Storia e Fantasy

“La sapienza non è la capacità di rispondere a ogni quesito, ma è lo sforzo di affrontare un quesito fino in fondo…queste domande sono il presupposto della conoscenza sapienziale”. E’ una delle infinite citazioni che si possono ricavare dalla monumentale opera di Elemire Zolla, “Il conoscitore dei segreti”, uno dei più grandi intellettuali del Novecento.
«Come nascono le città? Perché si passa da un villaggio alla città? Questo ti fa capire i meccanismi della storia». Queste le domande che ispirano la ricerca dell’archeologa italiana Patrizia Zolese, “La signora delle città perdute”.
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I due personaggi appartengono a dimensioni filosofiche e spirituali lontane. Ma, come negli universi paralleli, coesistenti e connesse da passaggi nel continuum spazio-temporale. Nel loro caso quella porta si trova nell’Oriente antico.
“Il corso della storia è meno condizionato dagli eventi effettivamente accaduti che dalle rappresentazioni mentali, spesso fantasiose, costruitevi sopra” ha scritto lo storico Felipe Fernandez-Armesto, offrendo con questa citazione un altro punto di passaggio. E’ un modo per spiegare la connessione precedente. Le ricerche della Zolese, infatti, sono perfette per la costruzione di rappresentazioni mentali: templi, monumenti o intere città di civiltà scomparse non sono solo tessere di pietra nel domino della storia. Sono un paesaggio per storie anche fantasiose. E Zolla, immaginifico conoscitore di segreti, mi è sembrato un personaggio che poteva ben introdurre il senso delle ricerche della Zolese, la sua prospettiva sapienziale.
A questo punto potremmo far apparire altri personaggi e altre storie: le vicende nel mar della Cina meridionale sulle rotte degli antichi mercanti Cham, le esplorazioni nell’alta giungla della montagna sacra che domina la costa lao del Mekong, le vicende che hanno ispirato Kipling nella sua road to Mandalay. Sono tutte rappresentazioni mentali costruite sulle ricerche di Patrizia. Tutte in luoghi che, anche (per non dire soprattutto) grazie a lei (responsabile archeologico-culturale per l’Asia della Fondazione Lerici), sono divenuti patrimoni culturali dell’umanità: il sito di Vat Phu, nel sud del Laos, definito “la culla della civiltà khmer”, quello di My Son, sulla costa centrale del Vietnam, uno dei più importanti centri dell’antico regno Champa. Infine, i siti delle città dell’antico regno dei Pyu, nella regione centrale del Myanmar (paese più noto col nome di Birmania).
«Una delle più grandi civiltà del sud-est asiatico» la definisce Patrizia. «Una di quelle popolazioni che cambiano le cose». Ancora una volta la storia e le rappresentazioni che su di essa si costruiscono sembrano combaciare: nel giugno scorso, infatti, le antiche città Pyu, hanno dato al Myanmar il primo ingresso nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco.
Lo dice anche Patrizia: «Alla fine il mio lavoro sta tutto in due parole: logos e archeo». Archeo in greco significa antico. Logos vuol dire ragionamento ma anche racconto.

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Un golpe postmoderno

“Come interpreti la strategia dei militari thai nei confronti dei media? Perché è così importante per loro controllare tv e giornalisti?”. Questa domanda mi è stata rivolta qualche giorno fa da una giovane giornalista di una delle più importanti reti televisive globali. Domanda stupefacente, letteralmente. Mi stupisce il candido stupore della giornalista: perché è importante controllare l’informazione in caso di colpo di stato??!!
E’ così da sempre. Senza studiare i classici (che siano Sun Tzu o Machiavelli), basterebbe sfogliare un interessante libretto di Edward N. Luttwak: Coup d'État: A Practical Handbook. E’ stato pubblicato nel 1968, in un’epoca in cui i colpi di stato erano molto più diffusi e il concetto d’informazione più approfondito. L’informazione al tempo dei social media sembra una conferma del principio d’indeterminazione. La velocità rende impossibile determinare contemporaneamente l’approfondimento.
La Thailandia del colpo di stato, Bangkok in particolare, sta diventando un laboratorio dove si verifica questo fenomeno di politica quantistica. Pochi manifestanti molto osservati da un nugolo di fotografi, operatori, reporter. La comunicazione via twitter, più che ai manifestanti serve ai giornalisti per sapere dove trovarli. Ne consegue una distorsione dell’oggetto osservato e quindi della comunicazione. Come dimostra quella stupefacente domanda: l’effetto (il controllo) occulta la causa (la presa di potere). La mancanza d’approfondimento, inoltre, giustifica un’altra distorsione della realtà: quella che si verifica utilizzando foto riprese tra il 2006 e il 2010 semplicemente perché più drammatiche o perché mostrano i carri armati in strada.
Questo è un golpe postmoderno in tutti i sensi. I pochi manifestanti che si materializzano, specie durante il week-end, in vari punti di Bangkok utilizzano modi sempre più creativi, ispirati a messaggi e forme della cultura globale, per dimostrare il proprio dissenso. Come il saluto “rivoluzionario” tratto dal film Hunger Games, la lettura in piccoli gruppi (per non infrangere la legge marziale) di 1984 di George Orwell, i “sandwiches for democracy” (“stiamo solo mangiando un sandwich” hanno detto le universitarie fermate per aver infranto la legge marziale). Senza contare che, subito dopo il golpe, uno degli emblemi dell’opposizione era Ronald McDonald, il pupazzo clown di McDonald, dato che uno di quei fast food era ritrovo dei manifestanti.
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I militari, dal canto loro, hanno adottato una tecnica mista, “overt and covert”, aperta e occulta, che è la rielaborazione del concetto d’alternanza duro-morbido insito in tutta le cultura e le arti marziali asiatiche.
L’apertura, o la morbidezza, si esprime soprattutto nell’operazione “ridiamo la felicità al popolo”, lanciata sul modello dell’idea di felicità interna lorda. Quell’indicatore di benessere è stato adottato diversi anni fa nello stato himalayano del Bhutan ed è divenuto un modello d’economia politica d’ispirazione buddhista nonché un felice esempio di marketing.
Per ridare felicità al popolo la giunta thailandese ha un programma ambizioso: misure economiche (alcune già sostenute dal governo deposto) a sostegno delle classi più povere e egli agricoltori. Rilancio delle grandi opere (alta velocità, prevenzione delle inondazioni). Campagna contro la corruzione e per la trasparenza nelle rendite dei pubblici ufficiali. Miglioramento dei servizi pubblici. Promozione del turismo interno (con tour a basso costo). Inoltre ha sottilmente lanciato una campagna d’orgoglio nazionale contrapponendo i valori asiatici (quegli stessi sostenuti dalla Cina) in contrasto ai valori che gli occidentali con un po’ di arroganza culturale si ostinano a chiamare “universali”.
Considerando la vocazione thai al “sanuk”, il divertimento, la felicità è perseguita anche con concerti, spettacoli, siparietti di ragazze in mini-mimetiche, bancarelle di cibo gratis e addirittura un servizio di barbiere. Sempre in nome del divertimento e pensando anche ai turisti, il coprifuoco è stato annullato nelle destinazioni di vacanza e là dove erano previsti i “full moon party”.
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Wilawan Watcharasakwet/The Wall Street Journal
In questo schema l’infelicità diventa una colpa, appare come una manifestazione antisociale, nichilista, di chi non riconosce all’esercito il merito di aver riportato l’ordine nel paese. Più che al 1984 di Orwell, bisognerebbe riferirsi a Il mondo nuovo di Huxley.
L’aspetto occulto, duro, si manifesta nella repressione di ogni dissenso, anche minimo, nelle limitazioni dei diritti e delle libertà civili, nel controllo sui media e ancor più sull’educazione. Più inquietante ancora è la capacità di convincere gli oppositori arrestati a sottoscrivere una sorta di abiura. Il che è accaduto nonostante i periodi di detenzione in molti casi siano stati molto brevi e, come hanno ammesso gli ex detenuti, più simili a “una specie di vacanza”. Forse è proprio questo il meccanismo di pressione psicologica più potente, almeno per la mente asiatica: il sottinteso. Unito alla consapevolezza che, se il confronto degenera, non c’è più alcuno spazio d’accordo.
A livello di opinione pubblica il vero flop è stato il blocco di Facebook per mezz’ora. Doveva essere un avvertimento. Ma si è ritorto contro i militari: la reazione di milioni di utenti è stata feroce. Non perché sentissero minacciata la libertà di espressione, ma perché non potevano più comunicare con gli amici, postare foto, fissare appuntamenti, organizzare incontri e condividerli.
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Cicero pro domo mea

«Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo» scrisse Marco Tullio Cicerone. “La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”. La citazione è tratta dal De re publica (II, 43). Scritto tra il 55 a.C. e il 51 a.C - ossia duemila e settanta anni fa - è un trattato di filosofia politica sul modello de La Repubblica di Platone, là dove appare un altro formidabile aforisma: «Felice la nazione i cui filosofi sono re e i cui re sono filosofi”.
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Confesso un peccato grave: avevo dimenticato Cicerone, Platone e altri giganti della mia cultura occidentale, italiana. Lo ammetto: ho ripensato a Cicerone leggendo un romanzo che lo ha per protagonista. Non un libro fenomenale, ma mi è apparso come un caso di sincronicità. Le “coincidenze significative”, come sono chiamate le manifestazioni di questo fenomeno, erano tante: nella Roma di Cicerone e nella Bangkok di oggi (dove un Cicerone non c’è e nemmeno un Cesare, ma molti Catilina) si ritrovano le discussioni sulla libertà e sulle sue limitazioni, colpi di stato, patrizi e plebei, indovini e presagi, tribuni del popolo e candidati al consolato.
Ma non sono queste le coincidenze più significative. Sulla Thailandia, alla fine, si sta già dicendo troppo o troppo poco. Quel caso di sincronicità mi ha indotto a una nuova riflessione sui diversi modi di percepire cultura, civiltà, progresso.
Quando torno in Italia, come parlando con italiani in viaggio o residenti all’estero, sento ripetere un lamento: sembra che non ci sia differenza tra Thailandia o altri paesi dell’area ed Europa o, soprattutto, Italia. Anzi, nel confronto il Belpaese esce a pezzi. Tanto più nelle proiezioni future. Dimenticando che la realtà di paesi come la Thailandia la viviamo in maniera privilegiata. Vediamo ma non osserviamo, non analizziamo. Insomma: non sappiamo. Il golpe in Thailandia, l’introduzione della sharia in Brunei, le violazioni dei diritti umani nei paesi dell’aerea ci appaiono fenomeni marginali rispetto alla crisi economica che segnerebbe il tramonto dell’Occidente. Siamo talmente focalizzati su noi stessi da scordarci di che cosa facciamo parte, del nostro sistema sociale, dei nostri valori.
Ci scordiamo Cicerone. Della nostra cultura, della nostra realtà. O peggio, non conosciamo la prima e non riusciamo ad apprezzare la seconda. In questo, sì, siamo globalizzati in un mondo di realtà virtuale dove l’informazione è autoreferenziale, dove la connessione crea incomunicabilità.
E’ una riflessione che vale anche al contrario, per gli altri. Gli asiatici, infatti, specie in Thailandia, giustificano ineguaglianze, colpi di stato, restrizioni e violazioni dei diritti umani affermando che i loro paesi non sono pronti per la democrazia, che per loro non si possono ancora applicare i valori dell’occidente. Al tempo stesso, però, contestano quegli stessi valori in funzione di una pretesa superiorità morale che deriverebbe proprio dal mantenere immutati i propri valori.
Invece è proprio nei beni definiti “immateriali” - quali la governance, l’innovazione, the rule of law, il welfare, la cultura della libertà di pensiero - che l’Europa può riaffermare il suo ruolo, definire un modello culturale. A condizione che ne abbia coscienza e capacità di affermarlo.
Come Cicerone.
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Le illusioni della povertà

