Il lato oscuro della globalizzazione

Il Triangolo d’Oro: territorio formato da una grande ansa del Mekong che segna il confine tra Laos, Birmania e Thailandia. Il papavero da oppio cresce bene nel suolo alcalino formato dalle estrusioni di questo tratto di fiume ed è ciò a giustificarne il nome.
Oggi il Triangolo d’Oro è un toponimo turistico che attrae viaggiatori in cerca di evocazioni avventurose. Un’immagine rassicurante, quasi una strategia di marketing, specie nella parte thailandese. In Laos e Birmania, però, di anno in anno aumentano gli ettari destinati alla coltivazione dell’oppio. Secondo il Southeast Asia Opium Survey realizzato dallo United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc) e presentato l’8 dicembre, sono passati dai 61.200 del 2013 a 63.800 del 2014, l’ottavo anno consecutivo d’incremento, il triplo dal 2006.
Il triangolo si è evoluto, trasformandosi in un grafo, una figura di punti interconnessi, estesa su tutta la cosiddetta “Greater Mekong Subregion”, che comprende la provincia cinese dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, il Laos, la Cambogia e il Vietnam e che, a sua volta, s’incastra nel sistema del mercato globale.
Il Triangolo d’Oro importa i prodotti chimici necessari alla trasformazione dell’oppio in eroina che verrà poi esportata in Cina, in Sud-est asiatico e quindi nel resto del mondo. Un interscambio che di giorno in giorno è implementato dall’evoluzione delle infrastrutture, dalla riduzione delle barriere commerciali e dei controlli di frontiera.
Il Triangolo d’Oro simbolizza il lato oscuro della globalizzazione, come l’ha definito Giovanni Broussard, funzionario italiano del programma Unodc Borders control and transnational organized crime, un business da 90 miliardi di dollari.
L’enormità della cifra (riferita a tutto il “Transational Organized Crime”) suggella l’ultima, macroscopica connessione: quella tra il potere dei traffici e l’impotenza delle popolazioni coinvolte (specie nella coltivazione d’oppio) che non hanno alternative economiche e si trovano al centro di contese etniche o territoriali.

Southeast Asia Opium Survey 2014. Il rapporto completo
Border Control in the Greater Mekong Sub-region. Il rapporto completo
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L'arroganza dell'ignoranza

Taiji Quan: è la lotta a mani nude (Quan) del Supremo Assoluto (Taiji). E’ più nota come Tai Chi, metabolizzata come forma di ginnastica dolce e tecnica di respirazione. Molti la praticano o hanno provato a farlo. Pochissimi, invece, conoscono il “Thai Chi”. Anzi, uno solo. L’autore, ignoto, di un articoletto apparso su un giornale on line. Dal testo si può dedurre che abbia sincretizzato, per una misteriosa associazione di suoni e sentiti dire, il Tai Chi e la Muay Thai, ossia la boxe (Muay) thailandese. Non è un’imprecisione. E’ una dimostrazione d’ignoranza. Che paradossalmente diviene arroganza culturale nella condanna di una disciplina, la Muay Thai, praticata anche dai bambini (come accade da oltre un millennio). Certo: oggi è anche snaturata e in molti casi i bambini combattono per denaro. Ma non sono “istigati” dai genitori, come si legge nell’articoletto. Basterebbe conoscere il rispetto riservato ai bambini in Thailandia. E bisognerebbe conoscere i complessi codici che regolano i rapporti familiari. Così come bisognerebbe aver assistito agli allenamenti dei bambini nei villaggi: vissuti come un gioco e, al tempo stesso, rito d’iniziazione. Bisognerebbe saper valutare oltre lo schermo banale del politicamente corretto. Bisognerebbe sapere…Ma è inutile tentare di spiegare in casi disperati come questo.
Questo caso, però, è utile come paradigma del nuovo giornalismo: diffuso, partecipativo, onnicomprensivo e onnisciente, dove tutti sanno tutto e creano un mondo a loro immagine e somiglianza…
…Un mondo in cui il nulla è considerato qualcosa, il vuoto pienezza. (Confucio).





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Archetipi

C’è voluto qualche giorno ma alla fine l’ho capito: le moto sono come le navi da guerra.
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L’illuminazione l’ho avuta alla Ducati 2015 World Première, anteprima mondiale dei nuovi modelli del marchio divenuto un’icona globale. La riflessione su che cosa mi ricordassero le navi da guerra e i sistemi d’arma navale avanzati m’era venuta all’Euronaval, la più grande expo sulla difesa navale. Continuavo a chiedermelo osservando le presentazioni di sistemi d'arma o del network di sorveglianza marina Marsur.

