Il tempo degli stupidi

«Ci vorranno milioni di vite prima che gli stupidi rinascano intelligenti» mi ha detto un vecchio monaco della foresta.
«Non ho tanto tempo» gli ho risposto.
«Smettila di pensare al tempo».
Quella notte, in una specie di kuti, di cella monacale che quel vecchio ha costruito accanto al suo, ho continuato a pensare. Al tempo e agli stupidi. Il tempo che trascorre e che sembra essere divenuto il tempo degli stupidi.
Ho concluso che aveva ragione il vecchio monaco: lasciar trascorrere il tempo senza pensarci. E senza preoccuparmi degli stupidi (il che si sta rivelando più difficile).
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Ho cominciato un racconto, forse un libro, sui monaci della foresta. Il che spiega, almeno in parte, la lunga assenza dai Bassifondi.
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Te piace ‘o presepe ?

Probabilmente molte delle cose che ho ascoltato e annotato durante uno spettacolo dell’Opera cinese messo in scena in un vicolo di Bangkok sono inesatte. Così le scrivo.
E’ l’ennesimo caso di Lost in Translation, come nel film, in cui un lunghissimo discorso in giapponese è tradotto in poche parole inglesi. Tanto più che in questo caso s’intrecciavano inglese, thai, cinese mandarino e teochew, ossia un dialetto della regione orientale della provincia cinese del Guandong. «Cinese molto tradizionale» dice il ragazzo che mi fa da interprete. In effetti molti linguisti lo considerano uno dei dialetti più simili al cinese arcaico. Dialetto che è poi divenuto la lingua della cosiddetta diaspora Teochew, circa dieci milioni di persone che si sono disperse in tutto il sud est asiatico e nel resto del mondo.
«Destino» dice il ragazzo per spiegare quel fenomeno che ha portato suo nonno dal sud della Cina a Bangkok. Quel ragazzo, però, non conosce il teochew. Parla il thai, e, molto saggiamente, ha imparato l’inglese e il mandarino, la lingua ufficiale usata della Repubblica Popolare Cinese. E’ stato chiamato dalla signora Phrasit, la direttrice della compagnia di giro –che si esibisce un po’ in tutta Bangkok, un po’ in Thailandia e anche all’estero, ossia in Malesia – che è divenuta oggetto di un reportage fotografico in progress di Andrea Pistolesi (sue tutte le foto). Quel ragazzo, insomma, dovrebbe mettermi in grado di capire di che cosa si tratta e quindi di scrivere un testo.

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Il problema è che la signora Phrasit, prima di parlare, deve tradurre mentalmente dal cinese al thai. Quindi cerca di esprimere l’idea al ragazzo che traduce il tutto in inglese. Ecco perché, ad esempio, non si riesce a capire bene il nome del gruppo che lei dirige. Suona più o meno così: “Questo gruppo dell’opera cinese è arrivato e buona fortuna a tutti”. Dopo averlo tradotto, il ragazzo mi guarda perplesso e sorride. «Lo so: suona strano» dice.
Ancor più difficile capire il titolo dell’opera rappresentata. La signora Phrasit ci pensa su parecchio. E alla fine si arrende: «Non so come dire il titolo. E’ una storia nuova. E’ la storia di una persona onesta». A questo punto è necessario precisare che la signora ci ha spiegato che le storie che rappresentano sono “storie dell’immaginazione”, nel senso che ogni anno qualcuno ne scrive due o tre nuove, mettendo assieme elementi tradizionali e storici e fatti di vita quotidiana. La sceneggiatura, in genere, è scritta da un autore “venuto dalla Cina” che fa anche da regista, consulente per la recitazione e da insegnante agli attori che non parlano cinese. Già, perché, a complicare le cose c’è il fatto che alcuni attori sono “puri cinesi”, altri sono “puri thai”. Questi ultimi, per imparare la parte, ne ascoltano una registrazione e la mandano a memoria.
In questo senso, paradossalmente, lo spettacolo dell’Opera cinese, trova a Bangkok la sua realizzazione tradizionale. Si diceva infatti che “Un minuto sul palcoscenico richiede dieci anni di pratica dietro la scena”. Non ci metteranno tanto a prepararsi, ma l’atmosfera nel backstage è quella che doveva essere agli albori di questa forma di spettacolo, quasi duemila anni fa. Le scene dietro la scena sono uno spettacolo nello spettacolo che riproduce il copione dei commedianti della commedia dell’arte, della tragicommedia greca o dell’opera indiana in sanscrito. Con l’aggiunta di elementi che creano un’immagine postmoderna.

