo che ebbe nel mantenere l'indipendenza del paese nel periodo in cui tutti gli altri stati asiatici divennero colonie delle potenze europee e per il contributo che diede alla modernizzazione del Siam. S’inginocchia e prega per qualche istante. «Lui ci proteggerà. Proteggerà anche te» mi dice poi. Secondo il professore siamo a una svolta. Se il primo ministro se ne va, un gruppo di saggi chiederà al re (Rama IX, Bhumipol Adulyadej) di indicare una personalità al di sopra delle parti per formare un nuovo governo. Che rimarrà in carica per qualche anno. Poi, quando il paese sarà pronto, verranno indette altre elezioni. Quando ci salutiamo il professore mi invita a passare a trovarlo. Nel suo negozio di oggetti tradizionali d’arredamento.

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Il giorno della speranza, in realtà, per alcuni è semplicemente una buona mossa tattica del governo. Per tutti, segna solo una tregua alla vigilia del compleanno del re, il 5 dicembre. L’origine della rivolta è stata la proposta del governo di un’amnistia per tutti quelli coinvolti nelle rivolte che si sono susseguite dal 2006. Amnistia che avrebbe cancellato anche le condanne (dopo un processo estremamente politicizzato) per corruzione, abuso di potere e lesa maestà dell’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato nel 2006 e rifugiato all’estero. Da allora, la Thailandia si è letteralmente divisa in due: i sostenitori di Thaksin, le cosiddette magliette rosse, i phrai, il popolo, le classi più povere, e i suoi oppositori, i gialli (dal colore della casa reale), rappresentanti dell’ammart, l’elite. Nel 2010 i rossi hanno occupato il centro di Bangkok innescando una rivolta che si è conclusa con 90 morti e un migliaio di feriti. Nelle elezioni del 2011 il partito dei rossi ha vinto le elezioni ed è stata eletta primo ministro la sorella dell’ex premier, Yingluck Shinawatra. Sembrò allora che, pur con molti vizi di forma, la Thailandia si fosse avviata alla normalizzazione. Era un’altra speranza.

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«Kanom, kanom» grida una signora in mezzo alla strada, invitando i manifestanti a servirsi dei “dolcetti” che sono lo snack preferito dei thai. La signora distribuisce anche bottiglie d’acqua e piccoli asciugamani – di quelli normalmente usati per rinfrescarsi, inumiditi e profumati – per pulirsi gli occhi irritati dai lacrimogeni. Le scene che si sono susseguite nei giorni delle manifestazioni ricordano quelle del 2010, durante la rivolta dei rossi. Ci sono i venditori ambulanti di magliette, trombette, fischietti, i carretti di cibo, le postazioni per i massaggi, i volontari di pronto soccorso. Anche la colonna sonora è uguale: un misto di discorsi propagandistici sottolineati da boati di folla e intercalati a musica popolare thai. Il tutto a volume altissimo (tanto che, questa volta, c’è stato chi ha provveduto a distribuire tappi per le orecchie). E ci sono le surreali differenze tra una parte e l’altra della città. Appena fuori la zona degli scontri la vita procede normalmente. Una sera, tornando a casa, sento improvvisamente dei colpi violenti. Penso siano passati ad armi più pesanti. Poi alzo gli occhi al cielo e vedo i fuochi d’artificio.

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Ma le differenze ci sono. Negli slogan, nei volti sulle magliette o nelle caricature. E’ cambiato solo il demone di turno, che nel 2010 era il primo ministro conservatore Abhisit Vejjajiva e oggi è Thaksin, in tutte le sue incarnazioni. E’ cambiato anche il giudizio su Berlusconi, che, dopo i calciatori è l’italiano più noto in Italia. Nel 2010 i rossi mi dicevano con orgoglio che Thaksin era come Berlusconi, ricco, amato e spiritoso. I manifestanti di oggi mi dicono che vogliono cacciare la sorella di Thaksin come noi abbiamo cacciato Berlusconi. «La Thailandia potrebbe essere un paese ricco e felice, se abbandonasse questa pulsione a una politica autodistruttiva» mi dice un amico thai. «Come italiano dovresti capirlo bene».
La differenza più profonda, tuttavia, riguarda proprio la speranza. Nel 2010 si sperava nelle elezioni. Oggi in qualcosa d’indeterminato. Suthep Thaugsuban, ex vice primo ministro nel governo Abhisit e leader del movimento d’opposizione vuole lo scioglimento del parlamento e la formazione di un consiglio di saggi per formare un “parlamento del popolo”. «Non riesco a capire che cosa voglia dire» ha dichiarato il politologo Pavin Chachavalpongpun. Probabilmente non lo capiscono bene anche i militari, che non sembrano disposti a un colpo di stato (dal 1932 ce ne sono già stati 18). Almeno non a sostegno del progetto di Suthep. Se interverranno, lo faranno quando potranno apparire come i salvatori del Regno anziché golpisti.