Guardavo scorrere immagini che sembravano un videogame o un video di MTV cercando di definire meglio lo stile dello show. Ero immerso in una dimensione di realtà aumentata in cui le mie percezioni si amplificavano per il fatto stesso di condividere lo spazio con strumenti concepiti a allo scopo di espandere le capacità sensoriali.
Poi, del tutto casualmente e curiosità personale, ho assistito alla première Ducati. Ed ho ritrovato, nei video di presentazione come nelle specifiche tecniche delle moto, le stesse emozioni – nel senso di reazioni del sistema nervoso – provate all’Euronaval.

Similarità che si potrebbero estendere alla semantica (ad esempio nell’uso del termine “configurazione”) o ai materiali (la fibra di carbonio innanzitutto e soprattutto per il suo aspetto).
Ma il paragone più intenso e ambiguo al tempo stesso è quello che mi porta a considerare moto e armi come espressioni delle pulsioni primarie della nostra specie, materializzazioni dei miti, archetipi culturali. James Hillman, visionario filosofo e psicologo scomparso pochi anni fa, le definirebbe “costanti della dimensione umana”. Troppo umana.

A proposito di paragoni: ascoltate le colonne sonore dei due video
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L’ultima frontiera

Il Borneo è stato definito “l’ultima frontiera ai confini del mito”. La frontiera di quel mito l’ho attraversate molte volte. E ogni volta era più difficile uscirne, col corpo e con la mente. Una volta ho rischiato di non uscirne proprio. Non tutto intero, almeno. Ma è la mente, soprattutto, a restarne invischiata in una ragnatela di sensazioni, visioni, sogni: dopo due settimane in quell’ambiente non riesci più a venirne fuori.
Ci ripenso perché un vecchio amico mi ha invitato a partecipare a un libro sugli italiani nell’Oceano Pacifico. E ho scelto di scrivere il capitolo su Odoardo Beccari, un naturalista fiorentino che, tra il 1865 al 1878, esplorò le foreste dell’estremo sud-est asiatico. Spesso rimanendo isolato per mesi. Così le descrisse: “Infiniti e variati sono gli aspetti sotto i quali si presenta, come i tesori che nasconde…Il suo mistero, sacro alla scienza, tanto appaga lo spirito del credente, quanto quello del filosofo indagatore”. Si comprende perché i suoi resoconti abbiano ispirato Salgari. Ma Beccari non è personaggio salgariano. E’ più complesso, come si rivela nel suo “Nelle foreste del Borneo”, dalla scrittura piena di passione, considerazioni filosofiche, anche poetiche. Ricorda meglio certi personaggi conradiani, lo stesso Conrad.
Cominciando a documentarmi su Beccari, scopro nuove storie, ne riscopro altre disperse tra i files, tornano in mente letture e ricordi di viaggio. Si compone un intreccio di trame e personaggi in cui appaiono mari, foreste e grandi fiumi, bassifondi e alti fondali, pirati e cacciatori di pirati, gentiluomini di fortuna e sfortunati avventurieri, commercianti, esploratori, vecchie carrette e Land Rover.
Perduto in questa biblioteca di babele, penso che l’unico modo di uscirne sia riprendere un cammino, uno qualsiasi. Magari cominciando proprio da questi Bassifondi. Prima che la memoria dei passi si perda anch’essa, quando i sogni si confondono con gl’incubi e le visioni con i fantasmi.
Il Borneo - è scritto nell'introduzione a “La follia di Almayer” di Conrad - è uno di quegli scenari che sono una “metafora delle azioni che vi accadono”.


