Sul filo del rasoio
18/05/12 05:21 Filed in: Storie
“Difficile è il passo sul filo tagliente di un rasoio: così i saggi dicono che è ardua la via della salvezza”. E’ un passo della Katha Upanishad, una delle più antiche scritture della religione hindu, detta anche “La Morte come Maestra”. E’ citato in apertura del romanzo di W. Somerset Maugham Il filo del rasoio.
Stesso titolo e analogie esistenziali in un libro appena uscito: Razor’s Edge, autobiografia di Peter “Razor” Slade. Un uomo con molti interrogativi. «Sono un mercenario? Sono un consulente per la sicurezza? Sono un imprenditore militare privato? Sono un free lance o, come certi dicono oggi, sono un deniable, un uomo che viene sconfessato? Sono un po’ di tutto questo, forse?».
Slade, australiano, ha combattuto la sua prima guerra in Vietnam, dove arriva nel ’68 e ci resta sino al ’70. Da allora, salvo rari momenti di quiete, non ha mai smesso di combattere, in un modo o nell’altro. Nel 2005, a 57 anni, quando molti pensano alla pensione, è partito per l’Iraq. Lo tsunami che aveva colpito l’isola di Phuket, in Thailandia, dove viveva e vive con la moglie Nen, lo aveva rovinato. Non poteva far altro che firmare come security contractor per guidare i convogli che attraversavano il paese. In sette anni ha compiuto mille missioni. Poi ha deciso che era arrivato il momento di tornare a casa. Non che si fosse stancato, aveva litigato.
È contento di vedere che il suo libro abbia suscitato interesse. Più ancora che ci sia qualcuno che vada a trovarlo per ascoltarlo. Forse perché per troppo tempo è vissuto nell’ombra della “deniability”, un’ossessione per lui. E’ un termine ambiguo, rappresenta un concetto che lo è ancor di più: un potente giocatore manovra le sue pedine senza mai apparire, tanto pronto a sacrificarle quanto abile nell’attribuire ad altri le mosse sbagliate.
Slade materializza l’immagine del contractor nel fisico, per come parla, si presenta, in particolari come lo Zippo decorato da emblemi militari. Ma infrange anche molti stereotipi. Proprio per il suo voler uscire dall’ombra della deniability, ripete la necessità di regole. Paradossalmente, ma non tanto, delinea l’immagine del contractor ideale descritto da Laura Dickinson del “Center for Law and Global Affairs”. Nel saggio Outsourcing War and Peace: Preserving Public Values in a World of Privatized Foreign Affairs, la Dickinson cerca di definire nuove regole affinché i contractor si adeguino ai valori condivisi di diritti umani, rispetto dei principi di democrazia, trasparenza.
Ma soprattutto Razor esce da quelli che lui chiama “i suoi silenzi”. Parla. Parla moltissimo, quasi ininterrottamente, le parole che inseguono «mille pensieri di continuo».
Così, almeno per me, lo Starbucks del centro commerciale Jonceylon di Phuket, diventa come il cafè del porto di Tolone descritto dall’Io narrante del romanzo di Maugham: “fa l’effetto di un capolinea dove convergono tutte le vie del vasto mondo”. E come in quel romanzo il narratore entra nella trama, così, ascoltando Razor, scorrono immagini di luoghi che conosco, scene di cui ho visto tracce e macerie, storie di cui ho incontrato altri reduci. Il senso delle sue domande potrei farlo mio: in fondo la differenza tra un free lance che interpreta le storie e uno che le racconta sta anch’essa sul filo di un rasoio. In entrambi i casi si patiscono simili “danni collaterali”, come li chiama Razor: problemi con gli amici, la famiglia. Allo stesso modo ti senti in una “comfort zone” quando ti trovi in una situazione che ti coinvolge profondamente.
«La guerra è una droga. Non per il combattimento, ma per l’ambiente» dice Razor. E non si riferisce solo all’“hostile environment”. Pensa all’amicizia che la guerra crea, a quella che in Australia chiamano “mateship”, la fratellanza, da mate «che non è solo un amico, è uno a cui affidi la vita». Come scrisse Hemingway, la guerra è male, ma c’è qualcosa nella guerra che, oltre al peggio, tira fuori anche il meglio degli uomini.
Razor s’inserisce in una cultura anch’essa deniable, negata, dichiarata falsa, scorretta. Quella analizzato dal filosofo James Hillman in Un terribile amore per la guerra, dove, frantumando la retorica politicamente corretta, ci spinge dentro “lo stato marziale dell’anima”. E’ quella raccontato da Sebastian Junger in War, cronaca e riflessione della sua esperienza da embedded in Afghanistan. Da quell’esperienza Junger e il fotografo Tim Hetherington (ucciso nel 2011 in Libia) hanno anche realizzato il documentario Restrepo. Libro e documentario sono una meditazione sulla guerra come condizione senza tempo dell’uomo. La guerra è ciò che Junger definisce “la difesa della tribù”, un istinto ancestrale. “La difesa del gruppo può rivelarsi così istintiva, può dare una tale dipendenza, che diviene la ragione stessa per cui il gruppo esiste…I ragazzi non combattono per la libertà o per patriottismo. Combattono perché sanno che possono essere uccisi”. Istinto che riappare nel saggio What It Is Like to Go to War di Karl Marlantes, che ha combattuto in Vietnam e ha già raccontato la sua esperienza in un romanzo divenuto bestseller: Matterhorn (qui in una recensione di Sebastian Junger).
Ma queste sono considerazioni che verranno dopo, quando cercherai di affermare le negazioni, esorcizzare le paure, sciogliere i dubbi. «Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?» è la domanda che Razor ripete spesso e ti contagia.
Ascoltando Razor, d’un tratto, come il narratore del libro di Maugham, prendi le distanze, sei messo di fronte alle differenze. Come quando, indicando tante foto nel suo libro, Razor ripete: «Lui è morto, lui è morto, lui è morto, lui è morto…lui è morto…». Poche le morti per malattia. Un suicidio.
Quel filo di rasoio s’interseca sottilmente con molti altri, diventa una ragnatela tagliente. E senti il bisbiglio registrato del Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. “Ho osservato una lumaca strisciare lungo il filo di un rasoio, questo è il mio sogno, è il mio incubo: strisciare, scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere”.
Quel senso d’angoscia si scioglie a casa di Razor, nel nord di Phuket, in un gruppo di villette circondate da un piccolo giardino ombreggiato dagli alberi che sembra un quartiere di una cittadina dell’outback australiano. Respiri un’atmosfera quieta, mangiando un mango fresco, bevendo un succo di frutta preparato da una sorridente Nen, finalmente serena. La presenza di Razor l’avverti solo nella stanzetta dove lavora e conserva i suoi cimeli. Uno dei più preziosi è l’amaca di un soldato vietcong, ripiegata con cura assieme a molte bandiere. Emanano un leggero odore di naftalina.
Stesso titolo e analogie esistenziali in un libro appena uscito: Razor’s Edge, autobiografia di Peter “Razor” Slade. Un uomo con molti interrogativi. «Sono un mercenario? Sono un consulente per la sicurezza? Sono un imprenditore militare privato? Sono un free lance o, come certi dicono oggi, sono un deniable, un uomo che viene sconfessato? Sono un po’ di tutto questo, forse?». Slade, australiano, ha combattuto la sua prima guerra in Vietnam, dove arriva nel ’68 e ci resta sino al ’70. Da allora, salvo rari momenti di quiete, non ha mai smesso di combattere, in un modo o nell’altro. Nel 2005, a 57 anni, quando molti pensano alla pensione, è partito per l’Iraq. Lo tsunami che aveva colpito l’isola di Phuket, in Thailandia, dove viveva e vive con la moglie Nen, lo aveva rovinato. Non poteva far altro che firmare come security contractor per guidare i convogli che attraversavano il paese. In sette anni ha compiuto mille missioni. Poi ha deciso che era arrivato il momento di tornare a casa. Non che si fosse stancato, aveva litigato.
È contento di vedere che il suo libro abbia suscitato interesse. Più ancora che ci sia qualcuno che vada a trovarlo per ascoltarlo. Forse perché per troppo tempo è vissuto nell’ombra della “deniability”, un’ossessione per lui. E’ un termine ambiguo, rappresenta un concetto che lo è ancor di più: un potente giocatore manovra le sue pedine senza mai apparire, tanto pronto a sacrificarle quanto abile nell’attribuire ad altri le mosse sbagliate.
Slade materializza l’immagine del contractor nel fisico, per come parla, si presenta, in particolari come lo Zippo decorato da emblemi militari. Ma infrange anche molti stereotipi. Proprio per il suo voler uscire dall’ombra della deniability, ripete la necessità di regole. Paradossalmente, ma non tanto, delinea l’immagine del contractor ideale descritto da Laura Dickinson del “Center for Law and Global Affairs”. Nel saggio Outsourcing War and Peace: Preserving Public Values in a World of Privatized Foreign Affairs, la Dickinson cerca di definire nuove regole affinché i contractor si adeguino ai valori condivisi di diritti umani, rispetto dei principi di democrazia, trasparenza.
Ma soprattutto Razor esce da quelli che lui chiama “i suoi silenzi”. Parla. Parla moltissimo, quasi ininterrottamente, le parole che inseguono «mille pensieri di continuo».
Così, almeno per me, lo Starbucks del centro commerciale Jonceylon di Phuket, diventa come il cafè del porto di Tolone descritto dall’Io narrante del romanzo di Maugham: “fa l’effetto di un capolinea dove convergono tutte le vie del vasto mondo”. E come in quel romanzo il narratore entra nella trama, così, ascoltando Razor, scorrono immagini di luoghi che conosco, scene di cui ho visto tracce e macerie, storie di cui ho incontrato altri reduci. Il senso delle sue domande potrei farlo mio: in fondo la differenza tra un free lance che interpreta le storie e uno che le racconta sta anch’essa sul filo di un rasoio. In entrambi i casi si patiscono simili “danni collaterali”, come li chiama Razor: problemi con gli amici, la famiglia. Allo stesso modo ti senti in una “comfort zone” quando ti trovi in una situazione che ti coinvolge profondamente.
«La guerra è una droga. Non per il combattimento, ma per l’ambiente» dice Razor. E non si riferisce solo all’“hostile environment”. Pensa all’amicizia che la guerra crea, a quella che in Australia chiamano “mateship”, la fratellanza, da mate «che non è solo un amico, è uno a cui affidi la vita». Come scrisse Hemingway, la guerra è male, ma c’è qualcosa nella guerra che, oltre al peggio, tira fuori anche il meglio degli uomini.
Razor s’inserisce in una cultura anch’essa deniable, negata, dichiarata falsa, scorretta. Quella analizzato dal filosofo James Hillman in Un terribile amore per la guerra, dove, frantumando la retorica politicamente corretta, ci spinge dentro “lo stato marziale dell’anima”. E’ quella raccontato da Sebastian Junger in War, cronaca e riflessione della sua esperienza da embedded in Afghanistan. Da quell’esperienza Junger e il fotografo Tim Hetherington (ucciso nel 2011 in Libia) hanno anche realizzato il documentario Restrepo. Libro e documentario sono una meditazione sulla guerra come condizione senza tempo dell’uomo. La guerra è ciò che Junger definisce “la difesa della tribù”, un istinto ancestrale. “La difesa del gruppo può rivelarsi così istintiva, può dare una tale dipendenza, che diviene la ragione stessa per cui il gruppo esiste…I ragazzi non combattono per la libertà o per patriottismo. Combattono perché sanno che possono essere uccisi”. Istinto che riappare nel saggio What It Is Like to Go to War di Karl Marlantes, che ha combattuto in Vietnam e ha già raccontato la sua esperienza in un romanzo divenuto bestseller: Matterhorn (qui in una recensione di Sebastian Junger).
Ma queste sono considerazioni che verranno dopo, quando cercherai di affermare le negazioni, esorcizzare le paure, sciogliere i dubbi. «Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?» è la domanda che Razor ripete spesso e ti contagia.
Ascoltando Razor, d’un tratto, come il narratore del libro di Maugham, prendi le distanze, sei messo di fronte alle differenze. Come quando, indicando tante foto nel suo libro, Razor ripete: «Lui è morto, lui è morto, lui è morto, lui è morto…lui è morto…». Poche le morti per malattia. Un suicidio.
Quel filo di rasoio s’interseca sottilmente con molti altri, diventa una ragnatela tagliente. E senti il bisbiglio registrato del Colonnello Kurtz di Apocalypse Now. “Ho osservato una lumaca strisciare lungo il filo di un rasoio, questo è il mio sogno, è il mio incubo: strisciare, scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere”.
Quel senso d’angoscia si scioglie a casa di Razor, nel nord di Phuket, in un gruppo di villette circondate da un piccolo giardino ombreggiato dagli alberi che sembra un quartiere di una cittadina dell’outback australiano. Respiri un’atmosfera quieta, mangiando un mango fresco, bevendo un succo di frutta preparato da una sorridente Nen, finalmente serena. La presenza di Razor l’avverti solo nella stanzetta dove lavora e conserva i suoi cimeli. Uno dei più preziosi è l’amaca di un soldato vietcong, ripiegata con cura assieme a molte bandiere. Emanano un leggero odore di naftalina.