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C’è chi mangia una zuppa, chi chiacchiera al cellulare, ragazzini che giocano, un’attrice che culla un neonato, una ragazza dalle spalle tatuate che corteggia un attore dal volto a strisce. Gli attori si truccano su bauletti da make-up artist e ripassano la parte. Alcuni ce l’hanno su tablet. Altri sono connessi in rete per chattare sui social media.
La compagnia è composta da una trentina di persone: è la loro occupazione principale. Tra tutti guadagnano circa trentamila bath a serata (circa 90 euro), suddivisi in parti «più o meno uguali», come dice la signora Phrasit. Lavorano su commissione dei comitati di quartiere, di associazioni (i clan diffusi nei paesi con una forte comunità cinese), di privati che vogliono così dimostrare il proprio senso di gratitudine, benevolenza, appartenenza alla comunità stessa. E la Thailandia è uno dei paesi del sud-est asiatico dove la presenza cinese è più forte e dove l’opera cinese è più popolare che nella stessa Cina.
«Di compagnie del nostro livello ce ne sono una ventina nella sola Bangkok» dice la Signora Phrasit, con evidente orgoglio sia per la sua compagnia, sia per l’attaccamento della comunità sino-thai alle tradizioni.
In effetti, mentre giravamo nella zona della stazione di Hua Lamphong per trovare la location dello spettacolo (“vicino a un tempio vicino alla stazione” era l’indicazione), ne abbiamo trovata un’altra e solo dopo un po’ abbiamo capito che non era quella che cercavamo. Fortunatamente uno degli attori era il fratello della stessa Signora Phrasit. «Comincia tutto come un affare di famiglia. Poi ci si allarga, ci si divide» ci dirà poi.
Dopo un po’ di tempo nel backstage, mi sposto dall’altra parte del vicolo, di fronte al palco, dove sono state allineate seggiole di plastica. Gli spettatori non sono molti. Soprattutto donne, per lo più anziane. Alcune chiacchierano tra di loro. «C’è chi commenta lo spettacolo e chi fa pettegolezzi» dice il ragazzo.
Seguire lo spettacolo si rivela ancor più difficile che capire le spiegazioni della signora Phrasit. Gli attori si esprimono con una sorta d’acuti suoni metallici accompagnati da gong, erhu (il “violino” cinese a due corde), liuto e altri strumenti tradizionali. Sul palco ci sono due donne, una delle quali interpreta un personaggio maschile. Chiedo se ciò abbia un qualche significato. «Ai thai piace vedere le donne vestite da uomo» risponde.
Alla fine rinuncio a capire e chiedere. Ci sarà tempo per documentarmi su colori, suoni, gesti, sul trucco che rende i volti simili a maschere. Nell’opera cinese ogni minimo elemento è un simbolo collegato ad arcane filosofie e religioni. E penso che ormai solo pochi specialisti siano davvero in grado di decodificarli. Tutti gli altri si limitano a guardare, ascoltare, chiacchierare.
In compenso cerco di capire come il mio interprete, un sino-thai di seconda generazione, viva il rapporto con le sue tradizioni, se avverta un’identità predominante. La risposta è sempre la stessa: «Entrambi». Nel senso che si sente sia cinese sia thai. Segue i riti cinesi e quelli thai. Non trova contraddizione tra il buddhismo cinese (Mahayana) e quello Thai (Theravada). Nemmeno sul business: certo la Cina è divenuta la seconda potenza mondiale, molti pensano di tornarci, in una sorta di ricorso storico. Ma lui pensa di essere nella situazione migliore per gestire gli affari tra Thailandia e Repubblica Popolare (senza contare i paesi limitrofi).
Restiamo un po’ in silenzio a guardare lo spettacolo. Ma mi sembra annoiato.
«Non capisco quello che dicono» ripete.
Gli chiedo se comunque non sia affascinato da tutta la messa in scena, se non la senta come parte della sua eredità culturale, se non gl’interessi.
«E’ uno spettacolo per vecchi».
«Non ti piace proprio?» chiedo più volte.
«Non mi piace».
E improvvisamente quella scena nel vicolo diventa una scena di Natale in casa Casa Cupiello la commedia di Edoardo De Filippo. Famosa anche per il tormentone “Te piace ‘o presepe ?”, la domanda che il protagonista, Luca Cupiello, ripete più volte al figlio Nennillo.
«Te piace ‘o presepe?».
«A me non mi piace. Ma guardate un poco, mi deve piacere per forza?”.
E ancora, mostrando la cascata del Presepe: «Te piace?»
«No!».
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Il cammino del Serpente