Donne sedute sui talloni, avvolte in sari colorati. Una posizione d’eleganza congenita che molte donne occidentali tentano invano di assumere.
In Bangladesh è una delle cause del prolasso della cervice. Dopo il matrimonio precoce, le numerose gravidanze, il lavoro nei campi.
Siedono così sul ponte della “Rongdhonu”, nave che Greenpeace ha ceduto a Friendship, organizzazione che ha per obiettivo l’assistenza medica nelle zone più povere e isolate di uno dei paesi più poveri e isolati del mondo. Una di queste, la più povera e isolata, è nel Golfo del Bengala, là dove il Gange e il Brahmaputra si congiungono in un immenso delta di paludi e basse terre. Ciclicamente devastato da cicloni e sommerso dai flussi di marea. Un mondo d’acqua dove non si trova acqua potabile.
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Alcune di quelle donne sono fortunate: vengono operate da un team di dottoresse venute dagli Stati Uniti. Altre meno. Come quella che forse ha il cancro – non lo sa con certezza, forse lo scoprirà morendo. Non appare sconvolta. Là dove la più comune malattia può rivelarsi fatale, il cancro è una malattia come le altre. Continuo a osservarla mentre torna a terra a bordo di una nouka, una malconcia barca da pesca, che fa la spola tra la riva e la nave ospedale col suo carico di donne in sari. Poco a poco, con la lontananza, appare quasi una scena dipinta da Gauguin. In posti come questo la prospettiva, la distanza, non sono più un punto di vista, creano un paradosso illusorio.
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La miseria crea la bellezza e la pura bellezza è fatta dalla miseria. Come la donna che trascina una rete camminando nel fiume. Non senti il peso della rete e il fango sul fondo, lo sforzo che giorno dopo giorno provoca il cedimento degli organi pelvici. Vedi solo un colore che si riflette nella corrente.
Sul ponte del Rongdhonu, invece, sei vicino: senti gli stessi odori, lo stesso calore, vedi le donne che attendono la visita, quelle ricondotte in barella sul ponte dopo l’operazione: addormentate, sono deposte su una branda da altre donne perché gli uomini, secondo i precetti dell’Islam, non possono toccarle. La convalescenza avverrà qui, riparate da un tendone, per due o tre giorni. Sotto una branda, la sacca del catetere è accanto a una pentola di dahl, la zuppa di lenticchie.
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E’ l’ennesimo paradosso: sono state operate da un team d’altissimo livello ma poi, in un passaggio spazio-temporale che forse ricorderanno come un sogno, sono ricondotte alla loro condizione umana naturale.
Accade lo stesso, all’inverso, per le dottoresse e le infermiere americane. Passano da una sala operatoria che, pur con molti limiti, risponde agli standard occidentali, a una corsia sul ponte di una nave che ogni giorno di più somiglia a una vecchia carretta. Ma non hanno tempo di percepire il contrasto. Queste donne sono la dimostrazione che l’impatto tra culture può generare energia positiva.
I miraggi scompaiono con la notte. E’ un momento di quiete. Si vedono le stelle, anche perché non ci sono luci a terra a offuscarle. L’aria rinfresca. Sul ponte si ricrea l’atmosfera di un villaggio: le pazienti sono accudite dai parenti, c’è chi mangia e chi si stende sul ponte sopra una stuoia tenendo accanto i bambini più piccoli. I pochi uomini presenti chiacchierano tra loro a bassa voce.
Sul ponte superiore, ai lati della plancia, il comandante e qualche marinaio pregano rivolti a ovest. Il motorista mi porta un tè scuro e zuccheratissimo, ricambio con una sigaretta. Racconta che più a sud, tra le foreste di mangrovie di Sundarbans ci sono i pirati. Poco prima, scendendo la corrente, c’è Bani Shanta, una lingua di fango e capanne, dove vivono un centinaio di prostitute. Pirati e puttane dipendono dal traffico nel delta: cargo che trasportano merci che non valgono l’assicurazione ed equipaggi che hanno valore solo per le puttane.
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«Però è bello qui» conclude il motorista gettando l’ultima delle mie sigarette nel fiume.
E’ bello davvero, ma la quiete della notte dura poco. Due ore più tardi è squarciata da un temporale. Il vento rischia di strappare il telone che copre le brande delle donne operate. Bisogna levarlo, ma la pioggia è torrenziale. Le donne devono essere trasportate all’interno, al coperto e con loro tutte le famiglie che le assistono. Si ammassano in ogni spazio disponibile. Il calore accumulato dalle lamiere durante il giorno ristagna. I ventilatori cercano di disperderlo, poi si fermano: il generatore di bordo non regge lo sforzo.
Non è un ciclone, nemmeno una delle tempeste che scandiscono la stagione dei monsoni. E’ solo un temporale, ma ti fa comprendere l’impatto del clima dove si manifesta con più violenza, dove c’è solo un telone o il tetto di una baracca a proteggerti, mentre il terreno si trasforma in palude. Le grandi calamità naturali fanno decine di migliaia di morti in breve tempo, ma questo clima uccide comunque, lentamente. Ti distrugge giorno dopo giorno, per le malattie o l’impossibilità di restituire un prestito – magari destinato a una coltivazione di gamberetti sparita con una piena.
A bordo del Rongdhonu ritrovo un articolo messo da parte in previsione di questo viaggio e poi dimenticato. S’intitola Poor Choices. Che non significa scelte povere, bensì scelte sbagliate. E’ la recensione-riflessione su alcuni saggi che analizzano le radici della povertà estrema, la condizione di un miliardo di persone che vivono con poco più di un dollaro il giorno. Ma anche l’inadeguatezza del nostro modo di affrontare il problema. “La povertà presenta una sfida sia morale sia intellettuale” leggo. E mentre scrivo mi rendo conto, che la seconda è la più difficile da affrontare. Bisogna superare barriere concettuali e culturali ormai divenute quasi una legge morale. Come il sostegno a certe Ong locali utilizzate per entrare in politica. O l’adesione mistica al sistema del microcredito. Basterebbe ascoltare Shushuma, una donna di sessant’anni che ha chiesto un prestito di 10.000 taka (circa 95 euro) alla Grameen Bank al 18% d’interesse. Li ha dati al figlio, per quella coltivazione di gamberetti.
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I Bassifondi dell'Anima