Nella sezione Storie pubblico il capitolo introduttivo di “Razor’s Edge”. Ringrazio “Razor” per la concessione (e permettermi di chiamarlo così). Già da questa introduzione si capisce che il libro si presta a diverse chiavi di lettura: da parte del pubblico “normale” oppure degli addetti ai lavori. E’ una storia che può rivelarsi sgradevole, a tratti oscura. Come molte altre parti del libro. Ma è autentica.
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Il Maestro sul Tetto
15/05/12 05:57 Filed in: Diario di bordo
«Quando il discepolo è pronto, il maestro appare» recita un detto. Non so se sono pronto, anzi non credo. Ma il Maestro mi è apparso. Era poco prima del tramonto, sopra il Chao Phraya, il fiume che attraversa Bangkok, sullo sfondo la torre di una pagoda. Non che si librasse nel vuoto. Si trovava anche lui sulla terrazza fiorita che fa da tetto al Baan Chao Phraya, il grande, alto condominio dove abito.
Il Maestro si chiama Jackie Ho. Un nome che sembra finto, tanto suona da Maestro o riecheggia quello di Jackie Chan. Ma Jackie Ho fa il cuoco. Per la precisione è l’Executive Chef di tutta la cucina cinese del Peninsula Hotel, uno dei più lussuosi alberghi della capitale del Regno di Thailandia. In precedenza ha ricoperto lo stesso incarico alla stupenda China House, il ristorante dell’Oriental Hotel. Ha lavorato anche in Indonesia, in Cina e a Hong Kong, dov’è nato. E’ considerato un Maestro della cucina cantonese.
Ma non è per questo prestigioso curriculum che ho chiesto di diventare un suo allievo. Quella sera si muoveva veloce, concentrato, preciso e potente in una forma di kung fu. Gli ho chiesto se fosse disposto a insegnarmela e lui ha acconsentito. Quindi, stando all’antica regola, è divenuto il mio Shifu, Maestro. O quasi, dato che per utilizzare questo termine dovrei essere accettato “formalmente”, con tanto di cerimonia, quale suo allievo.
Solo in seguito gli ho chiesto qual era l’arte marziale che praticava. Si chiama Hung Fut Pai ed è uno stile che deriva, come tutti, da quello elaborato nel monastero di Shaolin. E’ poco noto, dalla storia incerta, almeno per chi, come me, non abbia la capacità di consultare testi cinesi. Il Maestro Jackie l’ha imparato a Hong Kong, da bambino. E ha continuato sempre a praticarlo. Secondo lui è il più efficace, anche per difendersi da banditi di strada, come gli è capitato. Mostra una cicatrice da coltello sull’avambraccio. «Ma sono finiti tutti per terra» dice ridendo.
Da quella sera è iniziato il mio percorso da allievo. Ogni mattino alle 8 vado sul terrazzo sul tetto. E aspetto. A volte il Maestro arriva e riprende a insegnarmi i passaggi della forma base dell’Hung Fut Pai – non so ancora quanti movimenti comprenda – più spesso non c’è e io provo a ripetere quelli insegnati la volta precedente, in genere con scarso successo. Tra noi c’è una specie di tacito accordo: non fissiamo appuntamenti, né giorni, né ore. Lasciamo decidere al caso, alle coincidenze. A volte manchiamo l’incontro per pochi minuti e lo scopriamo casualmente incrociandoci sul battello che va e viene da casa.
Secondo Jackie, per imparare quella prima forma ci sarebbe voluto un mese, ma solo dopo un mese ho capito che intendeva trenta lezioni. Il che significa che dovrà trascorrere molto tempo. Intanto è un modo per esercitarsi alla pazienza, per iniziare le proprie giornate con un impegno. Non importa se non si concretizza, ti dà l’occasione di godere degli ultimi momenti di fresco sul tetto prima che sia raggiunto dalle prime vampe di calore stagionali, smaltire le tracce del sonno e dei sogni, concentrarsi sul corpo, il respiro, il sangue che scorre, i piccoli dolori.