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«Vedi gialli qua attorno?» mi chiede un manifestante. In effetti le magliette gialle sono poche. Quasi tutti, come il mio interlocutore, ne indossano una nera. Ufficialmente in segno di lutto per la recente scomparsa del supremo patriarca buddhista. Probabilmente anche per segnare un distacco dai “gialli” in quanto rappresentanti di un’aristocrazia partecipe di un sistema che si vuole abbattere. Il nero, però, non si richiama al colore dell’estrema destra occidentale. Appare più intonato a quello del movimento di protesta internazionale Occupy, tanto che su molte magliette è raffigurata la maschera di Guy Fawkes, l’eroe di V per Vendetta (accanto al volto di Suthep). I gialli ci sono, indubbiamente, ma ormai rappresentano solo una delle anime del movimento d’opposizione. La maggior parte sono studenti, giovani che hanno twittato ogni istante delle manifestazioni, che vogliono cancellare un sistema corrotto e inefficiente (anche in questo caso si possono trovare molte analogie con l’Italia). Sostenitori di un’ideologia anticapitalista e non-consumista, di quell’economia sostenibile predicata da Sua Maestà Rama IX. Sulla loro linea i nascenti gruppi della cosiddetta “società civile”. Ci sono poi i supporter del Partito Democratico (analogo a quello italiano solo per la sua incapacità di vincere le elezioni), rappresentante della borghesia thai. Tutti disposti a barattare la democrazia con un regime di uomini onesti. E ancora: gli ultraconservatori realisti e gruppi d’integralisti buddhisti che invocano una purezza nazionalreligiosa che si contrappone alle contaminazioni animiste dei contadini dell’Isan, la regione più povera della Thailandia, spesso d’origine lao o cambogiana.
In un modo o nell’altro la Thailandia, che è stato il primo paese asiatico a sperimentare la modernizzazione (proprio durante il regno di Rama V), sembra divenuto punto di scontro tra i cosiddetti valori universali elaborati dalla filosofia politica occidentale e i valori asiatici teorizzati da Lee Kuan Yew, il demiurgo della città-stato di Singapore. Un conflitto che potrebbe facilmente contagiare i paesi vicini come il Myanmar, la Cambogia, il Laos, dissuadendoli dal procedere sulla via delle riforme politiche.
«Molti sono feccia» aggiunge un espatriato riferendosi ai manifestanti d’ogni colore che con le loro proteste danneggiano gli affari.

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«Temo che questa situazione possa far scivolare la Thailandia verso una guerra civile a bassa intensità» ha dichiarato Paul Chambers, ricercatore capo dell’Istituto di Studi sul sud-est asiatico dell’università di Chiang Mai. Il pericolo è reale proprio perché la divisione thailandese diviene sempre più profonda in termini culturali e sociali. C’è chi l’ha definita un “conflitto filosofico”. Intanto i rossi, che in questi giorni hanno un tenuto un profilo basso, sono pronti alla mobilitazione, chiamando a raccolta tutte le nuove leve formate nelle scuole di partito aperte in molti dei villaggi del nord e del nord-est.
Benedict Anderson, un esperto di sud-est asiatico alla Cornell University, ha citato Antonio Gramsci: “Quando il vecchio rifiuta di morire e il nuovo combatte per nascere appaiono i mostri”.

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Ho passato il tempo riordinando idee e appunti sotto il palazzo del governo. Molti manifestanti cominciano ad andar via. Mi avvio anch’io. Una ragazza raccoglie le bottiglie di plastica disseminate sulla strada che ieri sera era un campo di battaglia. Se ne sono consumate migliaia per bere e per pulirsi gli occhi dai lacrimogeni. Lei le venderà per qualche centesimo al chilo.

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Se una notte d'inverno un viaggiatore...