A una decina di chilometri da Chiang Mai, la seconda città della Thailandia, nel nord, è stato appena aperto il primo monastero benedettino del paese. Ci vivono cinque monaci, tutti vietnamiti. Leggo la notizia sul sito AsiaNews. L’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere precisa che è “un primo, concreto gesto di ‘nuova evangelizzazione’, nel senso che è messa al primo posto non tanto un’opera educativa o di sostegno sociale, quanto ciò che rappresenta il fondamento anche della religione buddista, ossia la vita monastica e contemplativa”.
E’ l’ennesimo caso di sincronicità: eventi connessi senza un rapporto di causa-effetto: “coincidenze significative” le definiva Jung. Sto lavorando a un racconto su un “monaco della foresta” birmano. Che a sua volta segue l’incontro con un altro monaco thailandese. Sembra proprio che la storia continui a Chiang Mai.
Cerco subito di contattare il monastero. E’ meno facile di quel che pensi, ma alla fine ci riesco e pochi giorni dopo sono là. Si trova in una zona nota come Villa Farang, dove i farang, gli stranieri, che hanno sposato una thai costruiscono le loro villette. E’ sul terreno di una vecchia piantagione di manghi, banani, fichi, che ancora fanno da sfondo, danno ombra e frutti. Della piantagione è rimasto anche un piccolo stagno popolato da pesci gatto, due serre che ospitano il pollaio e un capannone che serviva da alloggio e cucina per i contadini ed è utilizzato come cucina e mensa. «Così gli odori di cibo restano qua» spiega padre Nicolà, l’unico dei quattro monaci che parla un po’ d’inglese.
Il monastero vero e proprio è un edificio bianco appena costruito. Ci sono dieci celle per i monaci, otto stanze di foresteria, locali di servizio, una sala riunione e una cappella. Alloggio vicino alla cappella, in una stanza luminosa, confortevole, con un bagno privato con water e doccia. Dalla finestra vedo il filare di altissimi bambù che circonda il convento come una cortina verde.
I monaci sono gentili, sorridenti. Secondo la Regola di San Benedetto, “Ora et Labora”, alternano momenti di preghiera e lavoro dedicandosi alla cura delle piante, alle faccende quotidiane, al pollaio.
Insomma, quel monastero è un bel posto, sereno.
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E allora perché non sto bene? Perché me ne vado dopo pochi giorni?
Non è per gli orari. La sveglia è alle quattro per la prima preghiera, ma è l’ora più fresca e poco più tardi posso dedicarmi a qualche esercizio fisico.
Non è per il cibo. Al contrario dei monaci buddhisti che si limitano al pasto di mezzogiorno, qui la giornata prevede prima colazione, pranzo e cena. Ed è tutto buono – spaghetti a parte, lo devo confessare. Probabilmente perché si prendono cura di me, vanno ogni giorno al mercato per acquistare qualcosa di speciale.
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Non è per i lunghi momenti di preghiere che scandiscono la giornata secondo la canonica liturgia delle ore. Né perché sono recitate in vietnamita. Anzi: accompagnato dalle tonalità altalenanti di quelle preghiere riesco a concentrarmi in meditazione come non mi accade spesso.
Non è per i tempi vuoti tra pasti e preghiera trascorsi in solitudine. Passeggio nei dintorni, fotografo i bambù, parlo con un geko, leggo, scrivo.
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Il fatto è che mi manca qualcosa che alimenti la mia irrequietezza. Forse mi manca proprio il disagio avvertito tra le montagne dello Shan o al confine con il Laos nei ritiri dei “monaci della foresta”. Quelle situazioni che mi danno un senso di totale estraniazione. Forse il mio è un disagio esistenziale. Tanto più quando scopro che, secondo la Regola di San Benedetto, i monaci peggiori sono quelli “detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola”.
Non comprendo il nesso tra il girovagare e il vizio. San Benedetto ha per i monaci girovaghi lo stesso disprezzo che i samurai nutrivano per i ronin, i samurai decaduti, senza più padrone. In un modo o nell’altro tutto si riconduce sempre alla contrapposizione tra principio d’autorità ed etica individuale.
Personalmente sono sempre stato affascinato dai guerrieri erranti. Come dalla loro incarnazione monastica, gli Unsui della tradizione buddhista, che passavano da un tempio all’altro cercando un Maestro. Il loro nome significa “nuvole e acqua”, rifacendosi a un poema cinese che recita: “Vagare come nuvole e scorrere come l'acqua". Senza contare che uno dei più grandi monaci erranti è proprio un mistico cristiano, il trappista Thomas Merton. Scrive in una delle Preghiere:
“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo…”.
Forse, però, la causa del mio disagio è nel ripetersi di situazioni che rischiano di farmi perdere la strada, un po’ come in questa storia.
Forse, alla fine, sto facendo troppi giri nei bassifondi dell’anima. E’ tempo di tornare in quelli veri.
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Le mappe dei sogni