Questa è una di quelle storie che nella tradizione giapponese (sì, spaziamo e contaminiamo le culture) si chiama zuihitsu, segui il pennello, facendo riferimento al fatto che i pensieri vi sono raccolti liberamente, facendo correre la mano che traccia i caratteri. Potrebbe essere paragonato a uno zibaldone o a una raccolta di pensieri sparsi che lascia ampia libertà all’autore. In realtà è un vero e proprio genere letterario (che prese forma nel periodo Heian, tra il 794 e il 1185 dell’Era Comune) e si riferisce a una raccolta di brevi componimenti in cui “le osservazioni e le riflessioni di chi scrive sono presentate con grazia stilistica”.
Grazia e stile a parte, questa storia è un pretesto per riflettere sulla casualità, sulle sorprese che ci riserva il mondo, tanto più in questa parte di mondo, dove il caso è inglobato nell’ordine naturale delle cose, fa parte di una trama. Insomma non è un caso.
E’ per questo che il Maestro appare.
Il Maestro si chiama Jackie Ho. Un nome che sembra finto, tanto suona da Maestro o riecheggia quello di Jackie Chan. Ma Jackie Ho fa il cuoco. Per la precisione è l’Executive Chef di tutta la cucina cinese del Peninsula Hotel, uno dei più lussuosi alberghi della capitale del Regno di Thailandia. In precedenza ha ricoperto lo stesso incarico alla stupenda China House, il ristorante dell’Oriental Hotel. Ha lavorato anche in Indonesia, in Cina e a Hong Kong, dov’è nato. E’ considerato un Maestro della cucina cantonese.
Ma non è per questo prestigioso curriculum che ho chiesto di diventare un suo allievo. Quella sera si muoveva veloce, concentrato, preciso e potente in una forma di kung fu. Gli ho chiesto se fosse disposto a insegnarmela e lui ha acconsentito. Quindi, stando all’antica regola, è divenuto il mio Shifu, Maestro. O quasi, dato che per utilizzare questo termine dovrei essere accettato “formalmente”, con tanto di cerimonia, quale suo allievo.
Solo in seguito gli ho chiesto qual era l’arte marziale che praticava. Si chiama Hung Fut Pai ed è uno stile che deriva, come tutti, da quello elaborato nel monastero di Shaolin. E’ poco noto, dalla storia incerta, almeno per chi, come me, non abbia la capacità di consultare testi cinesi. Il Maestro Jackie l’ha imparato a Hong Kong, da bambino. E ha continuato sempre a praticarlo. Secondo lui è il più efficace, anche per difendersi da banditi di strada, come gli è capitato. Mostra una cicatrice da coltello sull’avambraccio. «Ma sono finiti tutti per terra» dice ridendo.
Da quella sera è iniziato il mio percorso da allievo. Ogni mattino alle 8 vado sul terrazzo sul tetto. E aspetto. A volte il Maestro arriva e riprende a insegnarmi i passaggi della forma base dell’Hung Fut Pai – non so ancora quanti movimenti comprenda – più spesso non c’è e io provo a ripetere quelli insegnati la volta precedente, in genere con scarso successo. Tra noi c’è una specie di tacito accordo: non fissiamo appuntamenti, né giorni, né ore. Lasciamo decidere al caso, alle coincidenze. A volte manchiamo l’incontro per pochi minuti e lo scopriamo casualmente incrociandoci sul battello che va e viene da casa.
Secondo Jackie, per imparare quella prima forma ci sarebbe voluto un mese, ma solo dopo un mese ho capito che intendeva trenta lezioni. Il che significa che dovrà trascorrere molto tempo. Intanto è un modo per esercitarsi alla pazienza, per iniziare le proprie giornate con un impegno. Non importa se non si concretizza, ti dà l’occasione di godere degli ultimi momenti di fresco sul tetto prima che sia raggiunto dalle prime vampe di calore stagionali, smaltire le tracce del sonno e dei sogni, concentrarsi sul corpo, il respiro, il sangue che scorre, i piccoli dolori.

Questa è una di quelle storie che nella tradizione giapponese (sì, spaziamo e contaminiamo le culture) si chiama zuihitsu, segui il pennello, facendo riferimento al fatto che i pensieri vi sono raccolti liberamente, facendo correre la mano che traccia i caratteri. Potrebbe essere paragonato a uno zibaldone o a una raccolta di pensieri sparsi che lascia ampia libertà all’autore. In realtà è un vero e proprio genere letterario (che prese forma nel periodo Heian, tra il 794 e il 1185 dell’Era Comune) e si riferisce a una raccolta di brevi componimenti in cui “le osservazioni e le riflessioni di chi scrive sono presentate con grazia stilistica”.
Grazia e stile a parte, questa storia è un pretesto per riflettere sulla casualità, sulle sorprese che ci riserva il mondo, tanto più in questa parte di mondo, dove il caso è inglobato nell’ordine naturale delle cose, fa parte di una trama. Insomma non è un caso.
E’ per questo che il Maestro appare.
Le regole della catastrofe
21/04/12 12:15 Filed in: Dispatches
Il rischio di guerra nel Mar della Cina del Sud cresce in maniera esponenziale di ora in ora. Non una guerra globale ma locale. Anzi glocal, una guerra globale giocata in forma locale. Tra Filippine e Cina ad esempio, stando agli ultimi episodi. Che potrebbe concludersi rapidamente o evolvere.
Nel frattempo, attorno a questo scenario, si compone una trama di analisi che dicono tutto e il contrario di tutto. Tra queste segnaliamo il rapporto di Bonnie S. Glaser, del Center for Strategic & International Studies.