...“Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto…”. Così inizia il primo degli incipit dei racconti che compongono il romanzo di Italo Calvino. Un libro sui casi, le coincidenze, le connessioni mentali…
Ne parlo a Singapore con Yeng Pway Ngon, scrittore, poeta, pittore, libraio, intellettuale, libero pensatore dalla vita difficile. In Italia è appena uscito il suo ultimo libro, L’Atelier.
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Un romanzo di storie incrociate, “sull’amore, sull’arte. La vita” dice Yeng. Non ricorda Calvino, ma, come lui, anche Yeng sembra voler risalire il corso del tempo per cancellare le conseguenze di certi avvenimenti e restaurare una condizione iniziale.
E così la storia raccontata e la vita stessa di Yeng divengono metafore di Singapore, su quel filo di rasoio che separa l’Utopia dalla Distopia. Un tema che è stato al centro del recente Writers Festival.
«Il sistema si è stabilizzato» dice Yeng. Il che significa che il controllo può essere allentato, anche culturalmente. Il problema, secondo questo autore che si definisce “esistenzialista” è che se ciò accade è perché il sistema ha ormai raggiunto il suo scopo: l’assimilazione mentale a un modello di pensiero prestabilito. I singaporean, ormai, sono definitivamente “kiasu”: “temono la perdita”. E non è la libertà in gioco. «Una volta i libri di Mao erano proibiti. Adesso si possono vendere, ma nessuno li compera» dice.
Mentre parliamo s’infervora, passa da un inglese stentato al cantonese (subito tradotto dalla sempre sorridente Goh Beng Choo, sua moglie da 36 anni). Quello che lo irrita è il conformismo culturale determinato dalla perdita di cultura. A cominciare proprio dalla lingua. Il cinese, il suo cinese (scrive in mandarino intercalato a vari dialetti) è ormai una lingua “economica”. Si parla ma non si sa scrivere, non si conoscono i caratteri. Conveniamo che l’analfabetismo di ritorno è un problema globale. Anzi è la vera conseguenza di una globalizzazione di valori e idee. Stiamo diventando tutti un po’ kiasu.
«Ci vuole coraggio. Coraggio morale» dice Yeng.
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Se una notte d’inverno – e, ricordiamolo, per Singapore adesso è inverno – il mondo è cambiato, appaiono altre visioni che sembrano contraddire la denuncia di Yeng. Sono quelle di “If The World Changed” tema-titolo della Biennale d’Arte. Nei musei, nelle università nelle gallerie della città-stato sono allestite mostre collettive e personali di autori del sud-est asiatico. L’idea è di definire la regione come un corridoio fluido d’idee. Personalmente è l’occasione di scoprire anche alcuni Maestri che non conoscevo, come Wu Guanzhong, uno dei più grandi pittori cinesi contemporanei, o Hong Zhu An.
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Il confronto con alcuni giovani sperimentatori è impietoso. Come sempre, in occasioni del genere, sembra materializzarsi la caverna di Platone in cui molti non riescono a distinguere le ombre dalla realtà, l’opinione autoindotta dalla conoscenza. Ma proprio quest’idea della Caverna, di una conoscenza fluida e sfumata ha generato alcune delle opere-installazioni più interessanti. Come l’installazione digitale interattiva del teamLab giapponese o le immagini digitali del vietnamita Nguyen Trinh Thi, che presenta scene “viventi” di donne e uomini di Hanoi.







Se una notte d’inverno - ed è inverno anche in Thailandia - osservi Bangkok, “il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio”. Perché il viaggiatore è passato dalla utopia-distropia di Singapore, al caos di una metropoli che proprio in questo ha il suo fascino.
Come nel libro di Calvino le storie s’intersecano. Quello che sta accadendo a Bangkok, le ennesime manifestazioni antigovernative - anche se adesso è al governo il partito di chi manifestava e manifesta chi era al governo – che potrebbero portare all’ennesimo colpo di stato, è qualcosa che riconduce al dialogo con Yeng Pway Ngon su controllo e democrazia. Solo che qui il sistema non si è stabilizzato, è divenuto disfunzionale: un controllo senza democrazia o una democrazia incontrollabile.
In quest’intreccio di paradossi e ossimori, l’opposizione, che condanna la “tirannia della maggioranza” e sottintende una filosofia politica di democrazia limitata o illuminata (un po’ quella materializzata a Singapore) e sembra auspicare un colpo di stato militare, ha preso come simbolo, uno dei tanti nella kermesse delle manifestazioni thai, la maschera di V per Vendetta, l’eroe che si oppone a una società totalitaria e militarizzata.

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Sono tentato di farla mia, quella maschera. V per Viaggiatore.
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Spie, spettri e storie

E’ morto Gérard de Villiers, “L’autore di romanzi di spionaggio che sapeva troppo”. E’ un personaggio che, in un modo o nell’altro, è stato un mio compagno di strada in molte parti del mondo. A lui, e a un altro vecchio amico, dedico una breve storia che può trovar spazio solo QUI, nei Bassifondi.
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Il vero lato oscuro