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Storia e Fantasy

“La sapienza non è la capacità di rispondere a ogni quesito, ma è lo sforzo di affrontare un quesito fino in fondo…queste domande sono il presupposto della conoscenza sapienziale”. E’ una delle infinite citazioni che si possono ricavare dalla monumentale opera di Elemire Zolla, “Il conoscitore dei segreti”, uno dei più grandi intellettuali del Novecento.
«Come nascono le città? Perché si passa da un villaggio alla città? Questo ti fa capire i meccanismi della storia». Queste le domande che ispirano la ricerca dell’archeologa italiana Patrizia Zolese, “La signora delle città perdute”.
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I due personaggi appartengono a dimensioni filosofiche e spirituali lontane. Ma, come negli universi paralleli, coesistenti e connesse da passaggi nel continuum spazio-temporale. Nel loro caso quella porta si trova nell’Oriente antico.
“Il corso della storia è meno condizionato dagli eventi effettivamente accaduti che dalle rappresentazioni mentali, spesso fantasiose, costruitevi sopra” ha scritto lo storico Felipe Fernandez-Armesto, offrendo con questa citazione un altro punto di passaggio. E’ un modo per spiegare la connessione precedente. Le ricerche della Zolese, infatti, sono perfette per la costruzione di rappresentazioni mentali: templi, monumenti o intere città di civiltà scomparse non sono solo tessere di pietra nel domino della storia. Sono un paesaggio per storie anche fantasiose. E Zolla, immaginifico conoscitore di segreti, mi è sembrato un personaggio che poteva ben introdurre il senso delle ricerche della Zolese, la sua prospettiva sapienziale.
A questo punto potremmo far apparire altri personaggi e altre storie: le vicende nel mar della Cina meridionale sulle rotte degli antichi mercanti Cham, le esplorazioni nell’alta giungla della montagna sacra che domina la costa lao del Mekong, le vicende che hanno ispirato Kipling nella sua road to Mandalay. Sono tutte rappresentazioni mentali costruite sulle ricerche di Patrizia. Tutte in luoghi che, anche (per non dire soprattutto) grazie a lei (responsabile archeologico-culturale per l’Asia della Fondazione Lerici), sono divenuti patrimoni culturali dell’umanità: il sito di Vat Phu, nel sud del Laos, definito “la culla della civiltà khmer”, quello di My Son, sulla costa centrale del Vietnam, uno dei più importanti centri dell’antico regno Champa. Infine, i siti delle città dell’antico regno dei Pyu, nella regione centrale del Myanmar (paese più noto col nome di Birmania).
«Una delle più grandi civiltà del sud-est asiatico» la definisce Patrizia. «Una di quelle popolazioni che cambiano le cose». Ancora una volta la storia e le rappresentazioni che su di essa si costruiscono sembrano combaciare: nel giugno scorso, infatti, le antiche città Pyu, hanno dato al Myanmar il primo ingresso nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco.
Lo dice anche Patrizia: «Alla fine il mio lavoro sta tutto in due parole: logos e archeo». Archeo in greco significa antico. Logos vuol dire ragionamento ma anche racconto.

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Un golpe postmoderno

“Come interpreti la strategia dei militari thai nei confronti dei media? Perché è così importante per loro controllare tv e giornalisti?”. Questa domanda mi è stata rivolta qualche giorno fa da una giovane giornalista di una delle più importanti reti televisive globali. Domanda stupefacente, letteralmente. Mi stupisce il candido stupore della giornalista: perché è importante controllare l’informazione in caso di colpo di stato??!!
E’ così da sempre. Senza studiare i classici (che siano Sun Tzu o Machiavelli), basterebbe sfogliare un interessante libretto di Edward N. Luttwak: Coup d'État: A Practical Handbook. E’ stato pubblicato nel 1968, in un’epoca in cui i colpi di stato erano molto più diffusi e il concetto d’informazione più approfondito. L’informazione al tempo dei social media sembra una conferma del principio d’indeterminazione. La velocità rende impossibile determinare contemporaneamente l’approfondimento.