«E poi ci sono le mappe dei sogni…» inizia a raccontare il Cartografo mentre costeggiamo una lunghissima, candida spiaggia di un’isola al largo della costa cambogiana.
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Il Cartografo trascorre molto tempo in un bungalow sospeso sull’acqua su pali rossi. E’ il suo ritiro. Era la sua base per disegnare le carte delle isole. Prima ancora aveva fatto lo stesso lavoro tra Tibet e Nepal.
Le mappe dei sogni. Non rappresentano luoghi fantastici, immaginari. Non sono il disegno di luoghi, come quella spiaggia, in cui si materializza l’immagine matrice dell’isola dei sogni. Non sono paragonabili alle mappe mentali degli aborigeni australiani, che ripercorrono le vie create dall’incessante cammino dei mitici progenitori nel Tjukurrpa, il Tempo del Sogno.
Secondo quel cartografo e altri sognatori come lui, sono un po’ di tutto questo. Sono mappe di luoghi reali, esistenti. Ma sono dei sogni perché rappresentano luoghi sognati, che si credevano inesistenti, leggendari, che sono state tracciate seguendo e verificando un mito, un racconto. Com’è accaduto a lui. «Mi dicevano che in un sentiero himalayano c’era una porta che si apriva in una valle…Quella porta c’era e si apriva in una valle». E’ così che ha disegnato la carta della Naar Phu, la valle perduta dove si entra attraverso una porta, popolata dai discendenti dei guerrieri Khampa.
Girando tra le isole e raccontandoci storie sull’Asia, reali e sognate, le mappe si materializzavano nei racconti. «Il cartografo serve a questo. A disegnare quello che c’è sotto, quello che i satelliti non riescono a vedere». La sua era una versione topografica dell’illusione tantrica di Maya, qualcosa che sta tra l’illusione e la disillusione, la percezione del mondo come un’illusione, come un sogno. E in questo sogno narrato le mappe si popolavano di spiriti. “Gli antichi cartografi scrivevano sulle regioni inesplorate: ‘Qui stanno i leoni’. Sui villaggi di pescatori e zappaterra, che sono gente così diversa da noi, possiamo scrivere una sola riga, ma indubitabile: ‘Qui stanno gli spiriti’” ha scritto William Butler Yeats in una delle sue Fiabe Irlandesi.
Dopo quel viaggio ho continuato a pensarci, come se stessi sognando una mappa composta da luoghi, ricordi, viaggi, libri, incontri. Ero “trafitto da meridiani e paralleli” come tanto tempo fa mi disse Alberto Ongaro, citando a sua volta Hugo Pratt.
Inevitabilmente m’è tornato in mente l’aforisma di Alfred Korzybski, il padre della semantica generale: “La mappa non è il territorio”. In realtà m’è rimasto impresso soprattutto perché è una battuta di Robert De Niro nel film Ronin. Il significato è evidente, ma quel giro in barca mi ha portato a pensare che la mappa può essere il territorio, soprattutto se si tratta di una mappa del sogno. E’ quasi ciò che affermava Gregory Bateson, avventuriero del pensiero: “Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L'emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni”. Non a caso Bateson è il teorico dell’ecologia delle idee, un metodo olistico, volto ad individuare le connessioni esistenti tra fenomeni come la struttura delle foglie, la grammatica di una frase, la simmetria bilaterale di un animale, la corsa agli armamenti.
Mentre mi perdevo tra queste connessioni, ho ritrovato una citazione che avevo annotato in altri tempi: “Esigua è la differenza tra la recitazione comune del rosario di primo mattino e la costruzione di una rosa dei venti sulla carta geografica. In entrambi i casi si tratta di una forma di meditazione”. Si adattava perfettamente al mio stato d’animo e credo possa valere anche per il Cartografo. E’ tratta da Il Sogno di disegnare il Mondo, un libro di James Cowan, nomadico autore australiano, che racconta la vita di Fra Mauro, monaco e cartografo del XV secolo che ha dedicato la vita a disegnare il mondo allora noto, basandosi a sua volta sui racconti di viaggiatori, marinai e mercanti.
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Nel frattempo, alle mappe dei sogni e agli antichi planisferi si erano sovrapposte quelle delle possibili rotte dell’aereo fantasma del volo MH370, Che a loro volta, almeno inizialmente, intersecavano quelle del Mar della Cina del Sud, possibile teatro di un’altra guerra mondiale o di guerre locali ad alta intensità.
Anche di questi scenari e intrighi avevo chiacchierato con il Cartografo. «I cartografi sono un po’ come le spie» aveva detto. Si riferiva ai tempi del Grande Gioco (il Torneo delle Ombre lo chiamavano i russi), quando molti degli uomini che tracciavano le carte dell’Asia erano agenti di qualche potenza imperiale. Ma forse non pensava solo a quei tempi: le grandi agenzie d’intelligence come lo U.S. Special Operations Command (USSCOM) stanno riscoprendo la necessità di integrare i dati geospaziali con rilievi sul terreno per pianificare meglio le azioni nelle Zone Oscure del Pianeta. E’ la riscoperta dell’humint, l’intelligence umana. L’intelligence, nel senso di “capacità di apprendere o comprendere cose o riuscire ad affrontare nuove e difficili situazioni”, è qualcosa che non può essere affidato a una macchina, né ai dilettanti. Il che vale per la cartografia, lo spionaggio e ogni altra attività. Ma questa è un’altra storia.
Oppure no? La cartografia, la geografia, in questo caso, divengono una metafora dei cambiamenti e degli adattamenti che l’uomo dovrebbe affrontare, rovesciando la prospettiva di Marshall McLuhan: il medium NON è il messaggio. Lo dimostra Robert D. Kaplan, capo analista di Sratfor, “prolifico viaggiatore e stratega”. “Il mondo non è piatto, la geografia (come la storia, aggiungo) non è morta”… “Il territorio e i legami di sangue che vi scorrono sono al centro di ciò che ci rende umani” ha scritto nel recente articolo Geopolitics and the New World Order. E’ in quest’ottica, ad esempio che si può comprendere e, soprattutto, si può giocare la partita nel Mar della Cina del Sud (oggetto dell’ultimo libro di Kaplan, Asia's Cauldron: The South China Sea and the End of a Stable Pacific), divenuta il vero fulcro del confronto tra civiltà orientale e occidentale.

«La terra è una mappa. Non c'è geografia senza significato e senza storia». Così mi ha detto un vecchio aborigeno Warlpiri incrociato nel Grande Centro Rosso australiano.


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C’era una volta un M16

La guerra del Vietnam è finita. Anche se i reduci sono vivi. Anche se vive nella curiosità morbosa dei turisti. E’ più che finita: è storia. Ne ho la prova: un M16, il fucile d’assalto americano che ha fatto il suo debutto proprio in Vietnam, nel 1967.
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Non è più un’arma. E’ un reperto, quasi un fossile.
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E’ incrostato di conchiglie, concrezioni marine. E’ stato ripescato sul fondo del fiume dei profumi, a Hue, antica città che fu che fu centro commerciale, capitale dell’impero vietnamita e, molti secoli dopo, teatro dell’offensiva del Tet, una delle più feroci battaglie della guerra “americana”, come la chiamano qui.
Quel fucile è un reperto come le anfore per la preparazione del nuoc mam, la salsa di pesce, le ciotole per cucinare il riso, le ancore di pietra o i pesi per le reti. Migliaia d’oggetti della collezione di Ho Tan Phan, vecchio, sorridente signore che si definisce un erudito e da quasi quarant’anni raccoglie ciò che gli portano i pescatori, gli uomini dei sampan. A prima vista la sua casa e il suo giardino appaiono come la tana di un accumulatore compulsivo. Poi ci si rende conto che è una specie di magazzino storico. Tra ceste piene di pezzi di porcellana cinese e cumuli di vasi, piccole anfore, oggetti d’uso comune, si scoprono pezzi di grande bellezza e valore, come alcune ciotole di ceramica celadon.
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Di ogni cosa ti chiedi a chi appartenesse, a quali vicende umane sia legato, come sia finito in fondo al fiume. Tanto più tenendo tra le mani quel fucile.
E’ la poesia del mistero. Fa ricordare i versi di Baudelaire:
“Come lunghi echi che da lontano si confondono
in una tenebrosa e profonda unità”.