Full Text of Memorandum (per gentile concessione del Council on Foreign Relations).
Interessante anche l’articolo di Robert D. Kaplan, America's Pacific Logic.
In realtà, più che a comprendere davvero ciò che accade, sono utili a farsi un’idea di quanto il nostro mondo sia governato da nuove leggi della complessità, sempre più rappresentabile come un sistema caotico. E in questa prospettiva è bene ricordare che la teoria del caos è anche definibile come la teoria delle catastrofi.
In attesa della farfalla che muova quella piccola onda nelle acque del Mar della Cina che potrebbe trasformarsi in uno tsunami planetario.
Nel frattempo, attorno a questo scenario, si compone una trama di analisi che dicono tutto e il contrario di tutto. Tra queste segnaliamo il rapporto di Bonnie S. Glaser, del Center for Strategic & International Studies.

Full Text of Memorandum (per gentile concessione del Council on Foreign Relations).
Interessante anche l’articolo di Robert D. Kaplan, America's Pacific Logic.
In realtà, più che a comprendere davvero ciò che accade, sono utili a farsi un’idea di quanto il nostro mondo sia governato da nuove leggi della complessità, sempre più rappresentabile come un sistema caotico. E in questa prospettiva è bene ricordare che la teoria del caos è anche definibile come la teoria delle catastrofi.
In attesa della farfalla che muova quella piccola onda nelle acque del Mar della Cina che potrebbe trasformarsi in uno tsunami planetario.
Merda
20/04/12 13:05 Filed in: Dispatches
Buffi? Sgradevoli? Interessanti? Osservate i grafici, i disegni qua sotto. Sono stati realizzati per la World Toilet Organization, che si propone di migliorare la qualità della vita dei più poveri del pianeta. Coloro che, letteralmente, vivono nella merda.
Sono questi i progetti che hanno un senso reale, concreto, effettivo. Ben oltre gli sproloqui su globalizzazione, perdita d’identità culturale che si sentono ripetere troppo spesso. Per molti, infatti, identità culturale, significa anche mancanza di servizi igienici, malattie, morte.

Created by: OnlineNursingPrograms.com
Sono questi i progetti che hanno un senso reale, concreto, effettivo. Ben oltre gli sproloqui su globalizzazione, perdita d’identità culturale che si sentono ripetere troppo spesso. Per molti, infatti, identità culturale, significa anche mancanza di servizi igienici, malattie, morte.

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Le Storie nel Rosario
25/03/12 04:48 Filed in: Diario di bordo
Continuo a passare tra le dita i grani di legno di sandalo di un phat chau, un rosario buddhista. Me l’ha regalato con un sorriso e una benedizione Thay Giau Nghia, abate della Chua Van Diic, piccola, colorata pagoda in un fresco vicolo di Nha Trang, città sulla costa centro-orientale del Vietnam.
Il rosario serve a tenere il conto dei mantra recitati senza distrarre la mente. Quello canonico ha 108 grani, numero sacro per il Buddismo, ma ce ne sono altri composti da multipli di 9, che rappresenta la completezza. Il mio ne ha 18. Pochi, per i titoli delle storie che sto recitando.
Ad esempio proprio quella di quel monaco, anzi del Maestro (questo significa Thay). Lui e altri cinque confratelli andranno in missione in tre piccole isole, due in ognuna, sperdute nel Bien Dong, il Mare dell’Est, come i vietnamiti chiamano il Mar della Cina del Sud. Sono note come Spratly. Per i vietnamiti sono le Truong Sa. Sono una miriade di scogli, banchi corallini, isole e isolotti che, pare, galleggiano su un mare di petrolio, acque tra le più pescose del mondo, intersecate dalle maggiori rotte commerciali sin dalla fine del XVII secolo. Ecco perchè sono contese tra Vietnam, Cina, Taiwan, Filippine, Brunei. Secondo alcuni analisti di strategie globali potrebbero essere il detonatore della III guerra mondiale.
Sei monaci contro una portaerei (curioso questo sito di un oculista vietnamita residente in Illinois, un’altra storia, si direbbe) è stato scritto, con una certa tendenza eroico-melò, riferendosi alla missione guidata da Thay Giau Nghia e alla Shi Lang, la prima portaerei cinese, che verrà dislocata proprio Mar della Cina del Sud. Per i cinesi è uno sporco trucco. Per i vietnamiti un confronto tra l’uso della forza e la forza della ragione. Per i monaci è anche un’occasione per meditare, come dice uno dei più giovani tra loro, Thich Thanh Thanh: «Un monaco ha bisogno di un posto in cui meditare».

Questa storia è ormai inglobata nella prima perla del rosario, ci vive dentro, nel suo presente e forse nel suo futuro. Aspetta solo di uscire da quel piccolo guscio di legno di sandalo con inciso un ideogramma ed essere raccontata. Come molte altre che cercano di conquistarsi il loro grano di rosario, condensarsi là, in una memoria latente, e poi trasformarsi: da appunti, impressioni, note, riferimenti, link, in racconto.
Quasi che ognuno di quei 18 lucidi grani fosse come una roccia, un albero, un termitaio sulle vie dei canti australiani: cantandole rivive la storia che si è depositata in quel frammento di un mondo parallelo. Ecco: quel rosario è una potenziale Via dei Canti che mi riconnette a un personale Tempo del Sogno.
Forse ci vorrebbe davvero un rosario più grande, di quelli da 108 grani. Intanto comincio a far scivolare le dita sul secondo e provo a sentire chi c’è e che cosa racconta.
Il rosario serve a tenere il conto dei mantra recitati senza distrarre la mente. Quello canonico ha 108 grani, numero sacro per il Buddismo, ma ce ne sono altri composti da multipli di 9, che rappresenta la completezza. Il mio ne ha 18. Pochi, per i titoli delle storie che sto recitando.
Ad esempio proprio quella di quel monaco, anzi del Maestro (questo significa Thay). Lui e altri cinque confratelli andranno in missione in tre piccole isole, due in ognuna, sperdute nel Bien Dong, il Mare dell’Est, come i vietnamiti chiamano il Mar della Cina del Sud. Sono note come Spratly. Per i vietnamiti sono le Truong Sa. Sono una miriade di scogli, banchi corallini, isole e isolotti che, pare, galleggiano su un mare di petrolio, acque tra le più pescose del mondo, intersecate dalle maggiori rotte commerciali sin dalla fine del XVII secolo. Ecco perchè sono contese tra Vietnam, Cina, Taiwan, Filippine, Brunei. Secondo alcuni analisti di strategie globali potrebbero essere il detonatore della III guerra mondiale.
Sei monaci contro una portaerei (curioso questo sito di un oculista vietnamita residente in Illinois, un’altra storia, si direbbe) è stato scritto, con una certa tendenza eroico-melò, riferendosi alla missione guidata da Thay Giau Nghia e alla Shi Lang, la prima portaerei cinese, che verrà dislocata proprio Mar della Cina del Sud. Per i cinesi è uno sporco trucco. Per i vietnamiti un confronto tra l’uso della forza e la forza della ragione. Per i monaci è anche un’occasione per meditare, come dice uno dei più giovani tra loro, Thich Thanh Thanh: «Un monaco ha bisogno di un posto in cui meditare».