La Thailandia del colpo di stato, Bangkok in particolare, sta diventando un laboratorio dove si verifica questo fenomeno di politica quantistica. Pochi manifestanti molto osservati da un nugolo di fotografi, operatori, reporter. La comunicazione via twitter, più che ai manifestanti serve ai giornalisti per sapere dove trovarli. Ne consegue una distorsione dell’oggetto osservato e quindi della comunicazione. Come dimostra quella stupefacente domanda: l’effetto (il controllo) occulta la causa (la presa di potere). La mancanza d’approfondimento, inoltre, giustifica un’altra distorsione della realtà: quella che si verifica utilizzando foto riprese tra il 2006 e il 2010 semplicemente perché più drammatiche o perché mostrano i carri armati in strada.
Questo è un golpe postmoderno in tutti i sensi. I pochi manifestanti che si materializzano, specie durante il week-end, in vari punti di Bangkok utilizzano modi sempre più creativi, ispirati a messaggi e forme della cultura globale, per dimostrare il proprio dissenso. Come il saluto “rivoluzionario” tratto dal film Hunger Games, la lettura in piccoli gruppi (per non infrangere la legge marziale) di 1984 di George Orwell, i “sandwiches for democracy” (“stiamo solo mangiando un sandwich” hanno detto le universitarie fermate per aver infranto la legge marziale). Senza contare che, subito dopo il golpe, uno degli emblemi dell’opposizione era Ronald McDonald, il pupazzo clown di McDonald, dato che uno di quei fast food era ritrovo dei manifestanti.
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I militari, dal canto loro, hanno adottato una tecnica mista, “overt and covert”, aperta e occulta, che è la rielaborazione del concetto d’alternanza duro-morbido insito in tutta le cultura e le arti marziali asiatiche.
L’apertura, o la morbidezza, si esprime soprattutto nell’operazione “ridiamo la felicità al popolo”, lanciata sul modello dell’idea di felicità interna lorda. Quell’indicatore di benessere è stato adottato diversi anni fa nello stato himalayano del Bhutan ed è divenuto un modello d’economia politica d’ispirazione buddhista nonché un felice esempio di marketing.
Per ridare felicità al popolo la giunta thailandese ha un programma ambizioso: misure economiche (alcune già sostenute dal governo deposto) a sostegno delle classi più povere e egli agricoltori. Rilancio delle grandi opere (alta velocità, prevenzione delle inondazioni). Campagna contro la corruzione e per la trasparenza nelle rendite dei pubblici ufficiali. Miglioramento dei servizi pubblici. Promozione del turismo interno (con tour a basso costo). Inoltre ha sottilmente lanciato una campagna d’orgoglio nazionale contrapponendo i valori asiatici (quegli stessi sostenuti dalla Cina) in contrasto ai valori che gli occidentali con un po’ di arroganza culturale si ostinano a chiamare “universali”.
Considerando la vocazione thai al “sanuk”, il divertimento, la felicità è perseguita anche con concerti, spettacoli, siparietti di ragazze in mini-mimetiche, bancarelle di cibo gratis e addirittura un servizio di barbiere. Sempre in nome del divertimento e pensando anche ai turisti, il coprifuoco è stato annullato nelle destinazioni di vacanza e là dove erano previsti i “full moon party”.
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Wilawan Watcharasakwet/The Wall Street Journal
In questo schema l’infelicità diventa una colpa, appare come una manifestazione antisociale, nichilista, di chi non riconosce all’esercito il merito di aver riportato l’ordine nel paese. Più che al 1984 di Orwell, bisognerebbe riferirsi a Il mondo nuovo di Huxley.
L’aspetto occulto, duro, si manifesta nella repressione di ogni dissenso, anche minimo, nelle limitazioni dei diritti e delle libertà civili, nel controllo sui media e ancor più sull’educazione. Più inquietante ancora è la capacità di convincere gli oppositori arrestati a sottoscrivere una sorta di abiura. Il che è accaduto nonostante i periodi di detenzione in molti casi siano stati molto brevi e, come hanno ammesso gli ex detenuti, più simili a “una specie di vacanza”. Forse è proprio questo il meccanismo di pressione psicologica più potente, almeno per la mente asiatica: il sottinteso. Unito alla consapevolezza che, se il confronto degenera, non c’è più alcuno spazio d’accordo.
A livello di opinione pubblica il vero flop è stato il blocco di Facebook per mezz’ora. Doveva essere un avvertimento. Ma si è ritorto contro i militari: la reazione di milioni di utenti è stata feroce. Non perché sentissero minacciata la libertà di espressione, ma perché non potevano più comunicare con gli amici, postare foto, fissare appuntamenti, organizzare incontri e condividerli.
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Cicero pro domo mea

«Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo» scrisse Marco Tullio Cicerone. “La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”. La citazione è tratta dal De re publica (II, 43). Scritto tra il 55 a.C. e il 51 a.C - ossia duemila e settanta anni fa - è un trattato di filosofia politica sul modello de La Repubblica di Platone, là dove appare un altro formidabile aforisma: «Felice la nazione i cui filosofi sono re e i cui re sono filosofi”.
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Confesso un peccato grave: avevo dimenticato Cicerone, Platone e altri giganti della mia cultura occidentale, italiana. Lo ammetto: ho ripensato a Cicerone leggendo un romanzo che lo ha per protagonista. Non un libro fenomenale, ma mi è apparso come un caso di sincronicità. Le “coincidenze significative”, come sono chiamate le manifestazioni di questo fenomeno, erano tante: nella Roma di Cicerone e nella Bangkok di oggi (dove un Cicerone non c’è e nemmeno un Cesare, ma molti Catilina) si ritrovano le discussioni sulla libertà e sulle sue limitazioni, colpi di stato, patrizi e plebei, indovini e presagi, tribuni del popolo e candidati al consolato.
Ma non sono queste le coincidenze più significative. Sulla Thailandia, alla fine, si sta già dicendo troppo o troppo poco. Quel caso di sincronicità mi ha indotto a una nuova riflessione sui diversi modi di percepire cultura, civiltà, progresso.
Quando torno in Italia, come parlando con italiani in viaggio o residenti all’estero, sento ripetere un lamento: sembra che non ci sia differenza tra Thailandia o altri paesi dell’area ed Europa o, soprattutto, Italia. Anzi, nel confronto il Belpaese esce a pezzi. Tanto più nelle proiezioni future. Dimenticando che la realtà di paesi come la Thailandia la viviamo in maniera privilegiata. Vediamo ma non osserviamo, non analizziamo. Insomma: non sappiamo. Il golpe in Thailandia, l’introduzione della sharia in Brunei, le violazioni dei diritti umani nei paesi dell’aerea ci appaiono fenomeni marginali rispetto alla crisi economica che segnerebbe il tramonto dell’Occidente. Siamo talmente focalizzati su noi stessi da scordarci di che cosa facciamo parte, del nostro sistema sociale, dei nostri valori.
Ci scordiamo Cicerone. Della nostra cultura, della nostra realtà. O peggio, non conosciamo la prima e non riusciamo ad apprezzare la seconda. In questo, sì, siamo globalizzati in un mondo di realtà virtuale dove l’informazione è autoreferenziale, dove la connessione crea incomunicabilità.
E’ una riflessione che vale anche al contrario, per gli altri. Gli asiatici, infatti, specie in Thailandia, giustificano ineguaglianze, colpi di stato, restrizioni e violazioni dei diritti umani affermando che i loro paesi non sono pronti per la democrazia, che per loro non si possono ancora applicare i valori dell’occidente. Al tempo stesso, però, contestano quegli stessi valori in funzione di una pretesa superiorità morale che deriverebbe proprio dal mantenere immutati i propri valori.
Invece è proprio nei beni definiti “immateriali” - quali la governance, l’innovazione, the rule of law, il welfare, la cultura della libertà di pensiero - che l’Europa può riaffermare il suo ruolo, definire un modello culturale. A condizione che ne abbia coscienza e capacità di affermarlo.
Come Cicerone.
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Le illusioni della povertà