L’eco si riverbera nella mente: la storia non finisce mai.
Una scena di Full Metal Jacket. La battaglia di Hue.
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L'essenza del dramma

«Il conflitto è l’essenza del dramma» dice Ekachai Uekrongtham, scrittore e regista thailandese. Ekachai ha ideato e dirige uno spettacolo in scena in questi giorni a Bangkok. S’intitola Muay Thai Live ed è una sequenza di scene, che narrano la storia della Muay Thai, l’arte marziale thai. E’ uno spettacolo in cui la violenza della Muay Thai si trasforma nelle acrobazie di affascinanti quadri animati, perde brutalità nei giochi di luci e suoni. Quello spettacolo è un po’ la metafora di ciò che sta accadendo in Thailandia. Del resto, come dice Ekachai: «la Muay Thai è un po’ l’essenza della thailandesità».
Violenza e brutalità esplodono a tratti nelle strade. Ma nella maggior parte dei casi si trasformano nello spettacolo delle manifestazioni. Il dramma, inteso come rappresentazione, assume tutte le sue forme canoniche: commedia, farsa, tragedia. E l’essenza del dramma, che sia teatrale o reale, resta il conflitto. Così come l’origine del conflitto è la volontà di controllo. Un termine che in Thailandia si sente ripetere sempre più spesso. Anch’esso è uno dei codici di una cultura basata sul rapporto “pee-nong” (superiore-inferiore), che a sua volta deriva dell’interazione tra il Dharma, l’ordine etico e sociale, e il kharma l’azione che determina il destino individuale. Ormai, però, il controllo sembra sfuggire alle regole codificate e gli attori sulla scena cercano di crearne uno nuovo o ripristinare l’antico. E così, mentre Muay Thai Live sta per terminare le repliche, l’altro spettacolo sembra destinato ad andare avanti ancora per molto.



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Un bel morir

Il 22 settembre scorso (un giorno dopo il mio compleanno) è morto lo scrittore colombiano Alvaro Mutis. L’ho scoperto, con dolore, solo pochi giorni fa. Dolore accentuato dalla consapevolezza della mia disattenzione, non giustificata dallo scarso rilievo dato alla notizia.

Anche nella morte Mutis diviene così uno di quei personaggi la cui storia e le cui storie si sono intrecciate alla mia vita in modo casuale, inconsapevole, spesso voluto o provocato: Ilona che arriva con la pioggia o la filosofia politica, il marinaio o il politicamente scorretto. Molti, forse troppi, i ricordi personali legati a Mutis e ai suoi protagonisti. Quante volte ho citato sue frasi facendole mie, ho ricercato o ricreato le scene delle sue avventure, ho interpretato i suoi avventurieri (specie con le donne), ne ho parlato con gli amici con cui ho condiviso il cammino.
Ora vorrei solo ricordarlo: come un Maestro, un compagno di viaggio e d’avventura. Lo faccio nel modo più semplice, assecondando una pigrizia che i suoi personaggi giustificherebbero, riprendendo una brevissima storia (poche righe, le mie) scritta molti anni fa di ritorno da un viaggio in Amazzonia, in un momento d’incertezza della mia vita. Come se ce ne fossero di certi.

Il viaggio e la riflessione in viaggio amplificano angosce, incubi, solitudine. L’ambiente dell’avventura, la natura selvaggia possono provocare attacchi di panico. E’ la sindrome Cuore di Tenebra. Il romanzo di Conrad – tutta la sua opera - la rappresenta in modo totale, come compagna esistenziale di chi segue la via dell’avventura. Ma la definizione perfetta, forse, la troviamo nella “Summa di Maqroll il Gabbiere”, antologia poetica di Alvaro Mutis, lo scrittore colombiano che ha ridato valore letterario al puro romanzo d’avventura: “Nel mezzo della selva, nella più oscura notte dei grandi alberi, circondato dall’umido silenzio sparso dalle foglie enormi del banano silvestre, il Gabbiere conobbe ma paura delle proprie miserie più segrete, il terrore di un grande vuoto in agguato dietro i suoi anni pieni di storie e paesaggi. Tutta la notte rimase il Gabbiere in una veglia dolorosa, aspettando, temendo la frana del suo essere, il suo naufragio tra le acque vorticose della demenza. Da queste ore amare d’insonnia rimase al Gabbiere una ferita segreta da cui sgorgava a volte la linfa tenue di una paura segreta e innominabile. Il frastuono dei cacatua, che attraversavano in stormo la distesa rosata dell’alba, lo restituì al mondo dei suoi simili e tornò a porre nelle sue mani i soliti attrezzi dell’uomo. Né l’amore, né la disgrazia, né la speranza, né l’ira ritornarono a essere gli stessi dopo la sua veglia terrificante nella solitudine bagnata e notturna della selva”.
La mia copia sgualcita e sporca di quel libro si apre quasi sempre alla pagina di questo brano, intitolato “Solitudine”. Lo trovo consolatorio, come se condividere i demoni, i terrori di un personaggio letterario potesse in qualche modo aiutarmi a combattere i miei. Ma io non riesco a descriverli. Nei miei taccuini di viaggio appaiono solo in appunti confusi. Ma a ricordarmi dove e quando ho vissuto le mie ore d’angoscia, trovo sempre scritto un richiamo a quella pagina di Mutis.


E adesso. Adesso non sto tornando dall’Amazzonia, sto ripartendo per non so dove, aspetto la pioggia ma forse Ilona non mi aspetta più.