Questa storia è ormai inglobata nella prima perla del rosario, ci vive dentro, nel suo presente e forse nel suo futuro. Aspetta solo di uscire da quel piccolo guscio di legno di sandalo con inciso un ideogramma ed essere raccontata. Come molte altre che cercano di conquistarsi il loro grano di rosario, condensarsi là, in una memoria latente, e poi trasformarsi: da appunti, impressioni, note, riferimenti, link, in racconto.
Quasi che ognuno di quei 18 lucidi grani fosse come una roccia, un albero, un termitaio sulle vie dei canti australiani: cantandole rivive la storia che si è depositata in quel frammento di un mondo parallelo. Ecco: quel rosario è una potenziale Via dei Canti che mi riconnette a un personale Tempo del Sogno.
Forse ci vorrebbe davvero un rosario più grande, di quelli da 108 grani. Intanto comincio a far scivolare le dita sul secondo e provo a sentire chi c’è e che cosa racconta.
Rovine e fantasmi della dolce vita khmer
13/02/12 05:16 Filed in: Storie
«In certe vecchie case è meglio non entrare: ci sono i fantasmi». Così dice un colto e raffinato francese che studia le rovine delle ville di Kep, un villaggio sulla costa cambogiana, chiuso tra colline coperte da foresta, spiagge orlate di palme e paludi…Leggi nelle Storie (foto di Andrea Pistolesi).


Il Grandissimo Gioco
11/12/11 09:07 Filed in: Dispatches
Il nuovo scenario del Grande Gioco, in versione molto più ampia e complessa, è il Mar della Cina. Il termine Grande Gioco – tornato in auge con un saggio di Peter Hopkirk – definisce lo strisciante conflitto, caratterizzato soprattutto dall'attività delle diplomazie e dei servizi segreti, che contrappose Gran Bretagna e Russia in Asia Centrale nel corso del XIX secolo.
Quello attuale ha una dimensione immensamente più ampia: 3.5 milioni di chilometri quadrati d’oceano, che molti analisti hanno già definito il teatro, reale o virtuale, della terza guerra mondiale. I giocatori principali sono Cina e Stati Uniti, con la partecipazione, in vario grado e forma, di Vietnam, Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore e Brunei, nonché di Giappone, Taiwan e Corea. La posta è il controllo strategico dell’area, delle sue risorse minerarie, delle sue vie di comunicazione. Quelle acque sono intersecate dalle cosiddette Sea Lines of Communication, le linee marittime di comunicazione da cui Pechino dipende per i rifornimenti di greggio e materie prime dall’Africa e dal Medio Oriente.
Per complessità del problema e il numero di partecipanti, in effetti, più che di Grande Gioco bisognerebbe usare la definizione che gli davano i Russi: il Torneo delle Ombre.

Su questo scenario si sono sviluppate trame d’ogni genere, reportage, cronache, romanzi, saggi, trattati di strategia. Uno degli ultimi è Red Star over the Pacific: China’s Rise and the Challenge to US Maritime Strategy, di James Holmes e Toshi Yoshihara.
Ma uno dei documenti più interessanti, anche nella sua apparente semplicità, è l’articolo pubblicato sulla US Naval War College Review da Andrew Erickson, Abraham Denmark e Gabriel Collins: Beijing’s ‘Starter Carrier’ and Future Steps: Alternatives and Implications.
Ne pubblichiamo una prima parte (compresa la mappa in questo post) per gentile concessione di Andrew Erickson, che lo ha originariamente pubblicato sul suo sito.

"Alle 05.40 ora locale di mercoledì 10 agosto 2011, più di ottant’anni dopo che l'idea originaria era stata avanzata, la prima portaerei cinese, nascosta dalla nebbia e sotto stretta sorveglianza, è salpata da un molo di Dalian, nel porto di Xianglujiao, nella provincia nordoccidentale di Liaoning, per iniziare le prove in mare nel golfo di Bohai e nel Mar Giallo.
Questa è stata un’altra occasione per la Cina di celebrare la sua ascesa come grande potenza. Dal giorno del varo la nazione arde d’orgoglio patriottico per l’obiettivo raggiunto. Il Maggior Generale Luo Yuan, vice segretario generale della Società Cinese di Scienze Militari, ha dichiarato: “Chi ben comincia è a metà dell’opera… Il senso di avere qualcosa è completamente diverso da quello di avere nulla".
Sono già in fase avanzata i piani per celebrare questa nuova era di potenza marittima cinese e ricavarne anche profitto. Tianjin, una delle quattro municipalità della regione, prevede l'apertura del primo hotel-portaerei cinese, ricavato dalla Kiev, un tempo punta della flotta sovietica del Pacifico e ora al centro dell’Aircraft Carrier Tianjin Binhai Theme Park. Un’ammiraglia cinese del calibro della Kiev è ancora da venire, ma Pechino ha fatto il primo passo e sta già godendo i frutti del nuovo potere, in patria e fuori. Prima che gli strateghi stranieri comincino ad andare in affanno su “l’inizio della fine”, tuttavia, è necessario prendere fiato.
La crociera inaugurale della prima portaerei cinese è iniziata dopo sei anni di lavori ed è durata solo quattro giorni. La nave – acquistata dall’Ucraina ancora incompleta nel 1998 – è di utilità militare molto limitata. Serve soprattutto a conferire prestigio a una nascente superpotenza, aiuta i cinesi ad approfondire le tattiche base della forza aeronavale e proietta un’immagine di potenza militare forse e soprattutto contro i più piccoli vicini alla periferia del Mar Cinese Meridionale. Questo non è l'inizio della fine, è la fine dell'inizio.
Per realizzare le sue ambizioni future, la Cina ha dovuto cominciare da qualche parte. Verso la fine del 2010 è venuto a mancare l'ammiraglio Liu Huaqing, padre della moderna marina militare cinese. Liu aveva cercato di sviluppare la marina, da iniziale forza da "acque verdi" costiere, a una successiva, possibile marina da “acque blu”, in grado di estendere il raggio d’azione regionalmente se non globalmente. Liu aveva precisato che lui non era la versione cinese di Alfred Thayer Mahan, ma il suo concetto di "difesa dei mari vicini" era piuttosto paragonabile alla visione di Mahan sulle necessità strategiche della marina statunitense (ad esempio, il controllo del Golfo del Messico, i Caraibi, Panama e le Hawaii). La chiave per la realizzazione del progetto di Liu era una portaerei. Si ricorda ciò che disse nel 1987: «Anche dopo morto i miei occhi si chiuderanno solo dopo aver visto una portaerei cinese». Ora l’Ammiraglio Liu può chiudere gli occhi.
In gran parte della regione Asia-Pacifico, come tra gli analisti di strategie asiatiche negli Stati Uniti, si è acceso il dibattito sulle implicazioni dello sviluppo di portaerei cinesi.
L'ammiraglio Robert Willard, a capo dell’U.S. Pacific Command, nell’aprile 2011 ha dichiarato di non essere “preoccupato" che la prima portaerei cinese prendesse il mare, ma ha ammesso che “in base alle reazioni dai nostri partner e alleati nel Pacifico, ritengo che il cambiamento nella percezione da parte loro sarà significativo"
Il generale di brigata australiano John Frewen sostiene che "le non intenzionali conseguenze delle portaerei cinesi rappresentano la maggiore minaccia per l'armonia regionale nei prossimi decenni".
L’ex direttore dell’Intelligence militare del ministero della difesa giapponese Japan Defense Agency, l’Ammiraglio in pensione Fumio Ota, afferma che "I dibattiti sulla prima portaerei cinese. . . segnano l'inizio di un’ importante transizione nella strategia navale…Le portaerei forniranno a Pechino enorme potenzialità e flessibilità. Una portaerei cinese potrebbe rappresentare una seria minaccia all’integrità territoriale del Giappone…La nuova portaerei cinese aumenta le sua possibilità tattiche e le sue opportunità di ampliare il raggio d’azione strategico. Altri paesi della regione dovrebbero essere preoccupati".
Eppure, mentre nella regione Asia-Pacifico si dibattono molto le implicazioni della portaerei cinese, dovrebbe essere poco sorprendente che una portaerei cinese sia finalmente riuscita a salpare. Ciò che è più sorprendente riguardo il programma di una portaerei cinese, infatti, è che ci abbia messo tanto tempo a realizzarsi.
Dato che le voci su una portaerei circolavano nella comunità strategica cinese da decenni, avrebbe dovuto essere chiaro in tutta la regione che prima o poi si sarebbero avverate.
Aggiornamento post lettura: pochi giorni fa il Presidente cinese Hu Jintao ha comunicato che il personale della marina cinese deve “intensificare i preparativi per azioni di guerra”. In altre traduzioni la parola “guerra” è sostituita da “combattimenti” o “impegni militari”. Diretti contro chiunque minacci la sovranità nazionale sul Mar della Cina.
Quello attuale ha una dimensione immensamente più ampia: 3.5 milioni di chilometri quadrati d’oceano, che molti analisti hanno già definito il teatro, reale o virtuale, della terza guerra mondiale. I giocatori principali sono Cina e Stati Uniti, con la partecipazione, in vario grado e forma, di Vietnam, Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore e Brunei, nonché di Giappone, Taiwan e Corea. La posta è il controllo strategico dell’area, delle sue risorse minerarie, delle sue vie di comunicazione. Quelle acque sono intersecate dalle cosiddette Sea Lines of Communication, le linee marittime di comunicazione da cui Pechino dipende per i rifornimenti di greggio e materie prime dall’Africa e dal Medio Oriente.
Per complessità del problema e il numero di partecipanti, in effetti, più che di Grande Gioco bisognerebbe usare la definizione che gli davano i Russi: il Torneo delle Ombre.