Il 10 febbraio è iniziato l’anno del Serpente. Secondo l’astrologia cinese è simbolo di speranza, intelligenza, saggezza e autodisciplina. Tutto lascerebbe sperare per il meglio, quindi.
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Ma non è solo uno dei dodici animali dello zodiaco a influenzare il futuro. Anche i cinque elementi base - metallo, legno, acqua, fuoco e terra - nel loro periodico alternarsi contribuiscono a determinare il futuro (o il presente, dipende dal momento in cui lo si osserva). E quest’anno è dominato dalla combinazione di due elementi, acqua e fuoco, in conflitto tra loro. Il che potrebbe avere spiacevoli conseguenze, sia nella vita privato, sia a livello di relazioni internazionali.
I rischi internazionali, specie nel teatro dell’Asia Orientale, sono ben sintetizzati negli articoli di Francesco Sisci o dell’ex diplomatico indiano M K Bhadrakumar dall’evocativo titolo North Korea nukes the Year of the Snake. O in questo video del sito d’intelligence Stratfor. Vere o false che siano, le storie e i significati dello zodiaco cinese inducono alla riflessione.

In questo caso, però, più che su eleganti analisi geopolitiche, il serpente è soprattutto un detonatore di dubbi individuali. Non a caso nella tradizione giudaico-cristiana il serpente è l’incarnazione del dubbio nella forma di tentazione alla ricerca. Non a caso Carl Gustav Jung vi trovò immagini per il suo inconscio collettivo.
Solo che in Occidente il Dubbio troppo spesso si riduce a una dicotomia giusto-sbagliato, buono-cattivo e quindi si esorcizza nella forma del pentimento, del buon proposito. Cosa che accade soprattutto in occasione del Capodanno.
Ma qui e ora siamo in Oriente e qui il dubbio non si disinnesca nell’ipotesi di una risposta, in una scelta. Qui si autoalimenta. E’ come il serpente raccolto su se stesso, il simbolo della Kundalini, l’energia quiescente in ogni individuo, come il cerchio del Tao che rappresenta l’interdipendenza dello yin e dello yang, le due polarità attraverso cui si manifesta la realtà, perché uno non esiste senza l’altro, o meglio: ognuno si definisce attraverso l’altro. Qui il dubbio crea ulteriori dubbi. Tanto più nell’anno del Serpente, animale che cambia pelle e t’induce a riflettere sulle tue prossime metamorfosi.
“Il cammino del serpente nell’erba, solo il serpente lo capisce”. E’ una citazione di non so chi o dove, ma che mi ha sempre affascinato.
Personalmente non ho ancora capito che animale sono (non mi riferisco, ovviamente al segno zodiacale cinese, nel qual caso è il bufalo). Figurarsi se riesco a capire dove sono e che cammino sto seguendo.



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Bandiere Ombra

«Di che bandiera è la sua nave?» chiede l’ispettore della International Transport Workers’ Federation. E’ un indiano, si occupa dei marinai imbarcati sulle navi che battono bandiere ombra, Flags of Convenience.
«Panama?» risponde incerto il capitano filippino.
«M’è sembrato fosse cinese» dice l’ispettore.
Il capitano si sporge dall’oblò della sala mensa dove siamo riuniti e guarda fuori.
«Sì è cinese» ammette con una risatina.
«No. La società armatrice è cinese, di Taiwan. La bandiera è di Hong Kong» lo corregge l’ispettore.
«Che cosa trasportate?» chiede l’ispettore.
«Tante cose, non lo so di preciso» risponde il capitano allargando le braccia.
«Nessuno si lamenta. E’ tutto ok» dice il capitano quando l’ispettore gli chiede di vedere i contratti dei marinai.
«Nessuno si lamenta. Niente è ok» ribatte l’ispettore.
Sono frammenti di una conversazione che sembra una partita di poker in cui tutti tentano qualche patetico bluff a bordo di una nave ancorata nel porto di Bangkok. Non uno di quei battelli fantasma che ormai s’incrociano solo in qualche remoto approdo asiatico. Questo è un cargo di 11.000 tonnellate di stazza lorda, costruito in Giappone nel 2007. Percorre ininterrottamente la stessa rotta tra Taiwan, Saigon, Bangkok.
Nel frattempo il capitano ha chiamato il suo armatore, un certo Mr. Chu. E l’ispettore il suo ufficio di Delhi. E mentre s’intrecciavano queste inutili conversazioni, qualche marinaio filippino s’affacciava nella saletta con aria indifferente per capire cosa succedeva.
«Nessuno si lamenta» ripeteva il capitano. «Dobbiamo mantenere le nostre famiglie».
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Ricomincia su Bassifondi una storia di navi, marinai, porti, traffici…
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Il Cerchio