Amen
Che la morte ti accolga
con tutti i tuoi sogni intatti.
Di ritorno da una furiosa adolescenza,
all'inizio delle vacanze che non ti hanno mai concesso,
la morte t’individuerà con un suo primo avviso.
Aprirà i tuoi occhi alle sue vaste acque,
t’inizierà nella sua brezza costante d'altro mondo.
La morte confonderà i tuoi sogni
e in essi riconoscerà i segni
da lei lasciati un tempo,
come un cacciatore che di ritorno
riconosce le sue tracce sull'aperto sentiero.


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Occupy Bangkok

Mi chiedo quale dea, ninfa o donna mortale rappresentino le statue di marmo a seno nudo che affiancano la scala all’entrata laterale della Thaikufah, il palazzo del governo di Bangkok. E’ un edificio costruito agli inizi del secolo scorso da due architetti italiani. Sul prato antistante la facciata in stile gotico veneziano c’è una folla festante.
Seduto su un seggiolino di plastica blu sotto quelle statue, accanto a un soldato con un garofano bianco nella cintura, penso quanto sia assurdo soffermarsi sui dettagli architettonici in un momento del genere. Tanto quanto lo è tutta questa storia.
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«Oggi tutti sono felici» dice un uomo che si qualifica come ufficiale della polizia di Bangkok. Osserva la scena con un sorriso che sembra più ironico che felice.
Pochi minuti prima sono stati rimossi i blocchi di cemento che circondavano il palazzo del governo e il quartier generale della polizia. Un fiume di manifestanti scorre tra due ali di poliziotti. Tutti sorridono, si fanno il segno del wai, giungendo le mani sul viso, fotografano e si fotografano con i telefonini.
«E domani?»
«Domani…“mai pen rai”» risponde con lo stesso sorriso, che accentua il senso di quell’espressione, “mai pen rai”, tra l’ottimista, il fatalista e il rassegnato, che significa non preoccuparti, non pensarci.
«Che cosa spero? La pace» dice un giovane ufficiale della polizia di Bangkok
«Non sarà facile»
«Appunto: è una speranza».

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Solo la sera prima c’era poco da sperare. Una donna indica il cielo di Bangkok e dice che la salvezza può giungere solo da là. Il giovane che traduce i discorsi di quella signora, dice che non c’è da farci caso. «Dobbiamo fare qualcosa noi per creare un nuovo paese. Questo può essere un modo pericoloso, ma non c’è alternativa». Denuncia corruzione, inefficienze. «La mia è una famiglia povera. Sono riuscito a studiare, a trovare un lavoro. Ma non riesco a vedere oltre» dice in un perfetto inglese.
La signora che attende la soluzione dal cielo – e va precisato che il Cielo in Thailandia molto spesso è un’espressione usata per indicare il palazzo reale – e il ragazzo che lavora come programmatore in una società di software sono due volti della protesta iniziata a fine novembre e che ai primi di dicembre si è infiammata in un’escalation sempre più violenta e pericolosa.
Mentre la signora e il giovane cercano di dimostrare in modi diversi che la democrazia è un’opinione, il cielo di Bangkok è solcato dai lacrimogeni e dai proiettili di gomma sparati dalla polizia e dai sanpietrini, le biglie d’acciaio e le molotov dei dimostranti che si fronteggiano sulle due rive di un khlong, un canale, che delimita il palazzo del governo.
Mentre gli scontri continuano cerco un po’ di tranquillità all’interno di un monastero, il Wat Somanas Rajavaravihara. Mentre scrivo sotto un albero bodhi sento colpi che non suonano come quelli dei lacrimogeni.

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Sono arrivato al palazzo del governo in compagnia di un gentile signore che afferma di essere un docente universitario di scienze politiche. Gli chiedo di spiegarmi quali possono essere gli sviluppi di questa crisi. Dice che possiamo chiacchierare mentre passeggiamo nell’area che è stata appena “liberata”. Ma prima vuole fermarsi di fronte alla statua di Rama V, il re venerato dai thailandesi per il ruolo che ebbe nel mantenere l'indipendenza del paese nel periodo in cui tutti gli altri stati asiatici divennero colonie delle potenze europee e per il contributo che diede alla modernizzazione del Siam. S’inginocchia e prega per qualche istante. «Lui ci proteggerà. Proteggerà anche te» mi dice poi. Secondo il professore siamo a una svolta. Se il primo ministro se ne va, un gruppo di saggi chiederà al re (Rama IX, Bhumipol Adulyadej) di indicare una personalità al di sopra delle parti per formare un nuovo governo. Che rimarrà in carica per qualche anno. Poi, quando il paese sarà pronto, verranno indette altre elezioni. Quando ci salutiamo il professore mi invita a passare a trovarlo. Nel suo negozio di oggetti tradizionali d’arredamento.

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Il giorno della speranza, in realtà, per alcuni è semplicemente una buona mossa tattica del governo. Per tutti, segna solo una tregua alla vigilia del compleanno del re, il 5 dicembre. L’origine della rivolta è stata la proposta del governo di un’amnistia per tutti quelli coinvolti nelle rivolte che si sono susseguite dal 2006. Amnistia che avrebbe cancellato anche le condanne (dopo un processo estremamente politicizzato) per corruzione, abuso di potere e lesa maestà dell’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto da un colpo di stato nel 2006 e rifugiato all’estero. Da allora, la Thailandia si è letteralmente divisa in due: i sostenitori di Thaksin, le cosiddette magliette rosse, i phrai, il popolo, le classi più povere, e i suoi oppositori, i gialli (dal colore della casa reale), rappresentanti dell’ammart, l’elite. Nel 2010 i rossi hanno occupato il centro di Bangkok innescando una rivolta che si è conclusa con 90 morti e un migliaio di feriti. Nelle elezioni del 2011 il partito dei rossi ha vinto le elezioni ed è stata eletta primo ministro la sorella dell’ex premier, Yingluck Shinawatra. Sembrò allora che, pur con molti vizi di forma, la Thailandia si fosse avviata alla normalizzazione. Era un’altra speranza.