Su questo scenario si sono sviluppate trame d’ogni genere, reportage, cronache, romanzi, saggi, trattati di strategia. Uno degli ultimi è Red Star over the Pacific: China’s Rise and the Challenge to US Maritime Strategy, di James Holmes e Toshi Yoshihara.
Ma uno dei documenti più interessanti, anche nella sua apparente semplicità, è l’articolo pubblicato sulla US Naval War College Review da Andrew Erickson, Abraham Denmark e Gabriel Collins: Beijing’s ‘Starter Carrier’ and Future Steps: Alternatives and Implications.
Ne pubblichiamo una prima parte (compresa la mappa in questo post) per gentile concessione di Andrew Erickson, che lo ha originariamente pubblicato sul suo sito.

"Alle 05.40 ora locale di mercoledì 10 agosto 2011, più di ottant’anni dopo che l'idea originaria era stata avanzata, la prima portaerei cinese, nascosta dalla nebbia e sotto stretta sorveglianza, è salpata da un molo di Dalian, nel porto di Xianglujiao, nella provincia nordoccidentale di Liaoning, per iniziare le prove in mare nel golfo di Bohai e nel Mar Giallo.
Questa è stata un’altra occasione per la Cina di celebrare la sua ascesa come grande potenza. Dal giorno del varo la nazione arde d’orgoglio patriottico per l’obiettivo raggiunto. Il Maggior Generale Luo Yuan, vice segretario generale della Società Cinese di Scienze Militari, ha dichiarato: “Chi ben comincia è a metà dell’opera… Il senso di avere qualcosa è completamente diverso da quello di avere nulla".
Sono già in fase avanzata i piani per celebrare questa nuova era di potenza marittima cinese e ricavarne anche profitto. Tianjin, una delle quattro municipalità della regione, prevede l'apertura del primo hotel-portaerei cinese, ricavato dalla Kiev, un tempo punta della flotta sovietica del Pacifico e ora al centro dell’Aircraft Carrier Tianjin Binhai Theme Park. Un’ammiraglia cinese del calibro della Kiev è ancora da venire, ma Pechino ha fatto il primo passo e sta già godendo i frutti del nuovo potere, in patria e fuori. Prima che gli strateghi stranieri comincino ad andare in affanno su “l’inizio della fine”, tuttavia, è necessario prendere fiato.
La crociera inaugurale della prima portaerei cinese è iniziata dopo sei anni di lavori ed è durata solo quattro giorni. La nave – acquistata dall’Ucraina ancora incompleta nel 1998 – è di utilità militare molto limitata. Serve soprattutto a conferire prestigio a una nascente superpotenza, aiuta i cinesi ad approfondire le tattiche base della forza aeronavale e proietta un’immagine di potenza militare forse e soprattutto contro i più piccoli vicini alla periferia del Mar Cinese Meridionale. Questo non è l'inizio della fine, è la fine dell'inizio.
Per realizzare le sue ambizioni future, la Cina ha dovuto cominciare da qualche parte. Verso la fine del 2010 è venuto a mancare l'ammiraglio Liu Huaqing, padre della moderna marina militare cinese. Liu aveva cercato di sviluppare la marina, da iniziale forza da "acque verdi" costiere, a una successiva, possibile marina da “acque blu”, in grado di estendere il raggio d’azione regionalmente se non globalmente. Liu aveva precisato che lui non era la versione cinese di Alfred Thayer Mahan, ma il suo concetto di "difesa dei mari vicini" era piuttosto paragonabile alla visione di Mahan sulle necessità strategiche della marina statunitense (ad esempio, il controllo del Golfo del Messico, i Caraibi, Panama e le Hawaii). La chiave per la realizzazione del progetto di Liu era una portaerei. Si ricorda ciò che disse nel 1987: «Anche dopo morto i miei occhi si chiuderanno solo dopo aver visto una portaerei cinese». Ora l’Ammiraglio Liu può chiudere gli occhi.
In gran parte della regione Asia-Pacifico, come tra gli analisti di strategie asiatiche negli Stati Uniti, si è acceso il dibattito sulle implicazioni dello sviluppo di portaerei cinesi.
L'ammiraglio Robert Willard, a capo dell’U.S. Pacific Command, nell’aprile 2011 ha dichiarato di non essere “preoccupato" che la prima portaerei cinese prendesse il mare, ma ha ammesso che “in base alle reazioni dai nostri partner e alleati nel Pacifico, ritengo che il cambiamento nella percezione da parte loro sarà significativo"
Il generale di brigata australiano John Frewen sostiene che "le non intenzionali conseguenze delle portaerei cinesi rappresentano la maggiore minaccia per l'armonia regionale nei prossimi decenni".
L’ex direttore dell’Intelligence militare del ministero della difesa giapponese Japan Defense Agency, l’Ammiraglio in pensione Fumio Ota, afferma che "I dibattiti sulla prima portaerei cinese. . . segnano l'inizio di un’ importante transizione nella strategia navale…Le portaerei forniranno a Pechino enorme potenzialità e flessibilità. Una portaerei cinese potrebbe rappresentare una seria minaccia all’integrità territoriale del Giappone…La nuova portaerei cinese aumenta le sua possibilità tattiche e le sue opportunità di ampliare il raggio d’azione strategico. Altri paesi della regione dovrebbero essere preoccupati".
Eppure, mentre nella regione Asia-Pacifico si dibattono molto le implicazioni della portaerei cinese, dovrebbe essere poco sorprendente che una portaerei cinese sia finalmente riuscita a salpare. Ciò che è più sorprendente riguardo il programma di una portaerei cinese, infatti, è che ci abbia messo tanto tempo a realizzarsi.
Dato che le voci su una portaerei circolavano nella comunità strategica cinese da decenni, avrebbe dovuto essere chiaro in tutta la regione che prima o poi si sarebbero avverate.
Aggiornamento post lettura: pochi giorni fa il Presidente cinese Hu Jintao ha comunicato che il personale della marina cinese deve “intensificare i preparativi per azioni di guerra”. In altre traduzioni la parola “guerra” è sostituita da “combattimenti” o “impegni militari”. Diretti contro chiunque minacci la sovranità nazionale sul Mar della Cina.
Tre uomini in barca
28/11/11 15:00 Filed in: Diario di bordo
...Ma non è una storia divertente. Quei tre uomini sono gli ultimi membri dell’equipaggio del Magellanic, ennesima nave fantasma al largo delle coste thai.