Il vuoto, la forza, l’eleganza, l’universo, l’assoluto, l’infinito spazio-temporale, l’estetica. Sono alcuni significati dell’Enso, un simbolo, non un carattere: il cerchio della tradizione Zen. E’ anche il soggetto centrale della pittura Zen: il momento in cui si dà libero impulso alla creazione, “l’espressione dell’istante”. Solo così si riesce a dipingerlo con un unico, fluido colpo di pennello.
L’Enso mi attrae. Lo penso come un catalizzatore di Storie, un portale che dà accesso a un mondo in cui il caos sembra comporsi in un ordine elegante.
Tempo fa, in una galleria di Singapore, ne ammirai uno, dipinto da Fabienne Verdier, sola occidentale che possa rivendicare il titolo di calligrafa.
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Mesi dopo la incontrai nella sua casa-studio nella campagna a nord di Parigi. Stava preparando una serie di quadri per la Cattedrale di Bruges: dodici dipinti che raffigurano l’Enso, che le sono venuti in mente osservando un dettaglio di un quadro di Van Eyck. Passeggiando nel giardino dove brucia le tele che “non hanno vita”, in compagnia di un gatto con un occhio solo, mi ha parlato del senso dell’ascesi dell’Enso. Mi ha spiegato che la ripetizione dell’Enso era come rappresentare una sonorità in modo differente per creare un’armonia.
Sono ripartito con alcuni suoi libri e la riproduzione di un Enso che ho portato a Bangkok. Non è perfetto. “E’ una metafora della nostra umanità” ha detto Fabienne. Come quelli di molti artisti della tradizione Zen, non è un cerchio completo, bensì aperto, a significare che non è un entità a se stante, ma si connette a qualcosa di più grande. L’ho appoggiato su un leggio della libreria dove raccolgo amuleti, un modellino di barca indonesiana, quattro piccoli Buddha dai colori pastello. Fanno da contorno ai libri di frequente consultazione, così che, ad ogni ricerca, sono indotto a riconnettermi con tutto ciò che rappresentano.
Qualche tempo dopo, mentre mi documentavo per l’ennesimo articolo su Bangkok, ho trovato tra le pagine di un libro un ritaglio su Jukkoo Wong, tatuatore famoso nel mondo dello spettacolo thailandese. Jukkoo è figlio di Jimmy Wong, che s’era fatto un nome tatuando i militari americani in licenza a Bangkok durante la guerra del Vietnam. Avevo già incontrato Jukkoo in un’altra occasione. E’ un personaggio bizzarro, con una sottile vena di follia. Pensai che fosse perfetto nella galleria di situazioni che dovevamo presentare in quell’articolo su Bangkok.
Così, con il fotografo che lavorava con me a quel servizio, andammo a trovare Jukkoo. E improvvisamente ci trovammo coinvolti in una commedia dell’assurdo diretta da Jukkoo che ci vedeva vittime, spettatori e protagonisti. Com’era già accaduto la prima volta che l’avevo incontrato, gli chiesi se potesse tatuarmi il kanji che aveva sul polso. Non ne conoscevo il significato ma ero affascinato dal tratto, dalle sfumature. Jukkoo rispose come la volta precedente: non poteva, quel tatuaggio era solo suo ed era stato fatto da un altro. Questa volta, però, mi propose un’alternativa. Mi fece vedere il disegno di un Enso. Era incredibilmente simile a quello di Fabienne. Sembrava impossibile fosse stato tracciato con un ago da tatuaggio.
Spesso, quasi sempre per la verità, non sono un uomo dalle decisioni rapide. Sento il bisogno di ragionare, metabolizzare. Sono vittima consapevole del Dubbio. Ma in quel caso no. Era come se quell’Enso esercitasse una forza d’attrazione cui non riuscivo a sottrarmi.
Mentre Jukkoo lo disegnava sull’avambraccio sinistro facendo scivolare l’ago come fosse un pennello, come se scomponesse il pennello nelle sottili strisce lasciate da ogni singola setola, pensavo a tutte le coincidenze che mi avevano condotto in quel piccolo studio di tatuaggi in una via di Pratunam, uno dei quartieri più animati di Bangkok. Pensai pure che mancavano pochi giorni dalla fine dell’anno e che quel tatuaggio poteva segnare l’ennesimo rito di passaggio della mia vita. L’ingresso a un nuovo mondo, modo di essere.
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Sono tornato in Italia poco tempo dopo. Nella mia città, Ancona, ho trovato l’inverno sul mare, scene che ogni volta mi ricordano La prima notte di quiete. Una malinconia perfetta per raccogliere i pensieri.
Osservando il mio Enso, che, come aveva detto Jukkoo, si definiva sulla pelle giorno dopo giorno, quel cerchio diventava un mezzo per vedere il mondo nella sua “doppia esposizione”, la sua superficie e la sua profondità. E’ un’idea, questa, che mi è venuta riguardando un libro sui Keiji Nishitani, un filosofo giapponese del primo Novecento.
Quel testo l’avevo cercato nella libreria della casa di Ancona - riordinata dopo un ennesimo trasloco - perché volevo trovare idee, concetti con cui alimentare l’Enso che ho sull’avambraccio affinché lui, a sua volta, riuscisse a metabolizzare il tutto suggerendo una storia. Ritrovai così altri testi, soprattutto di haiku, e una raccolta di Matsuo Basho, che ancora una volta m’incantò coi suoi versi. “Viaggiatore voglio essere chiamato, ora che cade il primo scroscio di stagione” scrisse poco prima di morire. Un mantra per esorcizzare la mia paura.
Nel frattempo ho scaricato la versione elettronica dell’ultimo libro di Nicolai Linin, Storie sulla pelle, racconti sulla tradizione dei tatuaggi dei “criminali onesti” siberiani. Le sue storie e i suoi tatuaggi sembrano molto lontani dall’assoluta semplicità dell’Enso. Ricordano più l’idea del Sak Yant, il tatuaggio magico thailandese. Ma innescano l’ennesima coincidenza: Linin racconta che il protagonista delle sue storie voleva modernizzare il tradizionale tatuaggio siberiano. Che è ciò che sta facendo Jukkoo col Sak Yant. Sarebbe interessante un’analisi comparata. E sarebbe uno spettacolo l’incontro dei due personaggi.
Per il momento, non vedo l’ora di mostrare a Fabienne il mio tatuaggio. Tra poco sarà a Singapore per presentare le sue nuove opere nella galleria dove è cominciata questa storia. Ma il cerchio non si chiuderà così.
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Prendi Ancona, ad esempio