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«Kanom, kanom» grida una signora in mezzo alla strada, invitando i manifestanti a servirsi dei “dolcetti” che sono lo snack preferito dei thai. La signora distribuisce anche bottiglie d’acqua e piccoli asciugamani – di quelli normalmente usati per rinfrescarsi, inumiditi e profumati – per pulirsi gli occhi irritati dai lacrimogeni. Le scene che si sono susseguite nei giorni delle manifestazioni ricordano quelle del 2010, durante la rivolta dei rossi. Ci sono i venditori ambulanti di magliette, trombette, fischietti, i carretti di cibo, le postazioni per i massaggi, i volontari di pronto soccorso. Anche la colonna sonora è uguale: un misto di discorsi propagandistici sottolineati da boati di folla e intercalati a musica popolare thai. Il tutto a volume altissimo (tanto che, questa volta, c’è stato chi ha provveduto a distribuire tappi per le orecchie). E ci sono le surreali differenze tra una parte e l’altra della città. Appena fuori la zona degli scontri la vita procede normalmente. Una sera, tornando a casa, sento improvvisamente dei colpi violenti. Penso siano passati ad armi più pesanti. Poi alzo gli occhi al cielo e vedo i fuochi d’artificio.

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Ma le differenze ci sono. Negli slogan, nei volti sulle magliette o nelle caricature. E’ cambiato solo il demone di turno, che nel 2010 era il primo ministro conservatore Abhisit Vejjajiva e oggi è Thaksin, in tutte le sue incarnazioni. E’ cambiato anche il giudizio su Berlusconi, che, dopo i calciatori è l’italiano più noto in Italia. Nel 2010 i rossi mi dicevano con orgoglio che Thaksin era come Berlusconi, ricco, amato e spiritoso. I manifestanti di oggi mi dicono che vogliono cacciare la sorella di Thaksin come noi abbiamo cacciato Berlusconi. «La Thailandia potrebbe essere un paese ricco e felice, se abbandonasse questa pulsione a una politica autodistruttiva» mi dice un amico thai. «Come italiano dovresti capirlo bene».
La differenza più profonda, tuttavia, riguarda proprio la speranza. Nel 2010 si sperava nelle elezioni. Oggi in qualcosa d’indeterminato. Suthep Thaugsuban, ex vice primo ministro nel governo Abhisit e leader del movimento d’opposizione vuole lo scioglimento del parlamento e la formazione di un consiglio di saggi per formare un “parlamento del popolo”. «Non riesco a capire che cosa voglia dire» ha dichiarato il politologo Pavin Chachavalpongpun. Probabilmente non lo capiscono bene anche i militari, che non sembrano disposti a un colpo di stato (dal 1932 ce ne sono già stati 18). Almeno non a sostegno del progetto di Suthep. Se interverranno, lo faranno quando potranno apparire come i salvatori del Regno anziché golpisti.

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«Vedi gialli qua attorno?» mi chiede un manifestante. In effetti le magliette gialle sono poche. Quasi tutti, come il mio interlocutore, ne indossano una nera. Ufficialmente in segno di lutto per la recente scomparsa del supremo patriarca buddhista. Probabilmente anche per segnare un distacco dai “gialli” in quanto rappresentanti di un’aristocrazia partecipe di un sistema che si vuole abbattere. Il nero, però, non si richiama al colore dell’estrema destra occidentale. Appare più intonato a quello del movimento di protesta internazionale Occupy, tanto che su molte magliette è raffigurata la maschera di Guy Fawkes, l’eroe di V per Vendetta (accanto al volto di Suthep). I gialli ci sono, indubbiamente, ma ormai rappresentano solo una delle anime del movimento d’opposizione. La maggior parte sono studenti, giovani che hanno twittato ogni istante delle manifestazioni, che vogliono cancellare un sistema corrotto e inefficiente (anche in questo caso si possono trovare molte analogie con l’Italia). Sostenitori di un’ideologia anticapitalista e non-consumista, di quell’economia sostenibile predicata da Sua Maestà Rama IX. Sulla loro linea i nascenti gruppi della cosiddetta “società civile”. Ci sono poi i supporter del Partito Democratico (analogo a quello italiano solo per la sua incapacità di vincere le elezioni), rappresentante della borghesia thai. Tutti disposti a barattare la democrazia con un regime di uomini onesti. E ancora: gli ultraconservatori realisti e gruppi d’integralisti buddhisti che invocano una purezza nazionalreligiosa che si contrappone alle contaminazioni animiste dei contadini dell’Isan, la regione più povera della Thailandia, spesso d’origine lao o cambogiana.
In un modo o nell’altro la Thailandia, che è stato il primo paese asiatico a sperimentare la modernizzazione (proprio durante il regno di Rama V), sembra divenuto punto di scontro tra i cosiddetti valori universali elaborati dalla filosofia politica occidentale e i valori asiatici teorizzati da Lee Kuan Yew, il demiurgo della città-stato di Singapore. Un conflitto che potrebbe facilmente contagiare i paesi vicini come il Myanmar, la Cambogia, il Laos, dissuadendoli dal procedere sulla via delle riforme politiche.
«Molti sono feccia» aggiunge un espatriato riferendosi ai manifestanti d’ogni colore che con le loro proteste danneggiano gli affari.

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«Temo che questa situazione possa far scivolare la Thailandia verso una guerra civile a bassa intensità» ha dichiarato Paul Chambers, ricercatore capo dell’Istituto di Studi sul sud-est asiatico dell’università di Chiang Mai. Il pericolo è reale proprio perché la divisione thailandese diviene sempre più profonda in termini culturali e sociali. C’è chi l’ha definita un “conflitto filosofico”. Intanto i rossi, che in questi giorni hanno un tenuto un profilo basso, sono pronti alla mobilitazione, chiamando a raccolta tutte le nuove leve formate nelle scuole di partito aperte in molti dei villaggi del nord e del nord-est.
Benedict Anderson, un esperto di sud-est asiatico alla Cornell University, ha citato Antonio Gramsci: “Quando il vecchio rifiuta di morire e il nuovo combatte per nascere appaiono i mostri”.

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Ho passato il tempo riordinando idee e appunti sotto il palazzo del governo. Molti manifestanti cominciano ad andar via. Mi avvio anch’io. Una ragazza raccoglie le bottiglie di plastica disseminate sulla strada che ieri sera era un campo di battaglia. Se ne sono consumate migliaia per bere e per pulirsi gli occhi dai lacrimogeni. Lei le venderà per qualche centesimo al chilo.

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