Donne sedute sui talloni, avvolte in sari colorati. Una posizione d’eleganza congenita che molte donne occidentali tentano invano di assumere.
In Bangladesh è una delle cause del prolasso della cervice. Dopo il matrimonio precoce, le numerose gravidanze, il lavoro nei campi.
Siedono così sul ponte della “Rongdhonu”, nave che Greenpeace ha ceduto a Friendship, organizzazione che ha per obiettivo l’assistenza medica nelle zone più povere e isolate di uno dei paesi più poveri e isolati del mondo. Una di queste, la più povera e isolata, è nel Golfo del Bengala, là dove il Gange e il Brahmaputra si congiungono in un immenso delta di paludi e basse terre. Ciclicamente devastato da cicloni e sommerso dai flussi di marea. Un mondo d’acqua dove non si trova acqua potabile.
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Alcune di quelle donne sono fortunate: vengono operate da un team di dottoresse venute dagli Stati Uniti. Altre meno. Come quella che forse ha il cancro – non lo sa con certezza, forse lo scoprirà morendo. Non appare sconvolta. Là dove la più comune malattia può rivelarsi fatale, il cancro è una malattia come le altre. Continuo a osservarla mentre torna a terra a bordo di una nouka, una malconcia barca da pesca, che fa la spola tra la riva e la nave ospedale col suo carico di donne in sari. Poco a poco, con la lontananza, appare quasi una scena dipinta da Gauguin. In posti come questo la prospettiva, la distanza, non sono più un punto di vista, creano un paradosso illusorio.
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La miseria crea la bellezza e la pura bellezza è fatta dalla miseria. Come la donna che trascina una rete camminando nel fiume. Non senti il peso della rete e il fango sul fondo, lo sforzo che giorno dopo giorno provoca il cedimento degli organi pelvici. Vedi solo un colore che si riflette nella corrente.
Sul ponte del Rongdhonu, invece, sei vicino: senti gli stessi odori, lo stesso calore, vedi le donne che attendono la visita, quelle ricondotte in barella sul ponte dopo l’operazione: addormentate, sono deposte su una branda da altre donne perché gli uomini, secondo i precetti dell’Islam, non possono toccarle. La convalescenza avverrà qui, riparate da un tendone, per due o tre giorni. Sotto una branda, la sacca del catetere è accanto a una pentola di dahl, la zuppa di lenticchie.
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E’ l’ennesimo paradosso: sono state operate da un team d’altissimo livello ma poi, in un passaggio spazio-temporale che forse ricorderanno come un sogno, sono ricondotte alla loro condizione umana naturale.
Accade lo stesso, all’inverso, per le dottoresse e le infermiere americane. Passano da una sala operatoria che, pur con molti limiti, risponde agli standard occidentali, a una corsia sul ponte di una nave che ogni giorno di più somiglia a una vecchia carretta. Ma non hanno tempo di percepire il contrasto. Queste donne sono la dimostrazione che l’impatto tra culture può generare energia positiva.
I miraggi scompaiono con la notte. E’ un momento di quiete. Si vedono le stelle, anche perché non ci sono luci a terra a offuscarle. L’aria rinfresca. Sul ponte si ricrea l’atmosfera di un villaggio: le pazienti sono accudite dai parenti, c’è chi mangia e chi si stende sul ponte sopra una stuoia tenendo accanto i bambini più piccoli. I pochi uomini presenti chiacchierano tra loro a bassa voce.
Sul ponte superiore, ai lati della plancia, il comandante e qualche marinaio pregano rivolti a ovest. Il motorista mi porta un tè scuro e zuccheratissimo, ricambio con una sigaretta. Racconta che più a sud, tra le foreste di mangrovie di Sundarbans ci sono i pirati. Poco prima, scendendo la corrente, c’è Bani Shanta, una lingua di fango e capanne, dove vivono un centinaio di prostitute. Pirati e puttane dipendono dal traffico nel delta: cargo che trasportano merci che non valgono l’assicurazione ed equipaggi che hanno valore solo per le puttane.
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«Però è bello qui» conclude il motorista gettando l’ultima delle mie sigarette nel fiume.
E’ bello davvero, ma la quiete della notte dura poco. Due ore più tardi è squarciata da un temporale. Il vento rischia di strappare il telone che copre le brande delle donne operate. Bisogna levarlo, ma la pioggia è torrenziale. Le donne devono essere trasportate all’interno, al coperto e con loro tutte le famiglie che le assistono. Si ammassano in ogni spazio disponibile. Il calore accumulato dalle lamiere durante il giorno ristagna. I ventilatori cercano di disperderlo, poi si fermano: il generatore di bordo non regge lo sforzo.
Non è un ciclone, nemmeno una delle tempeste che scandiscono la stagione dei monsoni. E’ solo un temporale, ma ti fa comprendere l’impatto del clima dove si manifesta con più violenza, dove c’è solo un telone o il tetto di una baracca a proteggerti, mentre il terreno si trasforma in palude. Le grandi calamità naturali fanno decine di migliaia di morti in breve tempo, ma questo clima uccide comunque, lentamente. Ti distrugge giorno dopo giorno, per le malattie o l’impossibilità di restituire un prestito – magari destinato a una coltivazione di gamberetti sparita con una piena.
A bordo del Rongdhonu ritrovo un articolo messo da parte in previsione di questo viaggio e poi dimenticato. S’intitola Poor Choices. Che non significa scelte povere, bensì scelte sbagliate. E’ la recensione-riflessione su alcuni saggi che analizzano le radici della povertà estrema, la condizione di un miliardo di persone che vivono con poco più di un dollaro il giorno. Ma anche l’inadeguatezza del nostro modo di affrontare il problema. “La povertà presenta una sfida sia morale sia intellettuale” leggo. E mentre scrivo mi rendo conto, che la seconda è la più difficile da affrontare. Bisogna superare barriere concettuali e culturali ormai divenute quasi una legge morale. Come il sostegno a certe Ong locali utilizzate per entrare in politica. O l’adesione mistica al sistema del microcredito. Basterebbe ascoltare Shushuma, una donna di sessant’anni che ha chiesto un prestito di 10.000 taka (circa 95 euro) alla Grameen Bank al 18% d’interesse. Li ha dati al figlio, per quella coltivazione di gamberetti.
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I Bassifondi dell'Anima