«Ancona non cambia, ma ci si vive bene». Ancona diviene una metafora dell’Europa.
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“Vedutina” di Ancona

Scritta da un anconetano, sia pure residente all’estero, la seconda affermazione può sembrare campanilistica. Ma è giustificata dalla prima, detta da un altro anconetano residente all’estero. Quest’ultimo è un personaggio di spessore: il dottor Giovanni Capannelli, consigliere speciale del direttore dell’Asian Development Bank Institute, un think-tank, un centro studi sulle economie asiatiche.
Quei due anconetani espatriati si sono incontrati, in uno di quei giochi di coincidenze che dimostrano la Teoria dei piccoli mondi, al Business & Investment Summit che si è svolto a Phnom Penh in parallelo al Summit dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico.
Il summit economico, in un certo senso, si è rivelato più interessante di quello politico. Soprattutto perché ha permesso di comprendere e analizzare i megatrend che stanno spostando a est il centro del mondo.
Nell’intervista che mi ha concesso dopo il suo intervento, Capannelli li ha definiti “inesorabili”, delineando quindi uno scenario di estrema complessità che a tratti risultava difficile da comprendere. Mentre parlava, cercando di seguire le sue analisi, non ho potuto fare a meno di notare un accento marchigiano, e lui ha puntualizzato, come fa la maggior parte degli anconetani: «di Ancona». E’ stato allora che Ancona è divenuta una metafora di ciò che rappresenta l’Europa nello scenario globale, asiatico, in particolare. Per quanto il vecchio continente sia in un momento di stasi evolutiva, può ancora definire un modello culturale. A condizione che se ne abbia coscienza e capacità di affermarlo. Grazie a quell’esempio, quindi, è stato molto più semplice capire le dinamiche e le possibilità del futuro prossimo venturo. Che, alla fine, grazie ad Ancona, non appare così cupo.
E poi bisogna anche ammettere che l’Italia al Summit Asean era ben rappresentata da un anconetano. Che non ero io. Ma con me eravamo in due.
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Avere e non avere