Volevo scrivere una storia su “La follia di Almayer”. Il libro di Conrad e il quadro di René Magritte. Mi stavo perdendo tra tutte le connessioni e le coincidenze “culturali” che sembravano ricondurre alle disillusioni della vita. Poi ho lasciato perdere. Mi sembrava forzato: il narcisismo delle tenebre. Ho messo da parte il tutto per un altro momento.
Poi mi è arrivato un comunicato che mi ha fatto capire che il vero errore, spesso, è riferire tutto a noi stessi. Osservare il dito che la indica e non la luna. Le vere tenebre sono i crimini nascosti attorno a noi. La materia oscura.
Quel comunicato segnalava il Global Slavery Index 2013. Prodotto dalla Walk Free Foundation (WFF) analizza la situazione globale della schiavitù. Intesa come schiavitù vera e propria, lavoro forzato, traffico di esseri umani e pratiche quali la costrizione indotta dall’usura, i matrimoni forzati, lo sfruttamento di uomini e bambini.
Nel mondo ci sono trenta milioni di persone in queste condizioni. La maggior parte concentrati in Africa e Asia. Il più alto numero nei due paesi che dovrebbero rappresentare il futuro del pianeta: India e Cina.
Il quadro di Magritte diviene davvero un simbolo.
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Per scaricare il rapporto clicca
qui.

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La Storia di Essere Tempo

Il gatto di casa si chiama Schrödinger. E’ lui la chiave di tutto. Nel senso che tutto può essere, al tempo stesso, sia essere sia non-essere. Il nome del gatto richiama il paradosso del fisico Erwin Schrödinger, uno di quegli esperimenti mentali tanto affascinanti quanto poco comprensibili indotti dalla meccanica quantistica.
Schrödinger è un personaggio di Una storia per l’essere tempo, ultimo romanzo di Ruth Ozeki.
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“Un Essere Tempo è qualcuno che vive nel tempo. Il che significa tu e io e chiunque di noi è, era oppure sarà”, chiarisce nelle prime righe la scrittrice e monaca zen. E anche questa può apparire un’affermazione quantica: il tempo può essere sperimentato solo come un insieme di relazioni interdipendenti. Tesi sostenuta circa ottocento anni fa da Dogen Zenji (1200-1253) uno dei maggiori pensatori del Giappone e dei più grandi maestri di buddhismo zen, nel suo saggio Essere tempo. Maestro che ha ispirato la stessa Ozeki, come lei ha dichiarato in un’intervista.
Visto così, il libro può apparire l’ennesima storia post-new-age. In realtà – non a caso era tra i finalisti del prestigioso Man Booker Prize 2013 – è un romanzo complesso, che intreccia mistery e meditazione, storia e cronaca, diversi livelli spazio-temporali.
A mio giudizio è splendido.
A parte il mio giudizio, si presta a diverse considerazioni. Sullo scrivere come “forma di preghiera”. «Non stai pregando un Dio, ma stai evocando qualcuno che ti ascolti» ha detto la Ozeki, paragonando lo scrittore a chi “sente le voci”. «C’è sempre stato chi sente delle voci. A volte sono chiamati sciamani. Altre pazzi. E certe volte romanzieri».
Schrödinger, il fisico e il gatto, il monaco, lo sciamano, lo scrittore e tutti i personaggi di questo romanzo, a loro volta, dimostrano come sia possibile scrivere un romanzo filosofico. Il che è stato ed è messo in dubbio da molti. Secondo una visione molto occidentale e limitata, infatti, appartengono a due mondi diversi, richiedono modi di pensare e scrivere diversi.
“Una storia per l’essere tempo”, quindi, è l’ennesima opera delle Avventure della verità, quelle che compongono il racconto del millenario corpo a corpo tra arte e filosofia.
Il racconto, il “rècit” su Les Aventures de la vérité, è ancora in mostra alla Fondazione Maeght di Saint Paul-de Vence. Curata da Bernard-Henri Lévy, materializza, come ha scritto il filosofo-avventuriero, “il progetto un po’ folle di raccontare assieme, incrociandole, la storia della filosofia e quella della pittura”. Ciò che dice della pittura, infatti, si può ben applicare alla letteratura: «Credo davvero che la sua prima vocazione, il primo ruolo, è pensare, e farci pensare, il mondo».
34_1_huang_yong_ping_caverne2009-50 “Caverne de Platon”, di Huang Yong Ping, da “Les Aventures de la Vérité”
Tutto ciò non può essere facile, come oggi vogliono farci credere i profeti del pensiero incolto. E ancora una volta la chiave di tutto è il gatto di Schrödinger. Bisogna scegliere se vivere dentro una scatola restando per sempre intrappolati nel paradosso oppure aprire la scatola. Per cominciare apriamo la borsetta di Hello Kitty che contiene la storia di essere tempo.

A Tale for the Time Being by Ruth Ozeki -- Official Book Trailer from Viking Books on Vimeo.

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