A una decina di chilometri da Chiang Mai, la seconda città della Thailandia, nel nord, è stato appena aperto il primo monastero benedettino del paese. Ci vivono cinque monaci, tutti vietnamiti. Leggo la notizia sul sito AsiaNews. L’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere precisa che è “un primo, concreto gesto di ‘nuova evangelizzazione’, nel senso che è messa al primo posto non tanto un’opera educativa o di sostegno sociale, quanto ciò che rappresenta il fondamento anche della religione buddista, ossia la vita monastica e contemplativa”.
E’ l’ennesimo caso di sincronicità: eventi connessi senza un rapporto di causa-effetto: “coincidenze significative” le definiva Jung. Sto lavorando a un racconto su un “monaco della foresta” birmano. Che a sua volta segue l’incontro con un altro monaco thailandese. Sembra proprio che la storia continui a Chiang Mai.
Cerco subito di contattare il monastero. E’ meno facile di quel che pensi, ma alla fine ci riesco e pochi giorni dopo sono là. Si trova in una zona nota come Villa Farang, dove i farang, gli stranieri, che hanno sposato una thai costruiscono le loro villette. E’ sul terreno di una vecchia piantagione di manghi, banani, fichi, che ancora fanno da sfondo, danno ombra e frutti. Della piantagione è rimasto anche un piccolo stagno popolato da pesci gatto, due serre che ospitano il pollaio e un capannone che serviva da alloggio e cucina per i contadini ed è utilizzato come cucina e mensa. «Così gli odori di cibo restano qua» spiega padre Nicolà, l’unico dei quattro monaci che parla un po’ d’inglese.
Il monastero vero e proprio è un edificio bianco appena costruito. Ci sono dieci celle per i monaci, otto stanze di foresteria, locali di servizio, una sala riunione e una cappella. Alloggio vicino alla cappella, in una stanza luminosa, confortevole, con un bagno privato con water e doccia. Dalla finestra vedo il filare di altissimi bambù che circonda il convento come una cortina verde.
I monaci sono gentili, sorridenti. Secondo la Regola di San Benedetto, “Ora et Labora”, alternano momenti di preghiera e lavoro dedicandosi alla cura delle piante, alle faccende quotidiane, al pollaio.
Insomma, quel monastero è un bel posto, sereno.
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E allora perché non sto bene? Perché me ne vado dopo pochi giorni?
Non è per gli orari. La sveglia è alle quattro per la prima preghiera, ma è l’ora più fresca e poco più tardi posso dedicarmi a qualche esercizio fisico.
Non è per il cibo. Al contrario dei monaci buddhisti che si limitano al pasto di mezzogiorno, qui la giornata prevede prima colazione, pranzo e cena. Ed è tutto buono – spaghetti a parte, lo devo confessare. Probabilmente perché si prendono cura di me, vanno ogni giorno al mercato per acquistare qualcosa di speciale.
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Non è per i lunghi momenti di preghiere che scandiscono la giornata secondo la canonica liturgia delle ore. Né perché sono recitate in vietnamita. Anzi: accompagnato dalle tonalità altalenanti di quelle preghiere riesco a concentrarmi in meditazione come non mi accade spesso.
Non è per i tempi vuoti tra pasti e preghiera trascorsi in solitudine. Passeggio nei dintorni, fotografo i bambù, parlo con un geko, leggo, scrivo.
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Il fatto è che mi manca qualcosa che alimenti la mia irrequietezza. Forse mi manca proprio il disagio avvertito tra le montagne dello Shan o al confine con il Laos nei ritiri dei “monaci della foresta”. Quelle situazioni che mi danno un senso di totale estraniazione. Forse il mio è un disagio esistenziale. Tanto più quando scopro che, secondo la Regola di San Benedetto, i monaci peggiori sono quelli “detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola”.
Non comprendo il nesso tra il girovagare e il vizio. San Benedetto ha per i monaci girovaghi lo stesso disprezzo che i samurai nutrivano per i ronin, i samurai decaduti, senza più padrone. In un modo o nell’altro tutto si riconduce sempre alla contrapposizione tra principio d’autorità ed etica individuale.
Personalmente sono sempre stato affascinato dai guerrieri erranti. Come dalla loro incarnazione monastica, gli Unsui della tradizione buddhista, che passavano da un tempio all’altro cercando un Maestro. Il loro nome significa “nuvole e acqua”, rifacendosi a un poema cinese che recita: “Vagare come nuvole e scorrere come l'acqua". Senza contare che uno dei più grandi monaci erranti è proprio un mistico cristiano, il trappista Thomas Merton. Scrive in una delle Preghiere:
“Io, Signore Iddio, non ho nessuna idea di dove sto andando.
Non vedo la strada che mi sta davanti.
Non posso sapere con certezza dove andrò a finire.
Secondo verità, non conosco neppure me stesso
e il fatto che penso di seguire la tua volontà non significa che lo stia davvero facendo…”.
Forse, però, la causa del mio disagio è nel ripetersi di situazioni che rischiano di farmi perdere la strada, un po’ come in questa storia.
Forse, alla fine, sto facendo troppi giri nei bassifondi dell’anima. E’ tempo di tornare in quelli veri.
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Le mappe dei sogni