Sapete com’è la mattina presto a Bangkok, con i venditori di zuppe che servono la colazione? Bene, attraversai il fiume, poi presi un mototaxi che mi portò a Silom road, una delle strade principali della città. Smontai a un incrocio di fronte a un portale dal tetto a pagoda su un lungo muro grigio. Oltre quella porta c’era una baracca e una tettoia arredata con un letto, una cucina, un televisore, un ventilatore. Un vecchio fumava accanto al ventilatore. Sul letto una donna guardava la tv allattando un bambino. Sorrisero tutti salutando.
Dopo quella casa-cortile si apre un largo spiazzo disseminato di tombe. E’ un vecchio cimitero cinese abbandonato. Dicono che le salme siano state traslate altrove. Ma le tombe, per quanto coperte da erbacce e qualche sacchetto di rifiuti e dalle lapidi scrostate, non sembra siano state aperte. Di fronte a qualcuna ci sono ancora residui d’offerte, fiori o frutti appena secchi o marciti, come se li avessero deposti non troppo tempo fa.
Un albero di ficus ombreggia le ultime tombe e con le radici aeree che piovono da rami forma una specie di sipario. Oltre quella cortina vegetale c’è una costruzione in rete metallica e lamiera. E’ il Fighting Spirit Gym, una palestra dove s’insegna e pratica la Muay Thai, la tradizionale arte marziale thai.
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E’ un posto pulito, illuminato bene, fresco perché aperto, popolato da animali: sette cani, gatti, uno scoiattolo, un pappagallo, due iguane. Trovi sempre un cane accucciato sul ring o il pappagallo appollaiato da qualche parte. Gli istruttori sono tutti ex professionisti, qualcuno combatte ancora. Si divertono molto osservando i tentativi dei farang, gli stranieri come me, di mettere potenza in un calcio. Ma sono gentili. «Non male per un uomo anziano». Stranamente non hanno paura dei phi, gli spiriti o i fantasmi, che potrebbero infestare quel posto. «Qui c’è buona energia» dice l’australiano che ha aperto la palestra, un personaggio che sembra uscito da un film d’azione, coperto da tatuaggi che contrastano con il sorriso tranquillo.
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Ecco, questo è un frammento di una mattina a Bangkok. Sarebbe piaciuta a Hemingway, cui sono debitore di citazioni sparse in queste righe. Soprattutto di avermi fatto ripensare ad Avere e non avere.

Tornato a casa, appena finito di sudare, ripresi a scrivere una delle tante storie che osservo e scrivo per qualche giornale. Spesso senza sapere quale, né se saranno pubblicate. Lo faccio lo stesso: in fondo possono sempre finire nei Bassifondi. E poi non so fare altro, nemmeno tirar bene dei calci.
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La corsa della Storia e della Pace