Non ricevono la paga da mesi, non hanno soldi per mangiare, sopravvivono pescando, non possono sbarcare perché il visto per la Thailandia è scaduto. Sono tre marinai filippini ma, a quanto pare, né l’ambasciata né il consolato intendono provvedere al loro rimpatrio.
La faccenda non sembra riguardare nemmeno le autorità panamensi, stato di cui la Magellanic batte bandiera.
La società armatrice greca e il suo agente di Manila non danno segno di vita.
Tutto ciò lo riferisce l’unica persona che si preoccupa di quegli uomini, una donna di cui s’è già parlato in questi Bassifondi: Apinya Tajit, della sede locale dell’Apostolato del mare.
Mi trasmette una serie di mail da cui emerge una sola, surreale verità: che quegli uomini sono intrappolati in una rete inestricabile di cui non si riesce a trovare il bandolo.
La Magellanic è una di quelle navi che navigano in un oceano senza nome.
Questa non è una storia divertente e forse non interessa nessuno.
Ma Apinya spera che scriverne possa essere utile.
Non ci credo, ma l’ho fatto.
Messaggio da una nave fantasma..Aiuto...Vogliamo tornare a casa


Non ricevono la paga da mesi, non hanno soldi per mangiare, sopravvivono pescando, non possono sbarcare perché il visto per la Thailandia è scaduto. Sono tre marinai filippini ma, a quanto pare, né l’ambasciata né il consolato intendono provvedere al loro rimpatrio.
La faccenda non sembra riguardare nemmeno le autorità panamensi, stato di cui la Magellanic batte bandiera.
La società armatrice greca e il suo agente di Manila non danno segno di vita.
Tutto ciò lo riferisce l’unica persona che si preoccupa di quegli uomini, una donna di cui s’è già parlato in questi Bassifondi: Apinya Tajit, della sede locale dell’Apostolato del mare.
Mi trasmette una serie di mail da cui emerge una sola, surreale verità: che quegli uomini sono intrappolati in una rete inestricabile di cui non si riesce a trovare il bandolo.
La Magellanic è una di quelle navi che navigano in un oceano senza nome.
Questa non è una storia divertente e forse non interessa nessuno.
Ma Apinya spera che scriverne possa essere utile.
Non ci credo, ma l’ho fatto.
Messaggio da una nave fantasma..Aiuto...Vogliamo tornare a casa

Flussi 2
02/11/11 13:16 Filed in: Diario di bordo
“Libero Flusso”: questo il tema annunciato per il Bangkok Design Festival. Suona ironico, quando la Thailandia è stata colpita da un’inondazione disastrosa,
non ancora conclusa, specie nelle sue potenziali, ancor peggiori conseguenze.

Ma il Flusso di quel Festival vuole proprio opporsi a quello che ha devastato il paese. Accade già, con la forza dell’intelligenza e della creatività, nella mostra allestita al Bangkok Art and Culture Centre. S’intitola “Let’s Panic”: di grande impatto, spettacolarizza in positivo come sopravvivere in un paese monsonico. Ma soprattutto rappresenta l’essenza del pericolo, interno ed esterno.


Questi, dunque, sono flussi di coscienza che s’intersecano nel caos, che, pur tra le catastrofi, generano energia e formano una corrente d'apparenti coincidenze.
Così, dopo i flussi d’innovazione che scorrevano a Singapore, ecco quelli di Bangkok. Che inevitabilmente si collegano l’un l’altro. Ecco che la copertina di art4d, rivista d’arte, architettura e design che intitola il suo ultimo editoriale “Free Flow…”, è dedicata a Gaia Scagnetti. E’ una giovane ricercatrice italiana, specialista di “information design”, docente alla facoltà d’architettura della Chulalongkorn University di Bangkok, che ha appena concluso un’esposizione sulle interrelazioni umane, sui flussi di reciproca conoscenza.

Parlando con lei, forse per la sua formazione in scienza della complessità, si scopre la "bellezza" del collasso di questa megalopoli, che non diventa altro né sull’onda della globalizzazione né delle piogge, ma metabolizza e rigenera i flussi, dà un'estetica al caos.
All’apparenza è davvero tutto complesso. Lo è è davvero. Ma così ci si può distacca dall’ineluttabile logica lineare dell’Occidente. In effetti, qui i flussi non scorrono, ma formano un vortice che ti trasporta in un’altra dimensione.

non ancora conclusa, specie nelle sue potenziali, ancor peggiori conseguenze.

Ma il Flusso di quel Festival vuole proprio opporsi a quello che ha devastato il paese. Accade già, con la forza dell’intelligenza e della creatività, nella mostra allestita al Bangkok Art and Culture Centre. S’intitola “Let’s Panic”: di grande impatto, spettacolarizza in positivo come sopravvivere in un paese monsonico. Ma soprattutto rappresenta l’essenza del pericolo, interno ed esterno.


Questi, dunque, sono flussi di coscienza che s’intersecano nel caos, che, pur tra le catastrofi, generano energia e formano una corrente d'apparenti coincidenze.
Così, dopo i flussi d’innovazione che scorrevano a Singapore, ecco quelli di Bangkok. Che inevitabilmente si collegano l’un l’altro. Ecco che la copertina di art4d, rivista d’arte, architettura e design che intitola il suo ultimo editoriale “Free Flow…”, è dedicata a Gaia Scagnetti. E’ una giovane ricercatrice italiana, specialista di “information design”, docente alla facoltà d’architettura della Chulalongkorn University di Bangkok, che ha appena concluso un’esposizione sulle interrelazioni umane, sui flussi di reciproca conoscenza.

Parlando con lei, forse per la sua formazione in scienza della complessità, si scopre la "bellezza" del collasso di questa megalopoli, che non diventa altro né sull’onda della globalizzazione né delle piogge, ma metabolizza e rigenera i flussi, dà un'estetica al caos.
All’apparenza è davvero tutto complesso. Lo è è davvero. Ma così ci si può distacca dall’ineluttabile logica lineare dell’Occidente. In effetti, qui i flussi non scorrono, ma formano un vortice che ti trasporta in un’altra dimensione.