«E poi ci sono le mappe dei sogni…» inizia a raccontare il Cartografo mentre costeggiamo una lunghissima, candida spiaggia di un’isola al largo della costa cambogiana.
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Il Cartografo trascorre molto tempo in un bungalow sospeso sull’acqua su pali rossi. E’ il suo ritiro. Era la sua base per disegnare le carte delle isole. Prima ancora aveva fatto lo stesso lavoro tra Tibet e Nepal.
Le mappe dei sogni. Non rappresentano luoghi fantastici, immaginari. Non sono il disegno di luoghi, come quella spiaggia, in cui si materializza l’immagine matrice dell’isola dei sogni. Non sono paragonabili alle mappe mentali degli aborigeni australiani, che ripercorrono le vie create dall’incessante cammino dei mitici progenitori nel Tjukurrpa, il Tempo del Sogno.
Secondo quel cartografo e altri sognatori come lui, sono un po’ di tutto questo. Sono mappe di luoghi reali, esistenti. Ma sono dei sogni perché rappresentano luoghi sognati, che si credevano inesistenti, leggendari, che sono state tracciate seguendo e verificando un mito, un racconto. Com’è accaduto a lui. «Mi dicevano che in un sentiero himalayano c’era una porta che si apriva in una valle…Quella porta c’era e si apriva in una valle». E’ così che ha disegnato la carta della Naar Phu, la valle perduta dove si entra attraverso una porta, popolata dai discendenti dei guerrieri Khampa.
Girando tra le isole e raccontandoci storie sull’Asia, reali e sognate, le mappe si materializzavano nei racconti. «Il cartografo serve a questo. A disegnare quello che c’è sotto, quello che i satelliti non riescono a vedere». La sua era una versione topografica dell’illusione tantrica di Maya, qualcosa che sta tra l’illusione e la disillusione, la percezione del mondo come un’illusione, come un sogno. E in questo sogno narrato le mappe si popolavano di spiriti. “Gli antichi cartografi scrivevano sulle regioni inesplorate: ‘Qui stanno i leoni’. Sui villaggi di pescatori e zappaterra, che sono gente così diversa da noi, possiamo scrivere una sola riga, ma indubitabile: ‘Qui stanno gli spiriti’” ha scritto William Butler Yeats in una delle sue Fiabe Irlandesi.
Dopo quel viaggio ho continuato a pensarci, come se stessi sognando una mappa composta da luoghi, ricordi, viaggi, libri, incontri. Ero “trafitto da meridiani e paralleli” come tanto tempo fa mi disse Alberto Ongaro, citando a sua volta Hugo Pratt.
Inevitabilmente m’è tornato in mente l’aforisma di Alfred Korzybski, il padre della semantica generale: “La mappa non è il territorio”. In realtà m’è rimasto impresso soprattutto perché è una battuta di Robert De Niro nel film Ronin. Il significato è evidente, ma quel giro in barca mi ha portato a pensare che la mappa può essere il territorio, soprattutto se si tratta di una mappa del sogno. E’ quasi ciò che affermava Gregory Bateson, avventuriero del pensiero: “Forse la distinzione tra il nome e la cosa designata, o tra la mappa e il territorio, è tracciata in realtà solo dall’emisfero dominante del cervello. L'emisfero simbolico o affettivo, di solito quello destro, è probabilmente incapace di distinguere il nome dalla cosa designata: certo esso non si occupa di questo genere di distinzioni”. Non a caso Bateson è il teorico dell’ecologia delle idee, un metodo olistico, volto ad individuare le connessioni esistenti tra fenomeni come la struttura delle foglie, la grammatica di una frase, la simmetria bilaterale di un animale, la corsa agli armamenti.
Mentre mi perdevo tra queste connessioni, ho ritrovato una citazione che avevo annotato in altri tempi: “Esigua è la differenza tra la recitazione comune del rosario di primo mattino e la costruzione di una rosa dei venti sulla carta geografica. In entrambi i casi si tratta di una forma di meditazione”. Si adattava perfettamente al mio stato d’animo e credo possa valere anche per il Cartografo. E’ tratta da Il Sogno di disegnare il Mondo, un libro di James Cowan, nomadico autore australiano, che racconta la vita di Fra Mauro, monaco e cartografo del XV secolo che ha dedicato la vita a disegnare il mondo allora noto, basandosi a sua volta sui racconti di viaggiatori, marinai e mercanti.
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Nel frattempo, alle mappe dei sogni e agli antichi planisferi si erano sovrapposte quelle delle possibili rotte dell’aereo fantasma del volo MH370, Che a loro volta, almeno inizialmente, intersecavano quelle del Mar della Cina del Sud, possibile teatro di un’altra guerra mondiale o di guerre locali ad alta intensità.
Anche di questi scenari e intrighi avevo chiacchierato con il Cartografo. «I cartografi sono un po’ come le spie» aveva detto. Si riferiva ai tempi del Grande Gioco (il Torneo delle Ombre lo chiamavano i russi), quando molti degli uomini che tracciavano le carte dell’Asia erano agenti di qualche potenza imperiale. Ma forse non pensava solo a quei tempi: le grandi agenzie d’intelligence come lo U.S. Special Operations Command (USSCOM) stanno riscoprendo la necessità di integrare i dati geospaziali con rilievi sul terreno per pianificare meglio le azioni nelle Zone Oscure del Pianeta. E’ la riscoperta dell’humint, l’intelligence umana. L’intelligence, nel senso di “capacità di apprendere o comprendere cose o riuscire ad affrontare nuove e difficili situazioni”, è qualcosa che non può essere affidato a una macchina, né ai dilettanti. Il che vale per la cartografia, lo spionaggio e ogni altra attività. Ma questa è un’altra storia.
Oppure no? La cartografia, la geografia, in questo caso, divengono una metafora dei cambiamenti e degli adattamenti che l’uomo dovrebbe affrontare, rovesciando la prospettiva di Marshall McLuhan: il medium NON è il messaggio. Lo dimostra Robert D. Kaplan, capo analista di Sratfor, “prolifico viaggiatore e stratega”. “Il mondo non è piatto, la geografia (come la storia, aggiungo) non è morta”… “Il territorio e i legami di sangue che vi scorrono sono al centro di ciò che ci rende umani” ha scritto nel recente articolo Geopolitics and the New World Order. E’ in quest’ottica, ad esempio che si può comprendere e, soprattutto, si può giocare la partita nel Mar della Cina del Sud (oggetto dell’ultimo libro di Kaplan, Asia's Cauldron: The South China Sea and the End of a Stable Pacific), divenuta il vero fulcro del confronto tra civiltà orientale e occidentale.

«La terra è una mappa. Non c'è geografia senza significato e senza storia». Così mi ha detto un vecchio aborigeno Warlpiri incrociato nel Grande Centro Rosso australiano.


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