Venerdì 12 ottobre alle 11 ora dell’Europa Centrale, 16.30 ora birmana, sarà annunciato il vincitore del Nobel per la pace.
Tra i candidati compare anche Thein Sein, presidente della Repubblica dell’Unione del Myanmar (nome ufficiale della Birmania): per Kristian Berg Harpviken, direttore del Peace Research Institute of Oslo (Prio), un centro di studi indipendente, Thein Sein è uno dei cinque favoriti tra le 231 nomination valide prese in esame dal Norvegian Nobel Committee.
Nelle parole del fondatore del premio, Alfred Nobel, quello per la pace deve essere assegnato a chi “abbia fatto il massimo o il meglio per la fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per l’organizzazione e la promozione di accordi di pace”.
In questo senso, per Harpviken, Thein Sein è papabile: perché “sta dirigendo un processo di pace che sta gradualmente evolvendo nel paese. La costruzione delle pace è al centro del mandato del Nobel, e molti premi sono stati assegnati sia ai mediatori sia ai rappresentanti principali delle parti in conflitto”.
Il premio a Thein Sein può essere oggetto di controversie. Il presidente birmano, infatti, ha fatto parte di quella stessa giunta militare che per molti anni ha dominato la Birmania in una delle più brutali dittature della storia contemporanea.
Tuttavia, come dice Harpviken, il Comitato del Nobel ha spesso sottolineato che “il premio non è solo per i santi” e, negli ultimi anni, “sempre più ha dimostrato di voler influire sugli eventi in corso, anche se ciò può comportare gravi rischi”.
Da quando è stato eletto presidente, nel febbraio 2011, non c’è dubbio che gli “eventi in corso” in Birmania abbiano subito una straordinatria accelerazione: dalle elezioni suppletive in cui Aung San Suu Kyi (vincitrice del Nobel per la pace nel 1991 proprio per la sua opposizione al regime) è stata eletta in parlamento, alle recenti dichiarazioni di Thein Sein, secondo cui non si opporrebbe alla presidenza della Signora, se vincesse le elezioni del 2015. Tanto che la stessa San Suu Kyi ha ammesso: “Il Parlamento è più democratico di quanto mi aspettassi”.
Per alcuni il comportamento di Thein Sein nasce dalla sua profonda volontà di guadagnare meriti a riscatto di un karma macchiato dalle colpe precedenti. Per la maggioranza, è un calcolo strategico. Il “compromesso storico” birmano, infatti, è l’unica possibilità per il paese di giocare su più tavoli. Lo chiarisce un articolo di un funzionario birmano approvato “dalle più alte autorità”: “Non vogliamo che la nostra nazione divenga un satellite cinese”. La strada per la democrazia, in questo caso, è lastricata dalla fine dell’embargo e miliardi in aiuti economici, ed ha come meta finale la metamorfosi della Birmania nell’ennesima Tigre Asiatica.
L’ostacolo maggiore è rappresentato dai conflitti con le diverse etnie che compongono il paese e in cui l’esercito è stato accusato, e si è macchiato, di ogni genere di violazione dei diritti umani. Il governo di Thein Sein ha stabilito accordi di cessate il fuoco con 10 degli undici gruppi armati etnici, ma la tregua rimane fragile e continuano i combattimenti nello stato dei Kachin, dove la guerra ha già provocato migliaia di morti e decine di migliaia di trasferimenti forzati della popolazione. Secondo i rappresentati dei gruppi etnici, quindi, l’accelerazione degli eventi in corso è sin troppo rapida e rischia di sacrificare sull’altare dell’economia i diritti dei popoli in uno sviluppo segnato da ancor più profonde disuguaglianze e da una gestione del territorio senza scrupoli. Per qualcuno la stessa Aung San Suu Kyi è divenuta complice di Thein Sein per non aver denunciato gli attacchi governativi ai Kachin, “Non voglio buttare benzina sul fuoco” ha risposto la Signora, che quindi è stata accusata di aver tradito i suoi ideali umanitari.
In questa prospettiva il Nobel per la pace a Thein Sein si può davvero rivelare una scommessa molto azzardata: può legittimare definitivamente il suo governo e giustificare in nome di un bene superiore nuove repressioni etniche e un incontrollato sviluppo a spese degli ennesimi dannati della terra. Ma può anche rivelarsi un passaggio decisivo verso la democrazia, pur con tutti i suoi limiti, e portare a quella conferenza di riconciliazione civile che segnerebbe la pax birmana dopo quasi oltre sessant’anni di guerra civile.
Quando, ad aprile ho scritto: “non ci sarebbe da stupirsi - forse è auspicabile - se il presidente Thein Sein fosse premiato con il Nobel per la Pace”, paragonandolo a Frederik Willem de Klerk, ultimo presidente del Sudafrica dell'apartheid (e quindi paragonando Aung San Suu Kyi a Nelson Mandela), molti hanno giudicato quella frase una provocazione, un’eccentricità, un’ipotesi fantapolitica.
Invece, comunque vada a finire questa storia, è chiaro che la Storia sta subendo un’accelerazione.
Disse Sant’Agostino: “Solvitur ambulando”.