Il viaggio del Naga
27/10/11 14:26 Filed in: Diario di bordo
Bangkok: mattino di sole. Nella piscina condominiale c’è gente che fa il bagno. Nelle terrazze dei grand hotel bordo fiume, gli ospiti fanno la prima colazione. Sulla corrente passano i longtail boat, le barche lunghe e strette oggi utilizzate soprattutto dai turisti.
Sei tentato di restare nel tuo appartamento all’ultimo piano di un condominio sul fiume. Come un eremita metropolitano. A scrivere, distraendoti ogni tanto in piscina, o osservando il panorama dall’alto. Il tempio cinese di fronte ha un aspetto curioso: si vede solo il tetto a pagoda e parte delle colonne decorate da draghi che lo sostengono.
Perché Bangkok è in gran parte sommersa dall’acqua. Come circa 15.000 chilometri di Thailandia. Le conseguenze economiche sono catastrofiche. Peggiori ancora quelle umane e sociali. Ma dipende da dove le osservi: dall’alto appaiono molto lontane, parte di un mondo che non è il tuo.
Se però scendi in basso e ti allontani solo di poco dal tuo piccolo mondo, ti accorgi che la terra non c’è più. Molte strade sono diventate canali, mercati, case, negozi sono allagati. I piccoli supermercati hanno gli scaffali vuoti, i vaporetti che collegano gran parte della città hanno sospeso il servizio. I passeggeri non saprebbero dove sbarcare. Tutto questo, molto vicino a te.
Allora s’insinua un sottile timore. Che il tuo piccolo mondo, nel prossimo futuro, ore o giorni, si trasformi in una specie di prigione. Da cui prima o poi dovrai uscire per cercare cibo e acqua. Forse, non avrai più luce. Scoprirai quant’è duro scendere e salire per trentuno piani.
E’ un’ipotesi da film catastrofista. Eppure il dubbio ti viene. E allora hai l’immediata, profonda percezione delle fragilità di un sistema globale. Dove le cause più profonde dei disastri sono da imputare a una gestione sacrilega della natura.
Poi pensi all’ancor maggiore fragilità del sistema asiatico, troppo frettolosamente indicato quale protagonista di un nuovo secolo che dovrebbe segnare il tramonto dell’Occidente. Qui i grattacieli sono spesso un’esibizione di potere più che un segno di vero potere. E’ quasi un paradosso che il peso stesso dei grattacieli di Bangkok contribuisca al suo sprofondamento.
Qui il fattore umano è troppo spesso marginale: le disuguaglianze sociali e il degrado moltiplicano i rischi. Ma poi scorreranno via con l’acqua.
Infine, ma solo perché ci vuole tempo per metabolizzarla con molta sgradevolezza, ti rendi conto della tua fragilità. La maggior parte dei thai che s’incontrano, di fronte alle loro case allagate, alle botteghe devastate, sorridono. «Mai pen rai» dice qualcuno, con un’espressione di rassegnata tranquillità.

Se paragoni le tue ansie al loro atteggiamento, il risultato è sconfortante. Vedi i tuoi vizi, le tue debolezze, il tuo distacco dalla realtà.
Da tempo non credo alle coincidenze. Ora me lo conferma il Naga, il serpente a sette teste che nella mitologia asiatica rappresenta lo Spirito delle Acque. Che può rivelarsi tanto benevolo quanto vendicativo e devastatore. Proprio in questi giorni sto traducendo un libro dello scrittore thai Tew Bunnag intitolato Il viaggio del Naga (dovrebbe uscire in italiano nel 2012 per l’editore Metropoli d’Asia). Il Naga, in forma di una disastrosa inondazione che sconvolge Bangkok infrangendo tutte le sue fragilità e di coloro che ci vivono - «Fragile non significa che è debole, significa che si rompe facilmente» precisa Bunnag – è il personaggio latente di quel romanzo.

Intanto è passato un altro giorno. In piscina, una coppia si gode la brezza. I ristoranti sono illuminati. Almeno qui, il caso e il caos restano ancora sotto la superficie del fiume. Come il Naga.
Un video thai (sottotitoli in inglese) che spiega, al modo thai, che cosa e perché sta succedendo. A modo suo è efficace.
Sei tentato di restare nel tuo appartamento all’ultimo piano di un condominio sul fiume. Come un eremita metropolitano. A scrivere, distraendoti ogni tanto in piscina, o osservando il panorama dall’alto. Il tempio cinese di fronte ha un aspetto curioso: si vede solo il tetto a pagoda e parte delle colonne decorate da draghi che lo sostengono.
Perché Bangkok è in gran parte sommersa dall’acqua. Come circa 15.000 chilometri di Thailandia. Le conseguenze economiche sono catastrofiche. Peggiori ancora quelle umane e sociali. Ma dipende da dove le osservi: dall’alto appaiono molto lontane, parte di un mondo che non è il tuo.
Se però scendi in basso e ti allontani solo di poco dal tuo piccolo mondo, ti accorgi che la terra non c’è più. Molte strade sono diventate canali, mercati, case, negozi sono allagati. I piccoli supermercati hanno gli scaffali vuoti, i vaporetti che collegano gran parte della città hanno sospeso il servizio. I passeggeri non saprebbero dove sbarcare. Tutto questo, molto vicino a te.
Allora s’insinua un sottile timore. Che il tuo piccolo mondo, nel prossimo futuro, ore o giorni, si trasformi in una specie di prigione. Da cui prima o poi dovrai uscire per cercare cibo e acqua. Forse, non avrai più luce. Scoprirai quant’è duro scendere e salire per trentuno piani.
E’ un’ipotesi da film catastrofista. Eppure il dubbio ti viene. E allora hai l’immediata, profonda percezione delle fragilità di un sistema globale. Dove le cause più profonde dei disastri sono da imputare a una gestione sacrilega della natura.
Poi pensi all’ancor maggiore fragilità del sistema asiatico, troppo frettolosamente indicato quale protagonista di un nuovo secolo che dovrebbe segnare il tramonto dell’Occidente. Qui i grattacieli sono spesso un’esibizione di potere più che un segno di vero potere. E’ quasi un paradosso che il peso stesso dei grattacieli di Bangkok contribuisca al suo sprofondamento.
Qui il fattore umano è troppo spesso marginale: le disuguaglianze sociali e il degrado moltiplicano i rischi. Ma poi scorreranno via con l’acqua.
Infine, ma solo perché ci vuole tempo per metabolizzarla con molta sgradevolezza, ti rendi conto della tua fragilità. La maggior parte dei thai che s’incontrano, di fronte alle loro case allagate, alle botteghe devastate, sorridono. «Mai pen rai» dice qualcuno, con un’espressione di rassegnata tranquillità.

Se paragoni le tue ansie al loro atteggiamento, il risultato è sconfortante. Vedi i tuoi vizi, le tue debolezze, il tuo distacco dalla realtà.
Da tempo non credo alle coincidenze. Ora me lo conferma il Naga, il serpente a sette teste che nella mitologia asiatica rappresenta lo Spirito delle Acque. Che può rivelarsi tanto benevolo quanto vendicativo e devastatore. Proprio in questi giorni sto traducendo un libro dello scrittore thai Tew Bunnag intitolato Il viaggio del Naga (dovrebbe uscire in italiano nel 2012 per l’editore Metropoli d’Asia). Il Naga, in forma di una disastrosa inondazione che sconvolge Bangkok infrangendo tutte le sue fragilità e di coloro che ci vivono - «Fragile non significa che è debole, significa che si rompe facilmente» precisa Bunnag – è il personaggio latente di quel romanzo.

Intanto è passato un altro giorno. In piscina, una coppia si gode la brezza. I ristoranti sono illuminati. Almeno qui, il caso e il caos restano ancora sotto la superficie del fiume. Come il Naga.
Un video thai (sottotitoli in inglese) che spiega, al modo thai, che cosa e perché sta succedendo. A modo suo è efficace.