La conferenza di Thein Sein alla Asia Society di New York il 27 settembre scorso (con traduzione). Sotto: il video completo (sempre della Asia Society) della visita di Aung San Suu Kyi a Washington D.C.

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I dolci della luna

Scrivo a poche ore dal quindicesimo giorno dell’ottavo mese lunare del calendario cinese (che quest’anno ricorre il 30 di settembre). E’ il giorno di Zhōngqiū Jié, la festa di metà autunno, che coincide più o meno con l’equinozio d’autunno del calendario solare. Una tradizione che risale alla dinastia Zhou occidentale, circa 3000 anni fa, ma che affonda le sue radici nelle leggende che hanno per protagonista Chang’e, la mitica dea della luna e dell’immortalità. In quel giorno, infatti, la luna piena appare ancor più piena e luminosa, ed è il perfetto simbolo di tuan yuan, la riunione. La festa, dunque, è dedicata al ritrovarsi con la famiglia e con gli amici.
P1000092E’ un buon momento, quindi, per riprendere a scrivere su Bassifondi, dopo mesi di interruzione. E’ uno iato che si ripete quasi sempre, in coincidenza con un ritorno in Italia. Forse per problemi contingenti, forse perché è più facile percepire la diversità. Forse perché in questo altrove che è l’Asia mi trovo in quella disposizione d’animo che ti consente di vedere una storia anche nel più piccolo, semplice avvenimento quotidiano.
E’ accaduto così pochi giorni prima dello Zhōngqiū Jié. Al mio ritorno a Bangkok ho subito contattato Jackie Ho, il mio Maestro sul tetto, lo chef che incontro sulla terrazza in cima al nostro condominio e mi insegna la pratica dell’Hung Fut Pai, una scuola di Kung Fu originaria del sud della Cina. Jackie mi ha risposto che in questo periodo non poteva darmi altre lezioni: era impegnatissimo nella preparazione dei Mooncake, i dolci della luna, tradizionalmente consumati durante la festa di mezzo autunno. Tanto che questa è più nota come il Mooncake Festival. Sono una specie di biscotti soffici fatti con pasta di grani di sesamo, pasta di semi di loto (nelle versioni più pregiate), pasta di fagioli dolci e tuorlo d’uovo d’anatra. Quelli di Jackie, sono un po’ più piccoli (40 grammi anziché 160), contengono alcuni ingredienti segreti e sono preparati rigorosamente a mano. Per questo sono considerati tra i migliori che si possano gustare in Asia e sono un vanto del Peninsula Hotel di Bangkok di cui il mio Sifu, Maestro, è executive chef del Mei Jiang restaurant e per tutta la cucina cinese.
P1000080Sono tanto apprezzati (anche per la splendida confezione rossa col disegno dorato di un drago) che per far fronte alla richiesta ne sono sfornati 3846 il giorno. Il che spiega perché, pur avendo uno staff di 27 cuochi, in questi giorni Jackie non ha tempo per il kung fu.
E’ talmente impegnato che finisce di lavorare di notte. Ed è stato verso le undici di sera che ha bussato alla mia porta presentandosi con una scatola di mooncake.
Forse questa piccola storia fa capire perché molti scelgano di vivere in questa parte di mondo. E perché queste piccole storie ti facciano riprendere il desiderio di scriverne. Al mattino presto, dopo aver fatto colazione con un delizioso mooncake. Anzi due.
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foto: The Nation

“Una nuvola diventa multicolore quando riflette il sole e un torrente montano diventa cascata quando scende da una roccia. Le cose cambiano associandosi con cose diverse. Ecco perché si annette tanto valore all’amicizia”.
Chang Chao (XVII sec.)

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Che il panda mi aiuti

Una storia di scatole cinesi. Bisognerebbe cercare le scatole. Poi mettere assieme quel che s’è trovato. Alla fine, forse, apparirebbe una gran bella storia sull’Asia. Di ieri e domani. Il presente, si sa, non esiste, e in Asia è ancor più liquido.
Per ora – ma quale ora ? – ne trovate una traccia nella sezione Storie: La donna drago, il taoista e altri demoni.
Per il seguito, chissà. A Kep vorrei comunque tornarci, a Phnom Penh devo andare per il summit Asean. Riguardo a Chongqing c’è un nuovo volo Air Asia da Bangkok e ne approfitterei per vedere lo zoo della città con la sua Panda room.
I panda, quelli sì, interessano.
Kung-fu-panda
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